Arte Sacra e Patrimonio Religioso 16
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Tutti possiamo essere creativi con i nostri limiti
di Federico Anzini I complimenti fanno sempre piacere! Mi è capitato in questi giorni di ricevere diversi elogi sul mio ultimo reportage andato in onda a Strada Regina lo scorso sabato 14 maggio. Sono stato a Friborgo per incontrare Douve e Philippe e i loro otto figli. Una famiglia umile...
Ebbene si… i complimenti fanno sempre piacere! Mi è capitato in questi giorni di ricevere diversi elogi sul mio ultimo reportage andato in onda a Strada Regina lo scorso sabato 14 maggio. Persone mi hanno fermato per dirmi frasi del tipo: “che meraviglia quella testimonianza… non ho potuto fare a meno di riguardarla due volte! Sei riuscito a trasmettere benissimo la loro esperienza di vita…”. Non credo di avere un ego frustrato assetato di apprezzamenti ma, diciamolo, qualche volta è come essere confermati nel proprio lavoro, una sorta di incoraggiamento a proseguire sulla via intrapresa. Beh… se vi siete persi questo “capolavoro” potete rivederlo al seguente link nella sezione multimedia di questo sito. Ok… Narciso ha parlato abbastanza. Veniamo a noi. Il tema della puntata di Strada Regina citata è la famiglia. E lo spunto è nato leggendo il libro “La fatica e la gioia. Voci di famiglie cristiane” di don Arturo Cattaneo, Alessandro Cristofari e Gioia Palmieri. Sono stato a Friborgo per incontrare Douve e Philippe e i loro otto figli. Una delle cinquanta storie raccontate nel libro. Una famiglia ricomposta che è passata proprio attraverso la fatica per raggiungere la gioia. Un'esperienza veramente arricchente stare due giorni in loro compagnia cercando di approfondire la loro storia ricca di amore, misericordia ma anche dolore. Un aspetto tra i tanti che mi ha colpito è la loro umiltà. Douve afferma all’inizio del video che quando ha avuto l’umiltà di chiedere aiuto tutto è cambiato. E termina il suo racconto affermando che il loro cammino di santificazione passa nel quotidiano abbraccio dei loro limiti. Tutti, potenzialmente, possiamo essere creativi con i nostri limiti. Ce lo ha ricordato anche Francesco: alla radice dell’oblio della misericordia, c’è sempre l’amor proprio. Ecco perché è necessario riconoscere di essere peccatori: “Signore, io sono un peccatore; Signore, io sono una peccatrice: vieni con la tua misericordia”. Questa è una preghiera bellissima, una preghiera facile da dire tutti i giorni - ha affermato il Papa. Una bella lezione di umiltà! di Anzini Federico
A Milano i funerali del card. Tettamanzi, testimone fedele di Cristo
E’ l’amministratore apostolico dell'arcidiocesi di Miliano, cardinale Angelo Scola ad aver celebrato i funerali del card. Dionigi Tettamanzi, scomparso sabato scorso. Oltre 5000 i fedeli.
E’ l’amministratore apostolico dell'arcidiocesi di Miliano, cardinale Angelo Scola a presiedere i funerali del card. Dionigi Tettamanzi, scomparso sabato scorso. Oltre 5000 i fedeli che riempiono il Duomo. A concelebrare altri sei cardinali, una trentina i vescovi e arcivescovi a cominciare dall’arcivescovo eletto di Milano mons. Mario Delpini. Più di mille i sacerdoti. Nutrita la presenza delle autorità civili locali e, in rappresentanza del governo italiano, il ministro per l’Agricoltura, Maurizio Martina.
“La morte di questo uomo, ‘amabile ed amato’ come lo ha definito Papa Francesco nel suo messaggio, non è una sconfitta della vita; al contrario, ne è la pienezza: la sua morte è una vittoria”.
Il card. Scola facendo riferimento alle due Letture sulla Passione di Gesù proposte dalla Liturgia e poi al Vangelo che descrive l’incontro di Gesù Risorto con i suoi Apostoli, ricorda che, come il Cristo offrì se stesso per tutti noi, così anche il card. Tettamanzi seppe fare della sua vita un’offerta.
“Colpiva in lui il permanente sorriso, espressione di una umanità contagiosa, riverbero della tenerezza di Gesù e di Maria Santissima verso tutti coloro che incontrava, e con eccezionale pazienza salutava ad uno ad uno”.Uno sguardo poi alle tante attività portate avanti dal cardinale: rilevante la collaborazione con San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, e da ultimo con Papa Francesco nel campo delle scienze morali e bioetiche nel quale era profondamente esperto.
“Per quanto riguarda la nostra cara metropoli milanese, prosegue il card. Scola, il rapporto del cardinal Dionigi con la società civile ebbe un peso notevole. Si manifestò non solo attraverso l’apertura al confronto sociale, a cui va aggiunto quello ecumenico con i fratelli ebrei e quello interreligioso; ma si espresse attraverso un'attenzione ai problemi della famiglia, del matrimonio, delle famiglie ferite, della vita, del lavoro e della emarginazione nelle sue tante e dolorose forme”
"Il cardinale era guidato da un profondo senso di giustizia - afferma ancora il card. Scola - che si esprimeva nella promozione e nella difesa dei diritti di ciascuno” nel rispetto dei propri doveri. “Seppe denunciare senza timidezze, ma sempre in modo costruttivo, i mali delle nostre terre".Ma, precisa il card. Scola, affidare il cardinal Dionigi al Padre non può ridursi ad un gesto di umana gratitudine. Deve interrogarci sullo stato della nostra fede e sulla disponibilità che da questa fede ci viene nel metterci a servizio.“Perché fu questa fede il motore di tutte le espressioni di vita del cardinale. Il cardinale ce lo ha insegnato fino alla fine, soprattutto negli ultimi mesi della sua malattia, portata in atteggiamento di piena e consapevole offerta. La morte in Cristo del cardinale Dionigi getta allora una luce su tutta la sua vita e soprattutto sul suo ministero”.Egli, conclude il card. Scola, ha voluto realmente essere un testimone fedele di Cristo, teso a non perdere nulla di quanto la Chiesa gli aveva affidato. Da qui l’assunzione di impegno:“La Chiesa ambrosiana, e non solo, saprà trovare modi e forme per mantenere viva l’eredità copiosa di questo padre e maestro”.
Al termine della celebrazione, la sepoltura del cardinale Tettamanzi in Duomo, sul lato destro della cattedrale, ai piedi dell’altare Virgo Potens accanto all’urna con le spoglie del beato cardinale Schuster, a suo tempo arcivescovo di Milano.Adriana Masotti - News.va
Comunità «Verbe de Vie»: appello per testimonianze su possibili abusi
In seguito all'annuncio dello scioglimento della comunità "Verbe de Vie", avvenuto il 25 giugno 2022, mons. Charles Morerod, Vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo (LGF), invita i membri attuali e passati e le persone vicine al ramo con sede a Pensier (FR) a denunciare ogni possibile abuso.
In seguito all'annuncio dello scioglimento della comunità "Verbe de Vie", avvenuto il 25 giugno 2022, mons. Charles Morerod, Vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo (LGF), invita i membri attuali e passati e le persone vicine al ramo con sede a Pensier (FR) a denunciare ogni possibile abuso spirituale o sessuale. Non sono ancora emerse accuse relative alla sede svizzera della comunità.
Mons. Morerod invita tutti coloro che hanno subito possibili abusi nella comunità di Pensier a contattare la polizia - se i reati non sono prescritti - o, per i reati prescritti, a chiamare l'ufficio vescovile al numero 026 347 48 50. Quest'ultima si rivolgerà alla commissione diocesana incaricata di queste questioni o alla Commissione di ascolto, conciliazione, arbitrato e riparazione (CECAR), una fondazione neutrale e indipendente, al numero 077 409 42 62, precisa la diocesi in un comunicato stampa del 6 luglio 2022.
Il Vescovo Morerdo è in contatto con Mons. François Touvet, Vescovo di Châlons-en-Champagne, che sarà l'amministratore di "Verbe de Vie" fino al suo scioglimento, il 1° luglio 2023.
Un sacerdote sospeso
La comunità carismatica "Verbe de Vie", fondata nel 1986, è stata sciolta in seguito alla constatazione di gravi e sistemiche disfunzioni al suo interno. Un ramo di questa comunità è presente a Pensier, nel territorio della diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo, dal 1993. Il comunicato stampa ricorda che un team di psicologi è a disposizione dei membri e degli ex membri.
Il vescovo Morerod desidera ascoltare i membri di "Verbe de Vie" e assicura loro il suo sostegno nella preghiera, sottolinea il messaggio della diocesi. La diocesi segnala inoltre che un sacerdote incardinato nella diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo e membro della comunità è stato parzialmente e temporaneamente sospeso dal ministero che esercitava da alcuni anni fuori dalla Svizzera. La diocesi afferma che non comunicherà ulteriormente su questo caso prima dell'esito della sentenza. (cath.ch/com/rz)
Alcuni spunti dalla lettera del Papa sul Presepe per contemplare la Natività
Don Arturo Cattaneo, teologo e prete ticinese, rilegge per catt lo scritto che papa Francesco ha dedicato in questo Natale al presepe.
Papa Francesco ci ha fatto un bel regalo di Natale con la sua lettera apostolica “Admirabile signum”, dedicata al presepe. Ci ha aiutato non solo ad apprezzarne il solido fondamento evangelico, ma ci ha mostrato come esso «parli alla nostra vita. Dovunque e in qualsiasi forma, il presepe racconta l’amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino ad ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi» (n. 10). «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc 2,12). Tali parole, rivolte dall’Angelo ai pastori, sono rivolte anche a noi, che abbiamo tanto bisogno di questo segno, che illumini e riscaldi il nostro cuore, perché il Signore continua a cercare una dimora, vuole rinascere nella nostra vita, per darle pienezza di significato. Il Papa ci aiuta così a soffermarci davanti al presepe con uno spirito contemplativo che diventa anche operativo, concretizzandosi in propositi, incidendo sulla nostra vita. Ecco una sintesi delle riflessioni e degli spunti sui segni del presepe offerti da Papa Francesco.
I segni del presepe illustrati da Papa Francesco
Il Bambino Gesù: «Dio si presenta così, in un bambino, per farsi accogliere tra le nostre
braccia. Nella debolezza e nella fragilità nasconde la sua potenza che tutto crea
e trasforma. Sembra impossibile, eppure è così: in Gesù Dio è stato bambino e in
questa condizione ha rivelato la grandezza del suo amore, che si manifesta in un
sorriso e nel tendere le sue braccia verso chiunque» (n. 8).La Madonna: «Contempla
il suo bambino e lo mostra a quanti vengono a visitarlo». Che ci insegni a
rispondere «con obbedienza piena e totale» alle chiamate di Dio. «Vediamo in lei
la Madre di Dio che non tiene il suo Figlio solo per sé, ma a tutti chiede di obbedire
alla sua parola e metterla in pratica (cfr Gv 2,5)» (n. 7).San Giuseppe: «Il custode che non si stanca mai di proteggere la sua famiglia. Quando Dio
lo avvertirà della minaccia di Erode, non esiterà a mettersi in viaggio ed emigrare
in Egitto (cfr Mt 2,13-15). E una volta passato il pericolo, riporterà lafamiglia a Nazareth, dove sarà il primo educatore di Gesù fanciullo e adolescente».
Che anche lui ci aiuti ad affidarci alla volontà di Dio e a metterla in pratica.«Il cielo stellato nel buio e nel silenzio della
notte. Quante volte la notte circonda la nostra vita. Ebbene, anche in quei
momenti, Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande
decisive che riguardano il senso della nostra esistenza» (n. 4).Le rovine di case e palazzi antichi, che in alcuni
presepi circondano la grotta di Betlemme e a volte costituiscono la stessa
abitazione della Santa Famiglia. A prima vista non si capisce bene cosa
c’entrino quelle rovine in quel luogo. Esse sono «segno visibile dell’umanità
decaduta, di tutto ciò che va in rovina, che è corrotto e intristito. Questo
scenario dice che Gesù è la novità in mezzo a un mondo vecchio, ed è venuto a
guarire e ricostruire, a riportare la nostra vita e il mondo al loro splendore
originario» (n. 4).Il paesaggio che circonda la grotta con monti,
ruscelli, boschi e laghetti ci mostra che «tutto il creato partecipa alla festa
della venuta del Messia» (n. 5). Con Gesù tutto, in questo mondo, acquista
un nuovo senso, valore e bellezza.I diversi personaggi che sembrano non avere alcuna
relazione con i racconti evangelici: lavandaia, fabbro, fornaio, musicisti ecc.
Eppure essi ci mostrano che «in questo nuovo mondo inaugurato da Gesù c’è
spazio per tutto ciò che è umano e per ogni creatura… Tutto ciò rappresenta la
santità quotidiana, la gioia di fare in modo straordinario le cose di tutti i
giorni, quando Gesù condivide con noi la sua vita divina» (n. 6).Il bue e l’asinello non sono menzionati nei Vangeli
anche se parlano della mangiatoia. Un passo del profeta Isaia è però risultato
illuminante: «Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la mangiatoia del
suo padrone, mentre Israele non conosce, il mio popolo non comprende» (Is 1,3).
Questi animali sanno a chi appartengono, come tutta la creazione. E noi? Siamo
capaci di riconoscere in quel Bambino adagiato in una mangiatoia il Signore al
quale apparteniamo?La stella cometa, che ha richiamato l’attenzione dei
Magi e ha mostrato loro il cammino, ci ricorda che «pure siamo chiamati a metterci in cammino per
raggiungere la grotta e adorare il Signore» (n. 5), ad incontrare
Gesù, a uscire – come fecero i Magi – dalla nostra comodità.Gli angeli intorno alla grotta (che avvisarono i
pastori) ci ricordano la nostra vocazione e l’aiuto prezioso che sono disposti
ad offrirci quando il nostro cammino si fa più faticoso o pericoloso.I pastori che «diventano i primi testimoni dell’essenziale,
cioè della salvezza che viene donata. Sono i più umili e i più poveri che sanno
accogliere l’avvenimento dell’Incarnazione» (n. 5). È proprio questo
incontro tra Dio e i suoi figli, grazie a Gesù, a «costituire la singolare
bellezza e grandezza della nostra fede» (n. 5).I mendicanti che appaiono a volte fra le statuine.
Essi «non conoscono altra abbondanza se non quella del cuore e ci ricordano che
Gesù è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere
l’essenziale e vivere di esso. Dal presepe emerge chiaro il messaggio che non
possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di
felicità» (n. 6).«Il palazzo di Erode è sullo sfondo, chiuso, sordo
all’annuncio di gioia», alla rivoluzione dell’amore e della tenerezza. «Dal
presepe, Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli
ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia
escluso ed emarginato» (n. 6).I tre Magi gli offrono l’oro che onora la sua regalità, l’incenso che ne attesta la divinità e la mirra che ne conferma la santa umanità, passione e morte. I Magi, tornati nelle loro città, avranno annunciato pieni di gioia ciò che videro e udirono. Il Papa ci invita «a riflettere sulla responsabilità che ogni cristiano ha di essere evangelizzatore e di portare la Bella Notizia presso quanti incontra, testimoniando la gioia di aver incontrato Gesù e il suo amore con concrete azioni di misericordia» (n. 9).
Don Arturo Cattaneo
I 100 anni della nostra Suor Giuseppina…auguri!
Suor Sandra Künzli ci racconta la vita della consorella suor Giuseppina, che oggi nel Monastero di S. Caterina di Locarno compie il traguardo di 100 anni.
Suor Giuseppina Müller (al secolo Agnese) è nata a Zurigo il 17.2.1919 da Pietro-Paolo e Adelaide nata Schwerzmann. E’ la terza di sette figli e fin da bambina era di costituzione minuta. Una sorella entrerà fra le suore di Menzingen e due fratelli fra i canonici agostiniani di St.Maurice. Dopo le scuole d'obbligo frequenta per un anno l'Istituto Santa Caterina al fine di perfezionare l'italiano. Lavora per cinque anni in una banca di Zurigo. Entra nel convento di S. Caterina il 7.9.1940, dove si trovava pure la sua zia (suor Paola) e da probanda è mandata a Friborgo per perfezionare il francese. Consegue il diploma d'insegnante a Lucerna e rientra a Locarno, dove emette i primi voti il 2.7.1943. Insegna francese, disegno e lavoro femminile all'Istituto S.Caterina fino al 1951, anno in cui assume la gerenza dello stesso. Sarà direttrice fino al 1966, quando l'Istituto sarà ceduto alle suore Dorotee. E' superiora delle monache agostiniane dal 1990 al 1998. Arrivata a 100 anni ancora in buone condizioni di salute, ricorda i 79 anni dall’entrata in convento. E’ l’unica rimasta ancora viva della sua famiglia. Suor Giuseppina scende solo per il pranzo con noi e le porto in camera la colazione e la cena. Quando entro nella sua stanza, la trovo sempre intenta alla lettura spirituale. E’ infatti, ancora molto lucida e l’unico handicap è la sordità, per cui bisogna comunicare con i bigliettini. Qualcuno sarebbe curioso di sapere qual è il segreto di una vita così lunga…forse la spremuta di arancia che si prepara ogni mattina o i cinque minuti di cyclette che suor Giuseppina fa tutti i giorni su consiglio del medico? Certamente anche questo, ma più di tutto, un’esistenza donata al Signore, una vita regolare, intrisa di preghiera. A Natale scrivo sempre al mio professore di filosofia dei tempi del liceo, che si professa non credente, ma ha una grande stima della vita religiosa. Quando gli ho comunicato che avremmo presto festeggiato una centenaria, mi ha risposto così: “La ringrazio per le notizie concernenti il suo monastero: la longevità delle sue consorelle è un’ulteriore conferma della serenità della vita conventuale”. Le suore anziane sono il cuore della comunità, la “pupilla” di Dio perché ci fanno mettere in pratica la carità. Una cosa è certa; la nostra cara suor Giuseppina, con la sua serenità, la sua profonda vita interiore e la sua fedeltà al Signore, è un esempio per tutte noi. Grazie, suor Giuseppina! Suor Sandra Künzli di Suor Sandra Künzli
Il discorso del Papa al Convegno della Chiesa italiana
Lungo e intenso discorso di Papa Francesco nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze ai partecipanti al V Convegno nazionale della Chiesa italiana che si svolge sul tema “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”.
Lungo e intenso discorso di Papa Francesco nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze ai partecipanti al V Convegno nazionale della Chiesa italiana che si svolge sul tema “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”. Pubblichiamo di seguito il testo con le aggiunte secondo una nostra trascrizione:
Dio ha mandato il Figlio non per condannare ma per salvare
Nella cupola di questa bellissima Cattedrale è rappresentato il Giudizio universale. Al centro c’è Gesù, nostra luce. L’iscrizione che si legge all’apice dell’affresco è “Ecce Homo”. Guardando questa cupola siamo attratti verso l’alto, mentre contempliamo la trasformazione del Cristo giudicato da Pilato nel Cristo assiso sul trono del giudice. Un angelo gli porta la spada, ma Gesù non assume i simboli del giudizio, anzi solleva la mano destra mostrando i segni della passione, perché Lui ha «ha dato sé stesso in riscatto per tutti» (1 Tm 2,6). «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17).
Gesù, con il suo volto misericordioso, è il nostro umanesimo
Nella luce di questo Giudice di misericordia, le nostre ginocchia si piegano in adorazione, e le nostre mani e i nostri piedi si rinvigoriscono. Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in Lui i tratti del volto autentico dell’uomo. È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. È il misericordiae vultus. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo. Facciamoci inquietare sempre dalla sua domanda: «Voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15).
Se non ci abbassiamo non vediamo il volto umiliato di Gesù
Guardando il suo volto che cosa vediamo? Innanzitutto il volto di un Dio «svuotato», di un Dio che ha assunto la condizione di servo, umiliato e obbediente fino alla morte (cfr Fil 2,7). Il volto di Gesù è simile a quello di tanti nostri fratelli umiliati, resi schiavi, svuotati. Dio ha assunto il loro volto. E quel volto ci guarda. Dio – che è «l’essere di cui non si può pensare il maggiore», come diceva sant’Anselmo, o il Deus semper maior di sant’Ignazio di Loyola – diventa sempre più grande di sé stesso abbassandosi. Se non ci abbassiamo non potremo vedere il suo volto. Non vedremo nulla della sua pienezza se non accettiamo che Dio si è svuotato. E quindi non capiremo nulla dell’umanesimo cristiano e le nostre parole saranno belle, colte, raffinate, ma non saranno parole di fede. Saranno parole che risuonano a vuoto.
Tre tratti dell'umanesimo cristiano
Non voglio qui disegnare in astratto un «nuovo umanesimo», una certa idea dell’uomo, ma presentare con semplicità alcuni tratti dell’umanesimo cristiano che è quello dei «sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). Essi non sono astratte sensazioni provvisorie dell’animo, ma rappresentano la calda forza interiore che ci rende capaci di vivere e di prendere decisioni. Quali sono questi sentimenti? Vorrei oggi presentarvene almeno tre.
L'umiltà
Il primo sentimento è l’umiltà. «Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso» (Fil 2,3), dice san Paolo ai Filippesi. Più avanti l’Apostolo parla del fatto che Gesù non considera un «privilegio» l’essere come Dio (Fil 2,6). Qui c’è un messaggio preciso. L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre.
Disinteresse
Un altro sentimento di Gesù che dà forma all’umanesimo cristiano è il disinteresse. «Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri» (Fil 2,4), chiede ancora san Paolo. Dunque, più che il disinteresse, dobbiamo cercare la felicità di chi ci sta accanto. L’umanità del cristiano è sempre in uscita. Non è narcisistica, autoreferenziale. Quando il nostro cuore è ricco ed è tanto soddisfatto di sé stesso, allora non ha più posto per Dio. Evitiamo, per favore, di «rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 49).
Fede è rivoluzionaria
Il nostro dovere è lavorare per rendere questo mondo un posto migliore e lottare. La nostra fede è rivoluzionaria per un impulso che viene dallo Spirito Santo. Dobbiamo seguire questo impulso per uscire da noi stessi, per essere uomini secondo il Vangelo di Gesù. Qualsiasi vita si decide sulla capacità di donarsi. È lì che trascende sé stessa, che arriva ad essere feconda.
La beatitudine
Un ulteriore sentimento di Cristo Gesù è quello della beatitudine. Il cristiano è un beato, ha in sé la gioia del Vangelo. Nelle beatitudini il Signore ci indica il cammino. Percorrendolo noi esseri umani possiamo arrivare alla felicità più autenticamente umana e divina. Gesù parla della felicità che sperimentiamo solo quando siamo poveri nello spirito. Per i grandi santi la beatitudine ha a che fare con umiliazione e povertà. Ma anche nella parte più umile della nostra gente c’è molto di questa beatitudine: è quella di chi conosce la ricchezza della solidarietà, del condividere anche il poco che si possiede; la ricchezza del sacrificio quotidiano di un lavoro, a volte duro e mal pagato, ma svolto per amore verso le persone care; e anche quella delle proprie miserie, che tuttavia, vissute con fiducia nella provvidenza e nella misericordia di Dio Padre, alimentano una grandezza umile.
Avere il cuore aperto
Le beatitudini che leggiamo nel Vangelo iniziano con una benedizione e terminano con una promessa di consolazione. Ci introducono lungo un sentiero di grandezza possibile, quello dello spirito, e quando lo spirito è pronto tutto il resto viene da sé. Certo, se noi non abbiamo il cuore aperto allo Spirito Santo, sembreranno sciocchezze perché non ci portano al “successo”. Per essere «beati», per gustare la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, è necessario avere il cuore aperto. La beatitudine è una scommessa laboriosa, fatta di rinunce, ascolto e apprendimento, i cui frutti si raccolgono nel tempo, regalandoci una pace incomparabile: «Gustate e vedete com’è buono il Signore» (Sal 34,9)!
Non essere ossessionati dal potere
Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio. E questi tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che oggi si riunisce per camminare insieme in un esempio di sinodalità. Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente.
Meglio una Chiesa ferita per essere uscita per le strade che una Chiesa malata
Una Chiesa che presenta questi tre tratti – umiltà, disinteresse, beatitudine – è una Chiesa che sa riconoscere l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente. L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (Evangelii gaudium, 49).
La tentazione pelagiana
Però, sappiamo che le tentazioni esistono, le tentazioni da affrontare sono tante. Ve ne presento almeno due. Non vi spaventate! Questo non sarà un elenco di tentazioni come quelle 15 che ho detto alla Curia! La prima di esse è quella pelagiana. Essa spinge la Chiesa a non essere umile, disinteressata e beata. E lo fa con l’apparenza di un bene. Il pelagianesimo ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte. Spesso ci porta pure ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività. La norma dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso. In questo trova la sua forza, non nella leggerezza del soffio dello Spirito. Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte, anche è inutile cercare soluzioni nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo.
La Chiesa è "semper reformanda"
La riforma della Chiesa poi – e la Chiesa è semper reformanda – è aliena dal pelagianesimo. Essa non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività.
Una Chiesa libera e aperta
La Chiesa italiana si lasci portare dal suo soffio potente e per questo, a volte, inquietante. Assuma sempre lo spirito dei suoi grandi esploratori, che sulle navi sono stati appassionati della navigazione in mare aperto e non spaventati dalle frontiere e delle tempeste. Sia una Chiesa libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. Mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. E, incontrando la gente lungo le sue strade, assuma il proposito di san Paolo: «Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno» (1 Cor 9,22).
La tentazione dello gnosticismo
Una seconda tentazione da sconfiggere è quella dello gnosticismo. Essa porta a confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello. Il fascino dello gnosticismo è quello di «una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione e dei suoi sentimenti» (Evangelii gaudium, 94). Lo gnosticismo non può trascendere.
No agli intimismi
La differenza fra la trascendenza cristiana e qualunque forma di spiritualismo gnostico sta nel mistero dell’incarnazione. Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo.
Don Camillo e Peppone
La Chiesa italiana ha grandi santi il cui esempio possono aiutarla a vivere la fede con umiltà, disinteresse e letizia, da Francesco d’Assisi a Filippo Neri. Ma pensiamo anche alla semplicità di personaggi inventati come don Camillo che fa coppia con Peppone. Mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente. Di sé don Camillo diceva: «Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno, li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro». Vicinanza alla gente e preghiera, vicinanza alla gente e preghiera!, sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto. Se perdiamo questo contatto con il popolo fedele di Dio perdiamo in umanità e non andiamo da nessuna parte.
Popolo e pastori insieme
Ma allora che cosa dobbiamo fare, padre? – direte voi. Che cosa ci sta chiedendo il Papa? Spetta a voi decidere, eh!: popolo e pastori insieme. Io oggi semplicemente vi invito ad alzare il capo e a contemplare ancora una volta l’Ecce Homo che abbiamo sulle nostre teste. Fermiamoci a contemplare la scena. Torniamo al Gesù che qui è rappresentato come Giudice universale. Che cosa accadrà quando «il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria» (Mt 25,31)? Che cosa ci dice Gesù?
Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare
Possiamo immaginare questo Gesù che sta sopra le nostre teste dire a ciascuno di noi e alla Chiesa italiana alcune parole. Potrebbe dire: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,34-36). Ma potrebbe anche dire: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato» (Mt 25,41-43). Mi viene in mente il prete che ha accolto questo giovanissimo prete che ha dato testimonianza.
Gesù mangia e beve con i peccatori
Le beatitudini e le parole che abbiamo appena lette sul giudizio universale ci aiutano a vivere la vita cristiana a livello di santità. Sono poche parole, semplici, ma pratiche. Due pilastri: le beatitudini e le parole del giudizio finale. Che il Signore ci dia la grazia di capire questo suo messaggio! E guardiamo ancora una volta ai tratti del volto di Gesù e ai suoi gesti. Vediamo Gesù che mangia e beve con i peccatori (Mc 2,16; Mt 11,19); contempliamolo mentre conversa con la samaritana (Gv 4,7-26); spiamolo mentre incontra di notte Nicodemo (Gv 3,1-21); gustiamo con affetto la scena di Lui che si fa ungere i piedi da una prostituta (cfr Lc 7,36-50); sentiamo la sua saliva sulla punta della nostra lingua che così si scioglie (Mc 7,33). Ammiriamo la «simpatia di tutto il popolo» che circonda i suoi discepoli, cioè noi, e sperimentiamo la loro «letizia e semplicità di cuore» (At 2,46-47).
I vescovi siano pastori
Ai vescovi chiedo di essere pastori, non di più, pastori: sia questa la vostra gioia: 'Sono pastore'. Sarà la gente, il vostro gregge, a sostenervi. Di recente ho letto di un vescovo che raccontava che era in metrò all’ora di punta e c’era talmente tanta gente che non sapeva più dove mettere la mano per reggersi. Spinto a destra e a sinistra, si appoggiava alle persone per non cadere. E così ha pensato che, oltre la preghiera, quello che fa stare in piedi un vescovo, è la sua gente.
Non predicatori di complesse dottrine, puntare all'essenziale
Ma che niente e nessuno vi tolga la gioia di essere sostenuti dal vostro popolo. Come pastori siate non predicatori di complesse dottrine, ma annunciatori di Cristo, morto e risorto per noi. Puntate all’essenziale, al kerygma. Non c’è nulla di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio. Ma sia tutto il popolo di Dio ad annunciare il Vangelo, popolo e pastori, intendo. Ho espresso questa mia preoccupazione pastorale nella esortazione apostolica Evangelii gaudium (cfr nn. 111-134).
Inclusione sociale dei poveri
A tutta la Chiesa italiana raccomando ciò che ho indicato in quella Esortazione: l’inclusione sociale dei poveri, che hanno un posto privilegiato nel popolo di Dio, e la capacità di incontro e di dialogo per favorire l’amicizia sociale nel vostro Paese, cercando il bene comune.
Opzione per i poveri
L’opzione per i poveri è «forma speciale di primato nell’esercizio della carità cristiana, testimoniata da tutta la Tradizione della Chiesa» (Giovanni Paolo II, Enc. Sollicitudo rei socialis, 42) ci ricordava San Giovanni Paolo II. Questa opzione «è implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci mediante la sua povertà» (Benedetto XVI, Discorso alla Sessione inaugurale della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi) diceva Papa Benedetto. I poveri conoscono bene i sentimenti di Cristo Gesù perché per esperienza conoscono il Cristo sofferente. «Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche a essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (Evangelii gaudium, 198).
Chiesa italiana sia protetta da ogni surrogato di potere
Che Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro. La povertà evangelica è creativa, accoglie, sostiene ed è ricca di speranza.
La Chiesa riconosce i suoi figli abbandonati
Siamo qui a Firenze, città della bellezza. Quanta bellezza in questa città è stata messa a servizio della carità! Penso allo Spedale degli Innocenti, ad esempio. Una delle prime architetture rinascimentali è stata creata per il servizio di bambini abbandonati e madri disperate. Spesso queste mamme lasciavano, insieme ai neonati, delle medaglie spezzate a metà, con le quali speravano, presentando l’altra metà, di poter riconoscere i propri figli in tempi migliori. Ecco, dobbiamo immaginare che i nostri poveri abbiano una medaglia spezzata. Noi abbiamo l’altra metà. Perché la Chiesa madre, la Chiesa madre in Italia ha l’altra metà della medaglia di tutti e riconosce tutti i suoi figli abbandonati, oppressi, affaticati, e questo da sempre è una delle vostre virtù perché ben sapete che il Signore ha versato il suo sangue non per alcuni, né per pochi né per molti, ma per tutti.
Capacità di dialogo e incontro, ma non è negoziare
Vi raccomando anche, in maniera speciale, la capacità di dialogo e di incontro. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria “fetta” della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene comune per tutti. Discutere insieme, oserei dire arrabbiarsi insieme, pensare alle soluzioni migliori per tutti. Molte volte l’incontro si trova coinvolto nel conflitto. Nel dialogo si dà il conflitto: è logico e prevedibile che sia così. E non dobbiamo temerlo né ignorarlo ma accettarlo. «Accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo» (Evangelii gaudium, 227).
Umanesimo autentico è amore che accoglie e salva
Ma dobbiamo sempre ricordare che non esiste umanesimo autentico che non contempli l’amore come vincolo tra gli esseri umani, sia esso di natura interpersonale, intima, sociale, politica o intellettuale. Su questo si fonda la necessità del dialogo e dell’incontro per costruire insieme con gli altri la società civile. Noi sappiamo che la migliore risposta alla conflittualità dell’essere umano del celebre homo homini lupus di Thomas Hobbes è l’«Ecce homo» di Gesù che non recrimina, ma accoglie e, pagando di persona, salva.
Chiesa sia fermento di dialogo, di incontro, di unità
La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media... La Chiesa sia fermento di dialogo, di incontro, di unità. Del resto, le nostre stesse formulazioni di fede sono frutto di un dialogo e di un incontro tra culture, comunità e istanze differenti. Non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia.
Necessario esodo per autentico dialogo
Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà. E senza paura di compiere l’esodo necessario ad ogni autentico dialogo. Altrimenti non è possibile comprendere le ragioni dell’altro, né capire fino in fondo che il fratello conta più delle posizioni che giudichiamo lontane dalle nostre pur autentiche certezze: è fratello.
I credenti sono cittadini
Ma la Chiesa sappia anche dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all’interno del dibattito pubblico: è questa una delle forme del contributo specifico dei credenti alla costruzione della società comune. I credenti sono cittadini. E lo dico qui a Firenze, dove arte, fede e cittadinanza si sono sempre composte in un equilibrio dinamico tra denuncia e proposta. La nazione non è un museo, ma è un’opera collettiva in permanente costruzione in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose.
Ai giovani: mettetevi al lavoro per una Italia migliore
Faccio appello soprattutto «a voi, giovani, perché siete forti», come diceva l’Apostolo Giovanni (1 Gv 1,14). giovani, superate l’apatia. Che nessuno disprezzi la vostra giovinezza, ma imparate ad essere modelli nel parlare e nell’agire (cfr 1 Tm 4,12). Vi chiedo di essere costruttori dell’Italia, di mettervi al lavoro per una Italia migliore. Per favore, non guardate dal balcone la vita, ma impegnatevi, immergetevi nell’ampio dialogo sociale e politico. Le mani della vostra fede si alzino verso il cielo, ma lo facciano mentre edificano una città costruita su rapporti in cui l’amore di Dio è il fondamento. E così sarete liberi di accettare le sfide dell’oggi, di vivere i cambiamenti e le trasformazioni.
Non costruire muri ma ospedali da campo
Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo. Voi, dunque, uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfr Mt 22,9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, «zoppi, storpi, ciechi, sordi» (Mt 15,30). Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo.
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Una Chiesa col volto di mamma che comprende e innova con libertà
Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà. L’umanesimo cristiano che siete chiamati a vivere afferma radicalmente la dignità di ogni persona come Figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria e l’umorismo, anche nel mezzo di una vita tante volte molto dura.
Approfondire Evangelii gaudium
Sebbene non tocchi a me dire come realizzare oggi questo sogno, permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sopra le tre o quattro priorità che avete individuato in questo convegno. Sono sicuro della vostra capacità di mettervi in movimento creativo per concretizzare questo studio. Ne sono sicuro perché siete una Chiesa adulta, antichissima nella fede, solida nelle radici e ampia nei frutti. Perciò siate creativi nell’esprimere quel genio che i vostri grandi, da Dante a Michelangelo, hanno espresso in maniera ineguagliabile. Credete al genio del cristianesimo italiano, che non è patrimonio né di singoli né di una élite, ma della comunità, del popolo di questo straordinario Paese.
Affidati a Maria
Vi affido a Maria, che qui a Firenze si venera come “Santissima Annunziata”. Nell’affresco che si trova nella omonima Basilica – dove mi recherò tra poco –, l’angelo tace e Maria parla dicendo «Ecce ancilla Domini». In quelle parole ci siamo tutti noi. Sia tutta la Chiesa italiana a pronunciarle con Maria. Grazie.
(Da Radio Vaticana)
Incontro il 15 dicembre all'USI: "Tre autrici, tra teologia e scrittura"
Nell’ambito del 30esimo dalla sua fondazione, la Facoltà di Teologia di Lugano invita ad una serata di confronto con tre donne ticinesi che hanno svolto parte del loro percorso di studi presso di essa: Myriam Di Marco, Stella N'Djoku e Laura Quadri.
Nell’ambito dei festeggiamenti per il 30esimo dalla sua fondazione, la Facoltà di Teologia di Lugano invita il 15 dicembre alle 18.30 all’Auditorium dell’USI ad una serata di confronto con tre donne ticinesi che hanno svolto parte del loro percorso di studi presso di essa, accomunate dalla passione per la ricerca e la scrittura.
Myriam Lucia Di Marco svolge attività di ricerca e insegnamento nel campo filosofico e politico mediorientale. Ha pubblicato nel 2021 il volume «Mamma ritorneremo? Il mio normalissimo Israele» (Ed. San Paolo) sul suo periodo di studio alla School of Political Science dell’University of Haifa.
Stella N’Djoku, laureatasi alla FTL in filosofia, con «Il tempo di una cometa » (Ensemble, 2019) è alla sua prima raccolta di poesie. Oltre a svolgere un dottorato nell’ambito delle Scienze religiose, lavora per l’eLearning Lab dell’USI e per la RSI.
Laura Quadri, oltre a essere giornalista per Catholica e catt.ch e dottoranda in lettere, è autrice del volume «Una fabula mystica nel Seicento italiano: Maria Maddalena de’ Pazzi e le Estasi (1609-1611)» (Olschki, 2020). Ha conseguito presso la FTL, dal 2013 al 2015, il master in Diritto canonico.
Modera la serata Michele Amadò.

Merkel chiede leatà agli immigrati turchi
L'appello della cancelliera tedesca arriva in seguito a una manifestazione da 40mila persone in favore del presidente turco Erdogan dopo il fallito colpo di Stato.
L'appello della cancelliera tedesca arriva in seguito a una manifestazione da 40mila persone in favore del presidente turco Erdogan dopo il fallito colpo di Stato. Continua a leggere sul Giornale del Popolo.
Guardia Pontificia: nuovo ufficio stampa e reclutamento in Svizzera
La Guardia Svizzera Pontificia sta espandendo la sua presenza in Svizzera creando un ufficio stampa e un punto di contatto per le autorità.
La Guardia Svizzera Pontificia sta espandendo la sua presenza in Svizzera creando un ufficio stampa e un punto di contatto per le autorità. Il Comandante della Guardia Svizzera ha affidato il nuovo compito a Stefan Wyer. Il nuovo ufficio è ora raggiungibile al seguente indirizzo email: comunicazione@guardiasvizzera.ch
A causa dell'aumento dell'organico della Guardia Svizzera Pontificia da 110 a 135 uomini, la necessità di assumere nuove reclute è aumentata. Il reclutamento deve quindi essere sostenuto da un lavoro di pubbliche relazioni più attivo. Ad esempio, sarà creato un punto di contatto diretto per i media svizzeri, e le attività di informazione dei partner della Guardia, come la Fondazione della Guardia Svizzera Pontificia, la Fondazione Caserma e l'Associazione delle ex-Guardie Svizzere, saranno coordinate in maniera più stretta. L'Ufficio di collegamento rappresenta anche gli interessi del Corpo presso le autorità e nei confronti della politica. Il responsabile dell'ufficio media e relazioni sarà il 57enne Stefan Wyer. È originario di Visp (VS) ed ha avuto rapporti diretti con la Guardia Svizzera per diversi anni. Dal 1° luglio 2022 è consulente aziendale indipendente per comunicazione e politica. Stefan Wyer riferisce direttamente al Comandante della Guardia Svizzera e lavora a stretto contatto con il Capo dell’Ufficio Informazioni e reclutamento (IRS), il Sig. Bernhard Messmer.
Le informazioni sulla Guardia sono disponibili sul sito web www.schweizergarde.ch
Contatto nel Vaticano: Vice-caporale Manuel von Däniken / +39 06 698 98 100 / media@gsp.v
La benedizione di coppie dello stesso sesso: un gesto pastorale che occorre comprendere correttamente
Il canonista ticinese Arturo Cattaneo interviene facendo il punto tra novità, controversie e dibattiti attorno a Fiducia Supplicans la dichiarazione del Dicastero della Dottrina della fede uscita il 18 dicembre 2023
di don Arturo Cattaneo*
Il 18 dicembre 2023 il Dicastero per la Dottrina della Fede ha pubblicato, con l’approvazione esplicita di Papa Francesco, la Dichiarazione «Fiducia supplicans» sul senso pastorale delle benedizioni. Con essa si è voluto «ampliare ed arricchire il senso delle benedizioni» (n. 7), in modo che possano essere contemplate, «con un approccio maggiormente pastorale» (n. 21), anche quelle impartite «al di fuori di un quadro liturgico» (n. 23), ossia senza un apposito rito liturgico. Si tratta di un testo in cui si respira l’anelito pastorale di Papa Francesco, il suo vivo desiderio di accogliere e accompagnare ogni persona o coppia, mostrando loro il volto materno della Chiesa con quel «gesto pastorale, così amato e diffuso» proprio delle benedizioni. La rilevanza del documento si evince, considerando che l’ultima Dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede venne pubblicata ben ventitré anni orsono. Era l’importante Dichiarazione Dominus Iesus, sull’unicità e l’universalità salvifica di Cristo e della Chiesa, il principale documento pubblicato nell’anno del grande giubileo del 2000.
La novità
La grande novità di questo documento consiste nel permettere di benedire anche coppie in situazioni irregolari (cioè che vivono come coniugi pur non essendo validamente sposati) e coppie dello stesso sesso. Sorprende soprattutto per queste ultime coppie, dato che ciò era stato esplicitamente escluso sia dal Rituale Romano del 1985, sia dallo stesso Dicastero per la Dottrina della Fede nel 2021.
Il Rituale Romano (l’edizione italiana a cura della CEI è del 1992) aveva infatti richiesto per poter compiere una benedizione che «non si tratti di cose, luoghi o contingenze che siano in contrasto con la legge o lo spirito del Vangelo» (n. 13). Ancora più esplicita fu la proibizione pronunciata nel 2021 dallo stesso Dicastero per la Dottrina della Fede che affermò: «Quando si invoca una benedizione su alcune relazioni umane occorre – oltre alla retta intenzione di coloro che ne partecipano – che ciò che viene benedetto sia oggettivamente e positivamente ordinato a ricevere e ad esprimere la grazia, in funzione dei disegni di Dio iscritti nella Creazione e pienamente rivelati da Cristo Signore. Sono quindi compatibili con l’essenza della benedizione impartita dalla Chiesa solo quelle realtà che sono di per sé ordinate a servire quei disegni. Per tale motivo, non è lecito impartire una benedizione a relazioni, o a partenariati anche stabili, che implicano una prassi sessuale fuori dal matrimonio (vale a dire, fuori dell’unione indissolubile di un uomo e una donna aperta di per sé alla trasmissione della vita), come è il caso delle unioni fra persone dello stesso sesso. La presenza in tali relazioni di elementi positivi, che in sé sono pur da apprezzare e valorizzare, non è comunque in grado di coonestarle e renderle quindi legittimamente oggetto di una benedizione ecclesiale, poiché tali elementi si trovano al servizio di una unione non ordinata al disegno del Creatore». Perciò, si «dichiara illecita ogni forma di benedizione che tenda a riconoscere le loro unioni. In questo caso, infatti, la benedizione manifesterebbe l’intenzione […] di approvare e incoraggiare una scelta ed una prassi di vita che non possono essere riconosciute come oggettivamente ordinate ai disegni rivelati di Dio» (Responsum della Congregazione per la Dottrina della Fede ad un dubium circa la benedizione delle unioni di persone dello stesso sesso, 22.II.2021).
Con alcune precisazioni che ora ricorderò, si è voluto fare il possibile per mostrare anche ai fedeli nelle succitate difficili situazioni la vicinanza della Chiesa, che desidera offrire sempre conforto e incoraggiamento, invitando «ad avvicinarsi sempre di più all’amore di Cristo» (n. 44), con la certezza che Dio non abbandona nessuno.
Le precisazioni
Gli autori di questa Dichiarazione sono certamente consapevoli che tale novità può dare adito a un grave malinteso e a una confusione. Il malinteso di intendere la benedizione quale «forma di legittimazione morale a un’unione che presuma di essere un matrimonio oppure a una prassi sessuale extra-matrimoniale». Di conseguenza, il testo precisa che la benedizione qui considerata è un gesto che «non pretende di sancire né di legittimare nulla» (n. 34) e anche che con essa «non si intende legittimare nulla ma soltanto aprire la propria vita a Dio, chiedere il suo aiuto per vivere meglio, ed anche invocare lo Spirito Santo perché i valori del Vangelo possano essere vissuti con maggiore fedeltà» (n. 40). È pure significativo che il cardinale Fernández, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, conclude la presentazione del documento, assicurando che questo nuovo tipo di benedizione concessa a coppie irregolari o dello stesso sesso non significa «convalidare ufficialmente il loro status o modificare in alcun modo l’insegnamento perenne della Chiesa sul matrimonio». Il 4 gennaio 2024 il Dicastero per la Dottrina della Fede ha pubblicato un «Comunicato stampa circa la ricezione di Fiducia supplicans». In esso si ribadisce che «che si tratta di benedizioni senza forma liturgica che non approvano né giustificano la situazione in cui si trovano queste persone» (n. 2).
La confusione che potrebbe crearsi è quella di equiparare in qualche modo la benedizione «non ritualizzata» (n. 39) con quella impartita dal ministro ordinato nella celebrazione sacramentale del matrimonio. Per ben sei volte la Dichiarazione insiste sulla necessità di evitare una simile confusione (cfr. nn.: 4, 5, 6, 30, 31 e 39). Si tratta di evitare che «si riconosca come matrimonio qualcosa che non lo è» (n. 4). Si stabilisce perciò che questa benedizione «non ritualizzata» va svolta in modo da evitare qualsiasi confusione «con la benedizione propria del sacramento del matrimonio» (n. 31), dato che l’unione di una coppia in situazione irregolare o dello stesso sesso «in nessun modo può essere paragonata al matrimonio» (n. 30). Per evitare tale possibile confusione, oltre all’indicazione di astenersi dall’utilizzo di qualsiasi rito liturgico, si prescrive che «mai verrà svolta contestualmente ai riti civili di unione e nemmeno in relazione a essi. Neanche con degli abiti, gesti o parole propri di un matrimonio. Lo stesso vale quando la benedizione è richiesta da una coppia dello stesso sesso» (n. 39). Queste precisazioni costituiscono chiaramente un freno per quei vescovi (soprattutto in Germania e Belgio) che hanno già espresso l’intenzione di stabilire un rito per le benedizioni delle coppie dello stesso sesso.
Le discussioni
Questa Dichiarazione è stata accolta in modo assai diverso. Molti media laici hanno parlato di un cambiamento di dottrina atteso da tempo, nel senso che finalmente anche la Chiesa accetta coppie dello stesso sesso e permette che vengano benedette. All'interno della Chiesa, c’è stato chi ha lodato l'apertura del documento alla benedizione delle coppie dello stesso sesso come un passo nella giusta direzione. Per altri, l'apertura non è sufficiente, perché la Dichiarazione sottolinea che gli insegnamenti della Chiesa riguardanti il matrimonio non vengono cambiati. Ci sono anche voci che l’hanno criticata apertamente, considerandola non in linea con l'insegnamento della Chiesa e, in modo particolare, perché si dà l’impressione di legittimare le unioni omosessuali. Alcune prese di posizione, anche da parte di diversi vescovi, cardinali e di una ventina di Conferenze episcopali hanno manifestato delle critiche e alcune hanno proibito di impartire tali benedizioni. A questo proposito va osservato che il documento non impone queste benedizioni, ma parla sempre di «possibilità», lasciando quindi alla prudenza pastorale di ogni vescovo o Conferenza episcopale se accogliere o meno ciò che si suggerisce. Il Papa è certamente consapevole che la sensibilità predominante in certi paesi fa sì che la prudenza pastorale non renda consigliabile impartire quelle benedizioni. Il documento ricorda comunque che è sempre possibile offrire una benedizione alle singole persone o a gruppi di persone anche se vivono in situazioni di peccato, ossia «non ordinate al disegno del Creatore» (n. 28).
Ciò è stato sottolineato dal succitato «Comunicato stampa» che ha fatto notare che «ogni Vescovo locale, in virtù del suo proprio ministero, ha sempre il potere di discernimento in loco, cioè in quel luogo concreto che conosce più di altri perché è il suo gregge. La prudenza e l’attenzione al contesto ecclesiale e alla cultura locale potrebbero ammettere diverse modalità di applicazione, ma non una negazione totale o definitiva di questo cammino che viene proposto ai sacerdoti.
Il caso di alcune Conferenze episcopali deve essere compreso nel proprio contesto. In diversi Paesi ci sono forti questioni culturali e perfino legali che richiedono tempo e strategie pastorali che vanno oltre il breve termine» (nn. 2 e 3).
Tali critiche sono comprensibili se si tiene presente che lo stesso termine «benedire» significa «dire bene» e nel linguaggio comune viene inteso non solo come una supplica, una richiesta di aiuto a Dio, ma anche quale lode, approvazione, autorizzazione, benestare. Si dice per esempio che una iniziativa è stata «benedetta». Ma approvare l’unione fra due persone dello stesso sesso costituirebbe una clamorosa contraddizione con l’insegnamento del magistero raccolto nel Catechismo della Chiesa cattolica ai punti 2352-2359 e 2390. Ricordo solo quest’ultimo: «L’atto sessuale deve aver posto esclusivamente nel matrimonio; al di fuori di esso costituisce sempre un peccato grave ed esclude dalla Comunione sacramentale». Il succitato «Comunicato stampa» propone di distinguere fra «coppia» e «unione», nel senso di affermare che si benedice la «coppia» ma non la loro «unione»: Si osserva infatti che trattasi di «semplici benedizioni pastorali (non liturgiche né ritualizzate) di coppie irregolari (non delle unioni)» (n. 2). Tale distinzione risulta poco chiara, poiché il concetto di coppia include necessariamente un riferimento ad una relazione, e non semplicemente a due persone. Due persone senza una particolare relazione tra di loro non sono una coppia.
La Dichiarazione specifica che questa benedizione «non ritualizzata» è «un semplice gesto che fornisce un mezzo efficace per accrescere la fiducia in Dio da parte delle persone che la chiedono» (n. 36). Si precisa anche che con tale benedizione il ministro ordinato si unisce «alla preghiera di quelle persone che, pur in una unione che in nessun modo può essere paragonata al matrimonio, desiderano affidarsi al Signore e alla sua misericordia, invocare il suo aiuto, essere guidate a una maggiore comprensione del suo disegno di amore e verità» (n. 30). E ancora: «Queste forme di benedizione esprimono una supplica a Dio perché conceda quegli aiuti che provengono dagli impulsi del suo Spirito» (n. 31). Tali descrizioni portano a considerare questa benedizione quale «preghiera», «affidamento alla misericordia del Signore», «invocazione del suo aiuto», o una «supplica a Dio». Forse si sarebbero potute evitare tante perplessità e controversie, usando questi termini al posto di «benedizione».
*docente di diritto canonico alla Facoltà di teologia di Lugano
leggi anche: la reazione dei vescovi svizzeri alla pubblicazione della dichiarazione Fiducia Supplicans
Leggi anche: L'articolo di presentazione della dichiarazione Fiducia Supplicans
Leggi anche: Benedizione a coppie di fatto e dello stesso sesso, e la sfida pastorale: la riflessione del teologo Alberto Cozzi (catt.ch)Alberto Cozzi
Giuria ecumenica del Festival del film di Locarno: 50 anni di sensibilizzazione su valori sociali, umani e religiosi
È dal 1973 che l'associazione cattolica Signis e la rete internazionale Interfilm, sono presenti al Festival del film di Locarno con una giuria ecumenica.
di Gino Driussi
È dal 1973 che l’Associazione cattolica mondiale per la comunicazione Signis e la rete internazionale Interfilm, di matrice prevalentemente protestante, sono presenti al Festival del film di Locarno con una giuria ecumenica, la prima di questo genere in una rassegna cinematografica internazionale. Quest’anno cade dunque il 50esimo anniversario di un’istituzione creata per premiare quei registi che, con il loro talento artistico, riescono a sensibilizzare spettatori e spettatrici su valori religiosi, umani e sociali basati sulla giustizia, la pace e il rispetto, senza dimenticare gli aspetti spirituali.
Diversi eventi sono in programma per festeggiare questo giubileo. Così martedì 8 agosto, in occasione del ricevimento offerto dalla presidenza del Festival e dalle organizzazioni cattolica ed evangelica del cinema, riceverà il premio d’onore l’85enne regista ungherese István Szabó, vincitore del Pardo d’oro nel 1974 con «Via dei pompieri N. 25» e dell’Oscar per il miglior film straniero nel 1981 con «Mephisto». Szabó parteciperà inoltre a una tavola rotonda pubblica giovedì 10 agosto alle 10.30 presso lo Spazio Cinema di Locarno sul tema: «István Szábo: cinema, cultura e spiritualità – 50 anni di giuria ecumenica a Locarno». Per l’occasione, nel pomeriggio alle ore 15 al PalaCinema 1 verrà proiettato in anteprima europea il suo ultimo film, «Final Report», realizzato nel 2020.
Quest’anno la giuria ecumenica del Festival di Locarno è composta da 4 membri: Petra Bahr (presidente, Germania), Micah Bucey (Stati Uniti), Marie-Therese Mäder (Svizzera) e Joachim Valentin (Germania).
Ieri nella «chiesa nuova» la celebrazione ecumenica
Marie-Therese Mäder, studiosa di etica dei media e scienze religiose, ha tenuto la meditazione durante la consueta celebrazione ecumenica del Festival, che – plurilingue e aperta a tutti – ha avuto luogo domenica 6 agosto nella chiesa di S. Maria Assunta (la cosiddetta «chiesa nuova»), in via Cittadella a Locarno. L'ha organizzata la Comunità di lavoro delle Chiese cristiane nel Canton Ticino, in collaborazione con la parrocchia cattolica e la Chiesa evangelica riformata di Locarno e dintorni. Questo momento di spiritualità, sempre molto apprezzato e interrotto solamente a causa della pandemia, si rinnova di anno in anno dal 1990. Proposto dall’allora Commissione ecumenica di dialogo del Canton Ticino, venne accolto con grande interesse dal presidente del Festival Raimondo Rezzonico. Per diversi anni, la partecipazione di un consigliere o di una consigliera federale a questa celebrazione è stata una costante: ricordiamo in particolare quelle di Ruth Dreifuss, la quale, durante tutto il periodo che l’ha vista in governo (dal 1993 al 2002), non è mai mancata una volta a questo appuntamento, e anche di Flavio Cotti. L’8 agosto 1999, in occasione del suo decimo anniversario, la celebrazione venne trasmessa in diretta dalla Televisione della Svizzera italiana dalla Sopracenerina.
Nella Giuria ecumenica, fondata nel 1973, opera l’Associazione cattolica «Signis» e la rete internazionale «Interfilm».
Le Confraternite europee riunite a Lugano attingono la linfa per aprire nuove strade
L'impegno condiviso per l'accoglienza e una nuova evangelizzazione, e la necessità di lavorare insieme sono alcuni dei temi emersi durante la giornata del Forum paneuropeo delle Confraternite, che si è svolto ieri a Lugano.
Interessante, motivante e ben partecipato il primo Forum paneuropeo delle Confraternite, tenutosi, ieri, sabato 15 febbraio a Lugano presso l’Auditorium dell’Università della Svizzera Italiana. Un significativo incontro promosso in valida collaborazione dalla Confederazione delle Confraternite delle Diocesi d’Italia e dalla Confraternita San Carlo di Lugano nel 400.mo della sua Fondazione. Significativa la prospettata partecipazione di delegati provenienti da Austria, Italia, Francia, Spagna, Polonia, Portogallo, Svizzera, Andorra, Monaco, Lichtenstein e Malta, in rappresentanza di circa 15 mila Confraternite con circa 6-7 milioni di aderenti, come leggiamo nella lettera d’invito inviata lo scorso 31 gennaio alle Confraternite della Diocesi di Lugano.
Un incontro per avviare un cammino nella chiara e sicura prospettiva di aprire una strada capace di ulteriori sviluppi, consapevoli che il “lavorare insieme” costituisce sempre un valido orizzonte.
Apertura dei lavori
Dando avvio ai lavori il dott. Umberto Angeloni, chiamato a dirigere in gran parte lo svolgersi della giornata, ha rivolto il suo accogliente saluto ai presenti e ha dato lettura di un messaggio inviato dal Card. Angelo Bagnasco ai partecipanti “chiamati a riflettere sulla loro importante missione di testimoni del Vangelo nelle Diocesi di tutta Europa, con l’importante compito di trasmettere tradizioni e cultura alle nuove generazioni”. Ha quindi invitato il Cardinale Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione, a chiedere la protezione di Maria sul Forum, invocandola con la preghiera più antica dedicata alla Vergine: “Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei Genetrix”.
Saluti iniziali
Hanno poi rivolto il loro saluto ai partecipanti Guido Baumann e Francesco Antonetti, rispettivamente il Priore della Confraternita Luganese di San Carlo e il Preside della Confederazione delle Confraternite delle Diocesi d’Italia. Nei loro interventi hanno espresso fraterna accoglienza e riconoscenza per la partecipazione a questo importante incontro dagli intensi contenuti e dalle prospettive luminose di fiducia e speranza, nella consapevolezza che la presenza delle Confraternite nella Chiesa ha percorso i secoli e rimane significativa a vari livelli, con particolare riferimento all’impegno della nuova evangelizzazione.
Si è quindi dato spazio ai significativi saluti del Sindaco Marco Borradori, del Municipale Roberto Badaracco, del Presidente del Governo Christian Vitta e del Gran Consigliere e fedele Confratello Michele Guerra, gentilmente presentati dalla dott. Antonella Veronesi Gaglio, Cancelliera della Confraternita luganese di San Carlo. Tutti hanno sottolineato la valida presenza delle Confraternite nella Società con particolare riferimento alla solidarietà e ai legami sociali che le stesse sanno costruire nell’orizzonte luminoso della loro proposta umana e cristiana. Significativi inoltre i frequenti richiami al Convegno su San Carlo promosso gli scorsi giorni dalla locale Facoltà di teologia.
I dati del censimento
I lavori sono quindi proseguiti con la presentazione dei dati raccolti attraverso un censimento promosso presso le Confraternite dei vari Paesi europei. Quanto raccolto è stato didatticamente presentato da Francesco Antonetti, che ha dapprima precisato la presenza di 20’000 Confraternite, comprendenti 6 milioni fra confratelli e consorelle.
Ha suddiviso impegno e lavoro delle stesse con significative categorie, rispettivamente rivolte:
alla carità: assistenza infermi e anziani, funerali e cappelle cimiteriali, economato sociale, banchi e aiuti alimentari, borse della carità, centri di educazione sociale e di ricerca di lavoro, soccorsi in caso di calamità naturali;
alle missioni: sostegno al clero, adozioni a distanza;
alle attività di culto: processioni, pellegrinaggi, preghiera, penitenza, ricordo dei defunti;
alle attività di catechesi: formazione e noviziati, luoghi di predicazione;
alle attività culturali: rivolte in particolare alla conservazione dei patrimoni di arte e di architettura di proprietà delle Confraternite o affidate alla loro responsabilità, al canto sacro, alla pubblicazione di libri a temi storico-culturali, alla promozione di convegni.
Emersi pure dal censimento taluni elementi di criticità, così sintetizzati:
poca sintonia a volte fra Confraternite e Curie;
mancanza di conoscenza reciproca e di collaborazione fra i vari Paesi;
difficoltà talora di dialogo con padri spirituali e Ordinari diocesani;
rischio di contaminazioni politiche;
difficoltà di coinvolgimento delle nuove generazioni.
Con riferimento a questo primo Forum paneuroeo sono emerse attese relativamente:
alla protezione dei rispettivi beni spirituali;
al rapporto fra Confraternite e Clero;
al rapporto con le istituzioni politiche;
alla soluzione di talune conflittualità che possono emergere;
alle modalità di coinvolgimento delle nuove generazioni.
Il Forum si apriva così su un interessante clima di attese e di altrettante risposte, nella finalità di rendere le Confraternite, in piena fedeltà alla loro identità e alle loro tradizioni, sono presenti e attive, con i rispettivi e preziosi carismi, rivolgendo un’attenzione particolare all’orizzonte della nuova evangelizzazione, tanto importante e determinante in questa Europa gravemente percorsa dalla secolarizzazione, che talora sconfina nella scristianizzazione.
Il messaggio del Cardinale Rino Fisichella
La parola è quindi passata al Cardinale Rino Fisichella, il cui chiaro intervento, peraltro ben didatticamente impostato, ha tracciato delle coordinate tanto precise quanto arricchenti all’interno dei lavori. Rivolgendosi all’entità stessa del Forum ha intravisto la capacità di “creare una realtà alla quale guardiamo con fiducia, partendo dall’esperienza di questo incontro”. Nel contempo ha colto in questo incontrarsi “l’esigenza di unitarietà e di complementarità dentro una cultura fortemente frammentaria”.
Ha impostato il suo intenso messaggio, appoggiandosi sulle chiare ed incisive parole suggerite da Papa Francesco al suo incontro del 5 maggio 2013 con le Confraternite giunte in pellegrinaggio a Roma per l’anno della fede.
Evangelicità, per sottolineare l’importante presenza delle Confraternite nelle rispettive Chiese, richiamando al riguardo il loro essere depositarie di una memoria storica, che permette di vivere pienamente una appartenenza che diviene identità. Questa memoria storica non rimane ancorata al passato, ma si proietta sul presente. Da questa prospettiva scaturisce l’impegno della presenza della Chiesa nel mondo, con la capacità di inserirsi nelle diverse culture, di assumerle e trasformarle, in fedeltà al mandato evangelico di essere sale, luce, lievito.
Ecclesialità, che diviene la modalità legittima di vivere la fede e il conseguente impegno della sua trasmissione. Ha richiamato al riguardo la dimensione comunitaria del vivere la fede, esemplificandola nel passaggio dal “credo” dei primi secoli, al “crediamo” del quarto secolo, con la conseguenza di sentirsi popolo che crede e di avere una coscienza ecclesiale, vivendo nel contempo l’esperienza di non sentirsi soli, ma con la Chiesa e di essere Chiesa.
Missionarietà, facendo entrare la fede nelle diverse culture in una autentica opera di misericordia. Ha richiamato al riguardo le opere di misericordia spirituali e corporali, chiamate in particolare a dare dignità alle persone e ha sottolineato la forte presenza delle Confraternite attive peraltro in una dimensione di gratuità, con riferimento all’evangelico “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.
In questa prospettiva ha pure sottolineato che l’accoglienza diviene fondamentale per la vita delle Confraternite al di là di ogni esclusione. Soffermandosi poi sui nuovi linguaggi, che superano le categorie del tempo e dello spazio, con quelle ormai dell’ hic et nunc, ha invitato ad una riflessione culturale che faciliti nel contempo la stessa trasmissione. Ha infine invitato le Confraternite a esprimere al meglio la via della bellezza, attraverso un impegno che richiede passione, mezzi, fantasia, creatività, cogliendo anche nell’arte un’espressione di fede. In questa prospettiva ha sottolineato la necessità di dare spazio allo Spirito Santo e di sempre camminare in avanti in nome della Chiesa. Con la preghiera mariana dell’Angelus ha rinnovato l’invocazione a Maria, percorrendone il cammino nella storia della salvezza.
Charta 2020
Lungo la linea di un impegno sempre più condiviso è stata presentata la Charta 2020 delle Confraternite, che sarà oggetto di attenta riflessione al fine di diventare la “costituzione delle stesse”. Questo documento posto in consultazione sintetizza un percorso intenso quanto all’essere, al fare e al volere, con questa significativa chiusura: “Memori della chiamata ad essere nel mondo, ma non del mondo, siamo confortati e rassicurati ad intraprendere questa nuova tappa evangelizzatrice marcata dalla gioia del Vangelo che riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Imploriamo fiduciosi la materna protezione della Regina Confessorum Fidei, mentre, ispirandoci al suo soave esempio, osiamo dire: Eccoci, noi siamo servi del Signore”.
Spazio ai delegati
Sono seguiti gli interventi dei vari delegati Spagna (Malaga e Valladolid), Francia, Polonia, Portogallo, Italia, che hanno presentato le rispettive attività e prospettive, soffermandosi in particolare sulla necessità del dialogo e dell’unità, come pure sugli strumenti e le modalità capaci di coinvolgere le nuove generazioni. In particolare il delegato della Spagna (Andalusia), ha invitato a partecipare all’incontro che verrà promosso nell’autunno 2021 a Malaga, in occasione del centenario del raggruppamento delle Confraternite andaluse. Un incontro che potrebbe segnare una continuità dello stesso Forum e al quale il Card. Rino Fisichella, esplicitamente invitato dal delegato andaluso, ha assicurato la sua presenza, subordinandola ovviamente a nuove situazioni che sull’arco di un anno potrebbero presentarsi.
Gli interventi dei delegati sono proseguiti nel pomeriggio, dove, alla riapertura dei lavori, i partecipanti sono stati informati della gradita presenza di Radio Maria e del messaggio pervenuto dalla Segretaria di Stato Vaticana circa la ricerca e la trasmissione di adeguate documentazioni in vista del rinnovo di antiche indulgenze.
Significative proposte
Michele Guerra, facendo riferimento allo sforzo anche economico che i promotori del Forum hanno dovuto sostenere per i vari aspetti organizzativi, ha prospettato la creazione di un apposito gruppo che dia indicazioni regolamentari per convegni e incontri, prospettando al riguardo anche una quota annua di sostegno da parte di Confraternite e di singoli benefattori.
René Roux, Rettore della Facoltà teologica di Lugano, ha prospettato l’utilità di una valida collaborazione della stessa Facoltà per una riflessione teologica sull’identità delle Confraternite, nella prospettiva pure di un arricchimento reciproco.
Dall’Italia è stato richiamato l’impegno della Confraternita di Gubbio a salvaguardare un suo gonfalone opera di Raffaello. Al riguardo è stato sottolineato che la conservazione di simili beni, il loro restauro, la loro valorizzazione, come pure il farli conoscere richiede un forte impegno e il coinvolgimento di persone appositamente preparate. Interessante la conseguente proposta di un museo informatico, che, sfruttando le nuove metodologie e i nuovi linguaggi, permetta un’ampia conoscenza di questi patrimoni, suscettibile pure di interessanti sviluppi relativamente alla conoscenza stessa delle Confraternite e della loro identità, con possibili conseguenze a livello di coinvolgimento e in particolare delle nuove generazioni.
Pervenuta pure la proposta del Priorato Diocesano di Savona e Chiavari di “sostenere un progetto da presentare all’UNESCO inerente un bene immateriale prezioso come la devozione popolare e la solidarietà nelle Confraternite”. Nella presentazione, datata Savona 10 febbraio 2020, si sottolinea e si legge: “L’obiettivo dell’UNESCO è proporre all’umanità e riconoscere quei valori comuni ad ogni essere. Il nostro progetto riguarda proprio un Bene immateriale che valorizzi le relazioni tra i popoli, la reciproca conoscenza, i valori fondamentali dell’esistenza: cultura, arte, storia, fede, tradizioni comuni che ancora oggi determinano i legami tra le nazioni”. In questa prospettiva i promotori di tale iniziativa hanno già avviato contatti con altri Paesi in Europa e fuori.
Il messaggio del Cardinale Michele Pennisi
Significativo l’intervento prima delle conclusioni del Cardinale Michele Pennisi, Arcivescovo di Monreale e Assistente Ecclesiastico della Confederazione delle Confraternite riunite delle Diocesi d’Italia. Ha ringraziato per l’incontro, sottolineando l’utilità di un coordinamento e della riflessione sulla missione delle Confraternite in un contesto socio-culturale segnato da individualismo, frammentazione, solitudine e indifferenza. In tale prospettiva la solidarietà propria delle Confraternite è un vaccino tanto importante quanto efficiente. Ha sottolineato la chiamata a fare l’esperienza di un’autentica fedeltà, privilegiando adeguati strumenti per un’azione pastorale concretizzata nella fattiva collaborazione fra le comunità, comprensiva della capacità di coinvolgere i giovani. Ha insistito sul ritrovare l’anima umanistica di un’Europa ormai invecchiata e stanca, portandovi una linfa vitale che irrori il presente, attingendo all’acqua pura del Vangelo. Per questo ha ben salutato la continuità del Forum, dotandolo di apposite strutture e richiamando al riguardo, con riferimento alle proposte emerse, gli aspetti finanziari e culturali, come pure i positivi rapporti con la Facoltà teologica.
Decisioni e conclusioni
In conclusione i presenti si sono pronunciati positivamente e all’unanimità.
sulla continuità dell’esperienza del Forum paneuropeo delle Confraternite;
sullo studio della Charta 2020;
sulla necessità di un Comitato europeo di coordinamento.
Sono stai chiamati a comporlo e hanno dato la loro adesione: Dom Tiago Henriques (Portogallo), Luis Bayona (Spagna), François Dunal (Francia), Umberto Angeloni (Italia e Svizzera).
Questi rispettivi compiti:
promuovere l’incontro a livello europeo delle Confraternite;
mettere in comune le esperienze alle quali attingere per beneficiarne;
promuovere contatti con la Santa Sede.
Vari interventi hanno espresso soddisfazione per il lavoro svolto sull’arco di una intensa giornata, segnata peraltro da fraternità, da spirito collaborativo e da dialogo, mentre è stato ribadito l’appuntamento per l’autunno 2021 in occasione dell’incontro presentato dal delegato dell’Andalusia.
È stato pure presentato il pellegrinaggio delle Confraternite mariane d’Italia in programma i prossimi 18-19 luglio a Loreto nell’anno giubilare di quel Santuario. Altre Confraternite sono cordialmente invitate a partecipare.
Il Presidente dell’Associazione delle Confraternite del Ticino, Natale Cremonini, ha espresso un saluto fraterno e un cordiale augurio a tutti, mentre Umberto Angeloni ha prospettato l’invio di un messaggio del Forum al Santo Padre e l’utilità di promuovere un incontro del neo eletto Comitato con il Consiglio Pontificio per la nuova evangelizzazione, prendendo preliminare contatto con il suo Presidente, il Cardinale Rino Fisichella.
L’Eucaristia al Sacro Cuore
In seguito, mentre calavano le prime ombre della sera, i partecipanti hanno raggiunto la vicina Basilica del Sacro Cuore per partecipare alla Santa Messa presieduta dal Vescovo di Lugano Valerio Lazzeri. Con lui hanno concelebrato il Cardinale Michele Pennisi, gli Assistenti ecclesiastici delle Confraternite presenti al Forum, alcuni Presbiteri luganesi. I fedeli sono stati accompagnati nel canto e nella preghiera dal m.o Antonio Tomás del Pino Romero, organista della Cattedrale di Malaga e dal Coro polifonico mediolanense “Amici Cantores”. Salutando i presenti Mons. Lazzeri ha espresso “la sua gioia particolare di celebrare l’Eucaristia con Presbiteri e Confraternite giunti da ogni parte d’Europa, per rinnovare lo slancio di essere testimoni sinceri del Vangelo in fedeltà alla loro missione”.
Nell’omelia con riferimento alle letture proposte dalla liturgia ha precisato alle Confraternite “l’importanza della vostra testimonianza in un tempo di grande confusione”. Ha richiamato a Confratelli e Consorelle che “non siete solo chiamati a marcare presenza con le vostre espressioni esterne, ma dovete cercare una giustizia superiore, accessibile attraverso il lavoro interiore”. Ha invitato “a far passare, attraverso la testimonianza, la novità singolare di Gesù”, vivendo “un cammino di fede verso la pienezza di vera fraternità”. Ha pregato il Signore perché “vi dia la gioia di crescere e porti a compimento l’opera che in voi ha già cominciato a operare”.
Al termine della ben partecipata celebrazione e prima della benedizione finale ha rinnovato “sincera gratitudine per il Forum”, con l’augurio di “scoprire di giorno in giorno il cammino verso la piena fraternità in totale fedeltà allo Spirito dal quale le Confraternite sono nate”.
Qui la foto gallery della Santa Messa
Gianni Ballabio
Armenia. La politica estera svizzera è chiamata in causa
La commissione Giustizia e pace dei vescovi svizzeri afferma che l'Armenia sta affrontando nuove minacce dopo l'espulsione di circa 150.000 armeni dal Nagorno-Karabakh da parte dell'Azerbaigian.
La commissione Giustizia e pace dei vescovi svizzeri in un comunicato rende noto che l'Armenia, la più piccola repubblica del Caucaso meridionale, affronta nuove minacce dopo l'espulsione di circa 150.000 armeni dal Nagorno-Karabakh da parte dell'Azerbaigian, il quale rivendica un corridoio nel sud dell'Armenia per ottenere un accesso diretto alla sua exclave Naxçıvan. Per evitare che la situazione sfoci in un ulteriore conflitto militare, la politica estera svizzera deve assumere una posizione più decisa in favore di una soluzione pacifica del conflitto.
La Commissione nazionale svizzera Giustizia e Pace e la rete delle Commissioni europee Giustizia e Pace sono preoccupate per le attuali tensioni nel Caucaso meridionale. In qualità di membro del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, la Svizzera si dovrebbe impegnare per i diritti umani e il rispetto del diritto internazionale. Questa appartenenza comporta anche una responsabilità politica. Se la Svizzera vuole essere all’altezza delle proprie aspirazioni, dei propri interessi e del suo rapporto ultracentenario con la popolazione armena, deve assumere un ruolo più impegnato in politica estera.
Nel corso di discussioni e scambi con ONG, organizzazioni umanitarie ed esperti politici sul campo, Giustizia e Pace ha osservato che, nonostante le concessioni sostanziali fatte dall'Armenia nei negoziati di pace in corso, le posizioni dure e inasprite dell'Azerbaigian rimangono invariate. La minaccia di ulteriori interventi militari è nell'aria. L'Azerbaigian è sostenuto dalla Turchia, mentre la Russia non onora i suoi obblighi di alleanza nei confronti dell'Armenia dal 2020. Ciò rende la situazione sul terreno una polveriera.
La risposta dell'Armenia alla situazione precaria di lunga data è di rivolgersi sempre più all'Europa, in particolare all'UE, a partire dal 2020. Anche la Svizzera ha dichiarato ufficialmente la propria disponibilità ad avvicinarsi all'Armenia da una prospettiva politica europea.
Per Giustizia e Pace, i seguenti aspetti della politica estera svizzera sono di primaria importanza dal punto di vista dell'etica della pace.
Il Consiglio federale e, se competente, il Parlamento dovrebbero:
insistere sull'attuazione di tutte le decisioni e raccomandazioni pertinenti della Corte internazionale di giustizia e della Corte europea dei diritti dell'uomo in relazione al conflitto tra Armenia e Azerbaigian;
adoperarsi per il rilascio di tutti i prigionieri di guerra e degli ostaggi detenuti dalle autorità azere arbitrariamente e, secondo il diritto internazionale, illegalmente;
fare pressione su entrambe le parti, in particolare sull'Azerbaigian, per risolvere tutte le questioni in sospeso esclusivamente attraverso negoziati e con mezzi pacifici, nel pieno rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale di ciascun Paese e del diritto internazionale. Occorre astenersi dall'uso della forza e dalla minaccia della forza;
adoperarsi per garantire che l'Azerbaigian si astenga da discorsi di odio discriminatorio e da continue dichiarazioni istigatorie volte a denigrare la comunità etnica armena;
fornire ai circa 150.000 rifugiati e sfollati in Armenia un'assistenza per l'integrazione e l'avviamento economico commisurata alla tradizione umanitaria e alle risorse finanziarie della Svizzera;
perseguire l'obiettivo di un ritorno sicuro, volontario e permanente di tutti gli armeni sfollati dalla loro patria del Nagorno-Karabakh e contribuire a far sì che possano condurre una vita libera da paure, intimidazioni e discriminazioni nella loro patria;
contribuire attivamente a garantire che una missione guidata dall'UNESCO, composta da esperti internazionali e locali indipendenti, abbia accesso al Nagorno-Karabakh per documentare lo stato degli antichi siti di fede cristiana e garantirne la conservazione;
contrastare qualsiasi altra violazione da parte dell'Azerbaigian che non tenga conto delle rivendicazioni dell'Armenia all'integrità territoriale secondo il diritto internazionale, alla rinuncia alla forza armata richiesta a livello internazionale e alla protezione delle minoranze, con mezzi legali, economici e politici i più rigorosi possibili, comprese sanzioni mirate contro i responsabili.
Con una simile posizione, la politica estera svizzera può contribuire, nel proprio interesse, in modo credibile e preventivo a uno sviluppo più stabile e pacifico del Caucaso meridionale.
Ticino: morto il pastore evangelico Otto Rauch. Un'altra vittima del Covid
È stato un esponente significativo della minoranza protestante nella Svizzera italiana e un pioniere nel campo ecumenico.
È morto martedì scorso, 17 novembre, a Lugano, il pastore evangelico riformato Otto Rauch. Vittima della pandemia di Covid19, è stato un esponente significativo della minoranza protestante nella Svizzera italiana e un pioniere nel campo ecumenico. Lo rende noto la Chiesa Evangelica Riformata in Ticino (CERT).
Nato nel 1936 e figlio dell’emigrazione engadinese in Italia, Otto Rauch è stato pastore in Val Bregaglia e in Val Poschiavo. Trasferitosi in Ticino, è stato coordinatore delle trasmissioni evangeliche alla Radiotelevisione della Svizzera italiana, segretario della Chiesa evangelica riformata nel Ticino e pastore a Lugano fino al 2001. Tra le sue opere più importanti va annoverata la traduzione ecumenica della Bibbia in lingua italiana, alla quale ha partecipato insieme a un gruppo di esperti cattolici e protestanti.
Un progetto per far rinascere il monastero di Mariastein
Il "Progetto Mariastein 2025" mira con alcuni interventi specifici ad assicurare un futuro a questa nota meta di pellegrinaggi, rafforzandone l'immagine come luogo di culto.
Si è costituito il 12 ottobre scorso un comitato di supporto all'iniziativa "Progetto Mariastein 2025". Vi fanno parte 29 membri di tutti gli ambiti della vita civile, sia svizzeri che delle nazioni vicine. Il progetto mira con alcuni interventi specifici ad assicurare un futuro a questa nota meta di pellegrinaggi, rafforzandone l'immagine come luogo di culto, anche se l'attuale comunità monastica presente non ha le forze per occuparsi di tutto. I membri dunque di questo comitato appena sorto, in dialogo con i monaci, dovranno proporre nuove idee, diventando al contempo una porta aperta sulle problematiche sociali, politiche, economiche del Paese, dato che, come detto, essi appartengono agli ambiti più disparati della società svizzera.
L'abate Peter von Sury ha dichiarato di essere molto grato a queste donne e questi uomini per aver accettato di mettere le loro conoscenze a disposizione del monastero. Il Progetto Mariasten 2025 è stato preparato su più anni, dal 2014 al 2018. Dal 1 gennaio 2019 guida questo progetto Mariano Tschuor, che può essere contatto per avere ulteriori informazioni: mariastein2025@kloster-mariastein.ch; +41 79 756 63 00.
A disposizione anche il sito del monastero e la sua email: info@kloster-mariastein.ch.
(red)
Davos: tra sfide economiche e tecniche c'è ancora "sete di umanità"
Un commento per catt.ch e Catholica di Mario Galgano, redattore svizzero a Vaticannews.
da Davos Mario Galgano*
Partecipando al Forum economico mondiale di Davos, il cardinale Peter Turkson, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e di quella delle Scienze sociali, ha sottolineato un aspetto particolare del messaggio inviato da papa Francesco ai leader globali e consegnato dal porporato a Davos. Turkson ha evidenziato l’importanza di cambiare gli obiettivi della leadership all’interno delle aziende, nonché l’imperativo per le imprese di contribuire alla società, al di là della massimizzazione dei propri profitti.
La Chiesa cattolica aderisce da tempo al Forum nei Grigioni e proprio il cardinale ghanese ne è la prova: da molti anni Turkson partecipa agli incontri di Davos ed è un amico oltre che un interlocutore del «creatore» del World Economic Forum (WEF), il professore tedesco Klaus Schwab.
Davanti a tutti c’è «un mondo sempre più lacerato, in cui milioni di persone - uomini, donne, padri, madri, bambini - i cui volti sono per lo più sconosciuti, continuano a soffrire, non da ultimo per gli effetti di conflitti prolungati e di guerre vere e proprie», ha scritto il Santo Padre nel suo messaggio al WEF. Queste sofferenze - rimarca il Papa, ripetendo la stessa riflessione condivisa con il Corpo Diplomatico nell’udienza del 9 gennaio – sono aggravate dal fatto che «le guerre moderne non si svolgono più solo su campi di battaglia ben definiti, né coinvolgono solo i soldati».
Il Vaticano ha presentato al Forum un’esposizione fotografica, organizzata dalla regista e documentarista trentina Lia Beltrami. Ma cosa c’entra l’arte in un forum che vede protagoniste l’economia e la politica e in cui si parla, tra le altre cose, anche dei conflitti in corso nel mondo? «Siamo a Davos oggi perché qui abbiamo trovato una piccola fessura per parlare della forza che ha l’impatto sociale nel generare il cambiamento», ha spiegato la Beltrami. In effetti a Davos si è sentita una grande sete di umanità e di verità anche se si è parlato soprattutto di macchine e di intelligenza artificiale.
Così, raccontando a produttori hollywoodiani importanti piuttosto che ad altre personalità, in maniera schietta e semplice, le storie di donne e uomini delle periferie, lo stand vaticano ha raccolto attenzione e interesse a dimostrazione di una grande sete di umanità che l’arte e la presentazione dei film coprodotti dalla Santa Sede, dal forte impatto sociale, possono saziare.
«Spero che la bellezza e la forza del Creato che si respirano in questo luogo e che è impossibile non notare, tocchino i cuori di tutti quelli che sono qui e magari hanno dei ruoli importanti o delle responsabilità nei conflitti in corso e di cui si discute», ha detto la Beltrami. Il suo auspicio è «che anche questo possa generare il cambiamento: che la conversione ecologica generi la conversione degli animi». La bellezza e i valori buoni, infatti, possono essere ispiratori di cambiamento.
*redattore svizzero a Vaticannews