Dialogo Interreligioso e Pace (Storie e Testimonianze) 9
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La responsabile della Casa di Riposo S. Marta a Castel Gandolfo racconta la visita del Papa
Castel Gandolfo, 21 Luglio 2025, dalle ore 10.25 alle 11.18
Castel Gandolfo, 21 Luglio 2025, dalle ore 10.25 alle 11.18
Tre genitori per un figlio, scienza senza limiti?
Nato in Messico il primo bambino concepito col patrimonio genetico di un papà, una mamma portatrice di una malattia genetica e di una seconda donna che invece ne è priva. Interrogativi scientifici ed etici.
Nato in Messico il primo bambino concepito col patrimonio genetico di un papà, una mamma portatrice di una malattia genetica e di una seconda donna che invece ne è priva. Interrogativi scientifici ed etici.
Continua a leggere su Medicina & PersonaPuntata speciale da Parigi in occasione della riapertura di Notre Dame - Strada Regina del 7.12.2024
"Gesù ci ama senza chiederci il contraccambio", prendiamo esempio da Lui
Al termine della preghiera del Regina Coeli, il Pontefice ha esortato i fedeli ad attenersi alle norme di sicurezza imposte dai governi.
"Come io ho amato voi, così voi amatevi gli uni gli altri. Egli ci ama senza chiederci il contraccambio. È un amore gratuito quello di Gesù che chiede che questo modo di amare diventi la forma concreta della vita tra di noi".
Lo ha detto questa mattina papa Francesco durante la preghiera del Regina Caeli trasmessa in streaming dalla Biblioteca del Palazzo Apostolico. Nella sesta domenica di Pasqua, il Vangelo di Giovanni ci parla dell'amore di Dio. È un amore "gratuito" che Gesù vuole diventi anche la "forma concreta della vita tra di noi", un amore che dona "al cuore del cristiano" lo Spirito Santo perché ci aiuti a compiere questa Sua volontà, ci sorregga, ci consoli e trasformi i nostri cuori aprendoli alla verità e all'amore.
L'amore reciproco è il comandamento di Gesù
Ecco dunque i due messaggi fondamentali che la liturgia di oggi contiene: "l'osservanza dei comandamenti e la promessa dello Spirito Santo". Papa Francesco, nell'approssimarsi della Pentecoste, li mette al centro della riflessione che precede la recita del Regina Coeli:
Gesù ci chiede di amarlo, ma spiega: questo amore non si esaurisce in un desiderio di Lui, o in un sentimento, no, richiede la disponibilità a seguire la sua strada, cioè la volontà del Padre. E questa si riassume nel comandamento dell’amore reciproco, il primo amore, dato da Gesù stesso: «Come io ho amato voi, così anche voi amatevi gli uni gli altri» (Gv 13,34). Non ha detto: “Amate me, come io ho amato voi”, ma “amatevi a vicenda come io vi ho amato”. Egli ci ama senza chiederci il contraccambio. È un amore gratuito quello di Gesù, mai ci chiede il contraccambio. E vuole che questo suo amore gratuito diventi la forma concreta della vita tra di noi: questa è la sua volontà.
Lo Spirito Santo ci aiuta a rimanere nella strada di Gesù
"Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito": nelle parole di Giovanni c'è la promessa che Gesù fa, al suo congedo, ai discepoli per aiutarli a camminare nella strada dell'amore: promette di non lasciarli soli e di inviare al Suo posto un "Consolatore" un "Difensore" che infonda loro "intelligenza per ascoltare" e "coraggio per osservare le Sue parole". Questo dono che discende nel cuore dei cristiani battezzati, è lo Spirito Santo :
Lo Spirito stesso li guida, li illumina, li rafforza, affinché ognuno possa camminare nella vita, anche attraverso avversità e difficoltà, nelle gioie e nei dolori, rimanendo nella strada di Gesù. Questo è possibile proprio mantenendosi docili allo Spirito Santo, affinché, con la sua presenza operante, possa non solo consolare ma trasformare i cuori, aprirli alla verità e all’amore.
La Parola di Dio è vita
Lo Spirito Santo che consola dunque, che trasforma, che "ci aiuta anon soccombere" di fronte all'esperienza dell'errore e del peccato che "tutti facciamo", che ci fa " vivere pienamente" la Parola di Dio che è " luce ai nostri passi" e " vita":
La Parola di Dio ci è data come Parola di vita, che trasforma il cuore, la vita, che rinnova, che non giudica per condannare, ma risana e ha come fine il perdono. E la misericordia di Dio è così. Una Parola che è luce ai nostri passi. E tutto questo è opera dello Spirito Santo! Egli è il Dono di Dio, è Dio stesso, che ci aiuta ad essere persone libere, persone che vogliono e sanno amare, persone che hanno compreso che la vita è una missione per annunciare le meraviglie che il Signore compie in chi si fida di Lui.
L'affidamento conclusivo del Papa è alla Vergine Maria, in quanto "modello della Chiesa che sa ascoltare la Parola di Dio e accogliere il dono dello Spirito Santo": che ci aiuti, prega Francesco, a vivere il Vangelo con gioia, nella consapevolezza che lo Spirito Santo ci sorregge e ci guida.
Vatican News/red
Card. Souraphiel: dottrina uguale per tutti, ma approcci pastorali diversi
Per un bilancio sui lavori del Sinodo all’inizio della terza ed ultima settimana di lavori abbiamo colto l'intervista al cardinale etiope Berhaneyesus Souraphiel, arcivescovo di Addis Abeba
Per un bilancio sui lavori del Sinodo all’inizio della terza ed ultima settimana di lavori il nostro inviato Paolo Ondarza ha intervistato il cardinale etiopico Berhaneyesus Souraphiel, arcivescovo di Addis Abeba:
R. – Finora, ringraziamo il Signore, sta andando tutto bene. Chi guida la Chiesa è lo Spirito Santo. Tutti i giorni preghiamo al Sinodo e anche tanta gente prega per noi, specialmente le famiglie, da tutte le parti del mondo, non solo cattoliche, anche quelle che non sono cristiane. La famiglia, infatti, è veramente il nucleo della società.
D. – Sta sottolineando un aspetto significativo, chi è fuori da quest’aula, le famiglie che affrontando le crisi cui è sottoposta la famiglia oggi, guardano a questo Sinodo e pregano per il Sinodo. Questo è importante per voi?
R. – Sì, è molto, molto importante. Ci sono crisi ideologiche, che riguardano l’uomo e la donna, l'ideologia gender ad esempio… Ma noi diciamo, come cattolici, che ciò che il Signore ci ha insegnato non cambierà: non siamo qui per cambiare la Dottrina della Chiesa. Il matrimonio è fra una donna e un uomo, e dobbiamo rispettare la vita ovunque: dal concepimento alla morte naturale. Tutto questo è la dottrina della Chiesa. Ma ci sono anche nuovi problemi che necessitano di una guida pastorale. Come si può parlare con i divorziati che si sono sposati per la seconda, la terza volta? Noi stiamo cercando di avere un approccio pastorale più umano ed anche cristiano. La Chiesa cattolica è universale. Io vengo dall’Africa e in Africa le famiglie hanno problemi, non gli stessi problemi dell’Europa o dell’America: lì c’è la povertà, l’immigrazione, il traffico degli esseri umani, la guerra, il commercio di armi, lo sfruttamento delle risorse naturali africane. L’Africa è ricca, ma è povera, perché manca lo sviluppo umano e tecnologico. Allora, per la Chiesa universale avere una soluzione universale può essere difficile. Le dottrine rimangono le stesse per tutti, ma gli approcci pastorali possono essere diversi.
D. – Questo nell’ottica di quanto detto da Papa Francesco, celebrando il 50.mo del Sinodo, quando ha parlato dell’importanza di camminare insieme cum Petro e sub Petro, auspicando anche un percorso di decentralizzazione della Chiesa…
R. – Sì, è così, perché anche il Concilio Vaticano II lo aveva già previsto: le Chiese, in tutte le parti del mondo, sono cum Petro e sub Petro. Allora c’è l’universalità, ma dopo bisogna lavorare sul posto, guardando alle varie sfide che si affrontano.
D. – Questo può significare anche che in un singolo contesto geografico ci possa essere un’ammissibilità, ad esempio, ai Sacramenti per quelle situazioni cosiddette ferite? I divorziati, risposati in alcuni contesti potranno eventualmente accedere all’Eucaristia e in altri posti no?
R. – No, questo no. A livello dottrinale tutto sarà universale e uguale. Ma per l’approccio pastorale, per esempio, il Santo Padre ha chiesto che i processi di nullità siano studiati localmente con esperti locali. Non deve passare tutto per Roma e non occorre aspettare le risposte da Roma. In questo modo l’iter burocratico può accorciarsi.
D. – Quindi criteri dottrinali universali, potremmo dire, ma applicazione pastorale nei singoli contesti?
R. – Secondo le norme che il Santo Padre ci ha dato.
D. – Il suo auspicio per questa ultima settimana di lavoro…
R. – Questa settimana, la terza, è importante. Speriamo che i lavori dei gruppi siano fatti in modo che l’universalità della Chiesa cattolica venga preservata e che si dia una guida pastorale alle tante famiglie che la aspettano. Ci sono famiglie in difficoltà, ma ci sono anche famiglie fedeli che continuano la loro vita familiare, passando i valori dei nonni ai bambini. Anche queste vogliamo incoraggiare.
D. – E’ bene parlare anche di loro…
R. – Sì, non devono essere dimenticate.
(Da Radio Vaticana)
Le video lezioni del ciclo online sui fondamenti della fede cristiana
Oggi alle 18 su youtube l'Associazione Biblica della Svizzera italiana approfondisce parole chiavi e i fondamenti della fede cristiana quali giustizia, amore, libertà.
Si è concluso il 6 aprile il ciclo promosso dall'Associazione Biblica della Svizzera italiana (ABSI) e da altri enti della Svizzera italiana che per ragioni legate al coronavirus ha terminato i suoi appuntamenti nella modalità online. Le ultime lezioni del ciclo - che ha presentato interventi di carattere teologico e biblico, che riguardano alcune parole chiave e i fondamenti della fede cristiana quali giustizia, amore, libertà e la lettura di brani evangelici di grande rilievo (Matteo 5-7 e Luca 6.11)- sono fruibili sul canale online dell'ABSI.
Il Patriarca di Venezia: “Chi non accoglie non può dirsi cristiano”
La Chiesa italiana, lo dicevamo già ieri, si sta mobilitando per accogliere profughi e migranti in questo periodo di vero e proprio esodo.
di LUCANDREA MASSARO per ALETEIA
La Chiesa italiana, lo dicevamo già ieri, si sta mobilitando per accogliere profughi e migranti in questo periodo di vero e proprio esodo. Le parole di Papa Francesco – che hanno richiamato all’ordine i vescovi – risuonano forti e interpellano le coscienze dei fedeli e dei pastori. Su Repubblica, una breve quanto incisiva intervista al Patriarca di Venezia e presidente della Conferenza episcopale del Triveneto, monsignor Francesco Moraglia che spiega come le diocesi venete si stanno mobilitando, ma ancor di più precisa che questa accoglienza è la vera cartina di tornasole dell’essere cristiano
La chiesa veneta ha la forza per rispondere a questo appello?
«Ci sono parrocchie più esposte e in prima linea e altre più fragili che faticano a trovare risorse. Per questo ho invitato i parroci a costituire reti di parrocchie, interloquendo con le comunità, perché tutti possano fare la loro parte, offrendo servizi secondo la propria generosità e disponibilità».
Si può dire cristiano chi è contrario all’accoglienza?
«No, perché il messaggio di Gesù è un messaggio di accoglienza. Per i cristiani l’altro rappresenta Cristo, e il nostro impegno è anche quello di accompagnare i fedeli a comprendere questa verità. L’apertura a Dio si esprime anche con l’accoglienza. Chi non crede ha lo stesso dilemma perché non può non riconoscere in queste persone un altro se stesso».
Le foto del piccolo Alan sembrano aver smosso la coscienza dell’Europa. È stato giusto pubblicarle?
«Non ho visto speculazione, ma piuttosto un richiamo a riflettere, non fermandosi solo alla stretta emotività. È una foto che vale più di mille ragionamenti».
Una presa di posizione importante che si scontra con la cronaca in questi stessi giorni e negli stessi luoghi chiamati alla mobilitazione dal Patriarca, dove nel Vicentino l’assemblea dei parrocchiani boccia l’ospitalità ad un piccolo gruppo di profughi.
“Non me l’aspettavo proprio. Volevamo ospitare sei, al massimo dieci profughi in una canonica abbandonata da anni. Ne abbiamo discusso in assemblea, nella chiesa di Santa Cecilia. Quasi tutti hanno detto no. “‘Mio nonno ha costruito quella canonica per i preti, non per i musulmani”‘, ha gridato uno di loro”. Don Lucio Mozzo, 63 anni, parroco di Valle e di Trissino, è ancora scosso. “Una chiesa così piena – 250 persone – la vede solo a Natale. Anche mercoledì sera era colma ma quando una ragazza ha mostrato la sua maglietta con la scritta “Chi ha paura muore tutti i giorni…” e ha detto che lei i migranti li avrebbe accolti, “subito si sono alzati – racconta il parroco – i buu e le urla, come allo stadio”. “Per fortuna, domenica dopo pranzo, mi è arrivato il primo messaggino. “Don Lucio, il Papa la pensa come te”. Spero che con l’aiuto di Francesco le cose cambino. Ma ho i miei dubbi”.
E spiega ancora:
“Dopo quell’assemblea velenosa, speriamo di poter discutere non con la pancia ma con intelligenza, cuore e fede. Ma c’è un punto fermo: un cristiano non può chiudere la porta a chi ha bisogno. Lo spiegheremo anche a quelli che, fedeli o no, verranno a contestarci da Valle. Forse il nonno che ha costruito la canonica non pensava davvero che sarebbe stata usata da musulmani, ma certamente oggi obbedirebbe al Papa”. Davanti alla chiesa di Trissino c’è un monumento in bronzo “All’Emigrante”. “La speranza sia sempre più forte della paura“, c’è scritto. Sembra un appello di papa Francesco: la firma è quella di Tacito (Repubblica, 8 settembre).
Risuonano gli slogan populistici di certe forze politiche “prima gli italiani” che si traduce in un secco “nulla per gli altri” e a poco vale il ricorso alla memoria, di quando ad emigrare in Nord Europa o nelle Americhe era un branco di straccioni (spesso letteralmente) immediatamente associati a mal costume, pigrizia, stupidità. Erano i nostri nonni per inciso, che pure alla fine si sono integrati e hanno dato contributi enormi ai paesi che li hanno ospitati anche controvoglia…
Il Cile dopo il caso Barros
Un'analisi sulla situazione della Chiesa cilena che a seguito del grave scandalo pedofilia in cui è finita si ritrova con tutto l'episcopato del Paese dimissionario. Intanto Francesco invierà a giorni, nuovamente, la delegazione guidata da mons. Sciluna che alcuni mesi fa aveva compiuto una prima indagine nel paese.
di Luis Badilla
È stato pubblicato ufficialmente il calendario della seconda visita degli inviati del Santo Padre in Cile, l’arcivescovo de La Valletta, mons. Charles Scicluna e mons. Jordi Bertomeu, Ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede. Questi inviati lavoreranno a Santiago per quattro giorni: 12, 13, 18 e 19 giugno. A metà visita si trasferiranno per quattro giorni alla città di Osorno (14, 15, 16 e 17), distante oltre 800 km dalla capitale, per incontrare il vescovo della diocesi, mons. Juan Barros, i suoi collaboratori e poi, ovviamente, i laici. Potrebbero essere proprio quest’ultimi il problema principale della Missione vaticana.
È quasi certo che il vescovo Juan Barros, nominato dal Papa nel gennaio 2015, lascerà la diocesi relativamente presto. Per ora si guadagna tempo per vedere quale sarà la modalità di “uscita” del vescovo, questione inseparabile dalla permanenza degli altri tre prelati dell’ex Pia Unione Sacerdotale di Karadima, oggi alla guida di altre diocesi: Ausiliare di Santiago (Andrés Arteaga, malato), Linares (Tomislav Koljatic) e Talca (mons. Horacio Valenzuela). In quest’ambito non sembra che la Missione Scicluna-Bertomeu possa trovare delle grosse difficoltà, tranne qualche sacerdote anziano inorridito dal fatto, inedito, che gruppi di laici “si permettano di contestare una decisione del Papa”.
I gruppi di laici in Osorno ma anche in altre diocesi. I laici della diocesi di Osorno oggi sono molto divisi, frammentanti e distanti a causa delle controversie e polemiche createsi sin dal primo giorno della nomina di Barros. Fra i diversi gruppi l’antagonismo è forte e spesso aggressivo. All’interno del generico “movimento dei laici di Osorno” si registra una gamma di posizioni differenti, articolate e a volte un po’ criptiche: si va dai duri, puri e intransigenti (“fuori Barros subito”) fino a quelli con posizioni più miti e comprensive, aperti a possibili strategia d’uscita morbide e negoziate, con in mezzo frange di opinioni più o meno vicine al vescovo contestato e sostenitrici dell’idea di mandarlo a processo per determinare definitivamente se sia o meno colpevole di aver occultato gli abusi sessuali di Karadima.
Il link per continuare a leggere l'articolo nel Blog Terred'America del giornalista Alver Metalli
http://www.terredamerica.com/2018/06/07/scenari-cileni-dopo-il-caso-barros-seconda-missione-degli-inviati-del-papa-nel-paese-sudamericano-il-nodo-della-nomina-dei-vescovi-e-del-rapporto-con-la-societa/
I commenti al Vangelo di domenica 10 settembre
Le riflessioni di Dante Balbo e don Giuseppe Grampa.
Calendario Romano
Mt 18,15-20 / XXIII Domenica del Tempo ordinario
Se fossi stato qui tuo fratello non sarebbe morto
di Dante Balbo
La Scrittura di questa 23a domenica del Tempo Ordinario ci richiama ad una responsabilità che viene dalla nostra condizione di fraternità, che ci riconosce come figli dello stesso Padre. Ci siamo abituati a lasciar correre, ad accogliere tutto come fosse normale, ad accettare ogni condotta come fosse naturale e che il politically correct ci impedisce di discutere.
Chi siamo noi per interferire con la vita degli altri, per comprendere la loro condotta e giudicarla?
Persino il Papa ha detto in una circostanza, "chi sono io per giudicare!".
Eppure il testo del profeta Ezechiele rimanda ad una responsabilità precisa del profeta che deve ammonire, perché la salvezza del popolo dipende dalle sue parole e non dire ciò che non va implica una partecipazione allo stesso male. Nel Vangelo è lo stesso: io sono responsabile per mio fratello che ha commesso qualcosa contro di me e me ne devo prendere cura, prima tra me e lui solo, poi con qualcuno che mi aiuti, fino alla denuncia alla comunità intera.
Forse che dobbiamo diventare tutti vigilanti che si arrogano il diritto di giudizio sugli altri?
Niente affatto. La stessa gradualità nel cammino di correzione fraterna indica la delicatezza della questione e l'attenzione con cui dobbiamo camminare incontro ai nostri fratelli, ma allo stesso tempo rimanda alla nostra responsabilità che deve essere improntata all'amore con il quale noi siamo stati accolti e perdonati, che deve guidarci nel dialogo con chiunque.
È interessante che il brano evangelico si concluda con una esortazione alla preghiera: quando due o tre si accorderanno sulla terra per chiedere qualche cosa al Padre mio, lo concederà, perché io sono in mezzo a loro. La vocazione profetica non è un accessorio della nostra esperienza cristiana, ma un mandato preciso, qualcosa di scritto nei nostri geni di figli di Dio.
Le parole di Marta al signore per il fratello Lazzaro, sono le stesse che il Padre ci rivolge: "Dove sei, quando tuo fratello rischia la morte eterna?"
Calendario Ambrosiano
Gv 5,19-24 / Domenica II dopo il Martirio di S. Giovanni
Non un Dio lontano, ma con un volto d’uomo
di don Giuseppe Grampa
Nella prima parte dell'evangelo di oggi ben sette volte si parla del Figlio, infine nelle ultime righe Gesù dice chiaramente che è Lui il Figlio. Non dimentichiamo che gli ascoltatori di Gesù, nutriti nell'ebraismo, avevano di Dio una nozione altissima: di Lui non si poteva fare immagine alcuna, non si poteva nemmeno pronunciare il suo nome. Non a caso nelle sinagoghe così come nelle moschee non è raffigurato alcun volto, nessuna immagine, nessuna icona. Così queste due grandi tradizioni religiose custodiscono con assoluto rigore la distanza tra Dio e l'uomo. L'Evangelo è invece la buona notizia che questa distanza è vinta perché il Figlio fa quello che fa il Padre, il Figlio è l'amato dal Padre, nel Figlio il Padre si manifesta: il Figlio dà la vita così come il Padre, onorare il Figlio è onorare il Padre che lo ha mandato. Tutto questo dice Gesù di Nazareth. Eppure di lui la gente diceva: «Certo è il figlio, ma il figlio del falegname, conosciamo bene tutta la sua famiglia, gente come noi». Duemila anni di cristianesimo forse ci rendono incapaci di meraviglia, di stupore. Sì, proprio Gesù afferma che di fronte a Lui, alla sua persona c'è posto anzitutto per stupore e meraviglia. Prima ancora della fede i nostri occhi devono restare nell'incanto di questa inaudita scoperta. Se guardando a Gesù, rileggendo le sue parole, invocandolo nella preghiera non c'è in noi stupore forse vuol dire che ancora non abbiamo conosciuto Gesù. Stupore e meraviglia perché quel Dio distante e lontano, senza nome e senza volto, ha il volto di un uomo. Questo e nient'altro è l'esser cristiani cioè di Cristo, di quest'uomo che è il Figlio. Penso ai Genitori che cercano sul volto dei figli i tratti del loro volto, il colore degli occhi e dei capelli, le fattezze. Mi somiglia, è mio figlio, dicono i genitori con orgoglio. Nell'Evangelo di questa domenica, pagina difficile ad una prima lettura, è come se Gesù dicesse: «Gli occhi di Dio sono i miei occhi: chi vede me, il mio volto, vede il volto del Padre».
“Siamo figli e non schiavi, un peccato perdere il riposo domenicale”
All’udienza generale il Papa risponde alla domanda: «Perché andiamo a messa la domenica?». A fine catechesi ringrazia le Ong cattoliche per «difendere la dignità dell’uomo».
«Alcune società secolarizzate hanno smarrito il senso cristiano della domenica illuminata dall’Eucaristia. È un peccato questo». Papa Francesco risponde alla domanda del «perché andiamo a messa la domenica?», nel corso dell’udienza generale, e ricorda, in particolare, che in origine «fu il senso cristiano del vivere da figli e non da schiavi, animato dall’Eucaristia, a fare della domenica – quasi universalmente – il giorno del riposo». A conclusione della catechesi Francesco ha ringraziato le Ong cattoliche presenti in Aula Paolo VI «per difendere la dignità dell’uomo, per promuovere lo sviluppo integrale dei popoli, e per venire incontro ai bisogni materiali e spirituali di tanti membri della nostra famiglia umana».
«Riprendendo il cammino di catechesi sulla messa», ha detto il Papa che la scorsa settimana aveva dedicato l’appuntamento pubblico del mercoledì al viaggio appena concluso in Myanmar e Bangladesh, «oggi ci chiediamo: perché andare a messa la domenica?». La celebrazione domenicale dell’Eucaristia «è al centro della vita della Chiesa», ha detto Jorge Mario Bergoglio, ricordando che i discepoli di Gesù «hanno celebrato l’incontro eucaristico con il Signore nel giorno della settimana che gli ebrei chiamavano “il primo della settimana” e i romani “il giorno del sole”, perché in quel giorno Gesù era risorto dai morti».
È la messa, ha rimarcato il Papa, «che fa la domenica cristiana», ma «alcune società secolarizzate hanno smarrito il senso cristiano della domenica illuminata dall’Eucaristia. È un peccato questo. In questi contesti è necessario ravvivare questa consapevolezza, per recuperare il significato della festa, della gioia, della comunità parrocchiale, della solidarietà, del riposo che ristora l’anima e il corpo. Di tutti questi valori ci è maestra l’Eucaristia, domenica dopo domenica. Per questo – ha proseguito Francesco citando la costituzione apostolica Sacrosanctum Concilium – il Concilio Vaticano II ha voluto ribadire che “la domenica è il giorno di festa primordiale che deve essere proposto e inculcato alla pietà dei fedeli, in modo che divenga anche giorno di gioia e di astensione dal lavoro”».
«L’astensione domenicale dal lavoro non esisteva nei primi secoli: è un apporto specifico del cristianesimo. Per tradizione biblica gli ebrei riposano il sabato, mentre nella società romana non era previsto un giorno settimanale di astensione dai lavori servili. Fu il senso cristiano del vivere da figli e non da schiavi, animato dall’Eucaristia», ha sottolineato il Papa, «a fare della domenica – quasi universalmente – il giorno del riposo. Senza Cristo siamo condannati ad essere dominati dalla stanchezza del quotidiano, con le sue preoccupazioni, e dalla paura del domani». E l’Eucaristia domenicale «anticipa la domenica senza tramonto» dopo la morte «quando non ci sarà più fatica né dolore né lutto né lacrime, ma solo la gioia di vivere pienamente e per sempre col Signore».
Il Pontefice latinoamericano ha peraltro notato che vi sono anche «comunità cristiane che, purtroppo, non possono godere della messa ogni domenica; anch’esse tuttavia, in questo santo giorno, sono chiamate a raccogliersi in preghiera nel nome del Signore, ascoltando la Parola di Dio e tenendo vivo il desiderio dell’Eucaristia».
«Cosa possiamo rispondere a chi dice che non serve andare a messa, nemmeno la domenica, perché l’importante è vivere bene, amare il prossimo?», si è chiesto infine Francesco. «È vero che la qualità della vita cristiana si misura dalla capacità di amare» ma «come possiamo praticare il Vangelo senza attingere l’energia necessaria per farlo, una domenica dopo l’altra, alla fonte inesauribile dell’Eucaristia? Non andiamo a messa per dare qualcosa a Dio, ma per ricevere da Lui ciò di cui abbiamo davvero bisogno». Non basta insomma dire che si va a messa la domenica perché è un precetto della Chiesa: «Noi cristiani abbiamo bisogno di partecipare alla messa domenicale perché solo con la grazia di Gesù, con la sua presenza viva in noi e tra di noi, possiamo mettere in pratica il suo comandamento, e così essere suoi testimoni credibili».
A conclusione della catechesi il Papa, che prima dell’udienza aveva ricevuto i loro rappresentanti nell’Auletta adiacente la sala delle udienze, ha ringraziato i partecipanti al Forum delle Organizzazioni non-governative di ispirazione cattolica: «Esprimo vivo apprezzamento per i vostri sforzi di portare la luce del Vangelo alle varie periferie del nostro mondo, per difendere la dignità dell’uomo, per promuovere lo sviluppo integrale dei popoli, e per venire incontro ai bisogni materiali e spirituali di tanti membri della nostra famiglia umana. Vi incoraggio a lavorare sempre in uno spirito di comunione e collaborazione con le altre Ong cattoliche ed anche con i rappresentanti della Santa Sede, quale segno dell’impegno della Chiesa nella costruzione di un mondo sempre più giusto e solidale». Prima dell'udienza il Papa ha ricevuto monsignor Claudio Maria Celli, presidente emerito del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali e, l'anno scorso, inviato della Santa Sede in Venezuela.
#Synod2018, padre Lepori: "Emersa una chiara consapevolezza: la Chiesa deve essere corpo di Cristo risorto nel mondo"
C’è una foresta di bene nella Chiesa che cresce in silenzio; poi ci sono degli alberi che cadono e invece fanno tanto rumore. Ma qual è la testimonianza che vogliono i giovani dalla Chiesa? Ne parliamo con padre Mauro Lepori, abate generale dell’Ordine cistercense, che al Sinodo rappresenta il mondo monastico.
Padre Mauro Lepori, abate generale dell’Ordine cistercense, al Sinodo dei vescovi dedicato ai giovani rappresenta il mondo monastico. Prima del termine del Sinodo abbiamo conversato brevemente con lui:
Padre Mauro, com’è andato, in generale, il Sinodo?
“Ormai abbiamo letto quasi tutto il testo finale; è molto bello, riflette molto bene tutto quanto è stato detto. Personalmente lo ritengo un buon lavoro”.
Lei che contributo ha portato a questo Sinodo?
“Ho portato la testimonianza della vita religiosa e della comunità benedettina nel mondo. Nelle comunità benedettine vivono assieme, sotto lo stesso tetto, varie generazioni, i giovani come gli anziani, instaurando uno scambio virtuoso: i primi sono chiamati ad onorare i secondi, e gli anziani da questo amore trovano la forza di amare a loro volta i giovani, che da parte loro hanno un bisogno essenziale di persone mature che li guidino e li aiutino a maturare a loro volta. Maturare nella loro umanità, cioè nel senso di responsabilità e nella capacità di donarsi. La stessa società europea, che deve molto al monachesimo, si è nutrita di questo scambio per osmosi. Il monastero è questo: un ambiente che permette di crescere anzitutto in umanità”.
Cosa dobbiamo attenderci dal documento finale?
“Vi troveremo anzitutto un grande approfondimento sul tema del discernimento, dell’ascolto come vero e proprio metodo pedagogico. È un documento che si rivolge a tutti, ai giovani così come a coloro che lavorano con loro. Vi è anche una chiara sottolineatura della sinodalità come modo che la Chiesa ha per essere se stessa; abbiamo infatti sperimentato durante questo Sinodo come lo Spirito Santo possa aiutare ciascuno a trasformare dei cantieri in un bellissimo edificio”.Al riguardo, ha avuto modo di dire che i Padri sinodali non devono sentirsi “postini di un testo, ma testimoni di un avvenimento”. Cosa intendeva?
“È un altro punto su cui insisterà il documento finale, richiamando la figura di Maria Maddalena, prima testimone dei fatti della Resurrezione. Il Sinodo non si ferma alle cose che i Padri sinodali hanno capito ma sarà bene che si mediti sui testi, cosa che farò anche nel mio Ordine. Sono testi che servono per uscire dalla stanchezza, dallo scoraggiamento. Non sono solo un incoraggiamento per così dire “sentimentale”, ma il segnale chiaro che un nuovo cammino è possibile”.Come le è sembrato il contributo di Papa Francesco?
“Ho visto il Papa molto presente, anche concretamente; ha passato ore con le commissioni redazionali. Tuttavia, al contempo, è stata una presenza discreta. Egli è intervenuto fattivamente in sole due occasioni, con due piccoli interventi, oltre l’introduzione iniziale dei lavori. Il suo è stato un lavoro precipuamente di ascolto”.
Dopo l’Amazzonia, il prossimo Sinodo…?
“A mio modo di vedere potrebbe concernere la sinodalità stessa, ovvero sulla riforma della Chiesa in chiave sinodale e comunionale. Ogni membro contribuisce al cammino di tutto il corpo, ma durante questa esperienza abbiamo anche misurato come questo non avvenga ancora abbastanza. In questo senso ci sarebbe da lavorare”.
Cosa è emerso sul tema scandali e abusi durante il Sinodo?
“A dire il vero anche un po’ di stanchezza: vorremmo che si finisse di attribuire la perversità all’insieme dei preti. C’è una foresta di bene nella Chiesa che cresce in silenzio; poi ci sono degli alberi che cadono e invece fanno tanto rumore. Ma i giovani non hanno bisogno che si ribadiscano di continuo i limiti e difetti, altrimenti si perde l’annuncio del Risorto. Ridurre la Chiesa alla questione degli abusi è un’ingiustizia rispetto a tutti quelli che fanno del bene al suo interno. Nel Sinodo è emerso che negli ultimi decenni ci sono stati anche tanti frutti di santità che sono da valorizzare, non da offuscare. È questo che i giovani probabilmente si aspettano da noi. Il documento finale in questo senso esprimerà una nuova consapevolezza: la chiesa per essere pienamente se stessa deve essere il corpo di Cristo risorto nel mondo”.(red)