Giovani e Vocazioni Religiose 10
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L'Epifania spiegata ai bambini: il commento di una ex insegnante
Festeggiare l’Epifania è fare memoria di un Dio che si mette sulle nostre strade, magari anche deviate, e ci guida verso la meta che ci attende.
di Anna Grandi*
Festeggiare l’Epifania è fare memoria di un Dio che si mette sulle nostre strade, magari anche deviate, e ci guida verso la meta che ci attende. Un Dio che non ci abbandona mai: invia una stella per guidare i Saggi d’Oriente alla mangiatoia di Betlemme, e un Angelo in sogno per avvertirli di non rivelare tale luogo a Re Erode, salvando così Gesù dalla strage degli innocenti. L’Epifania è la manifestazione di Dio, fattosi uomo, che si presenta ai Magi (Matteo 2, 1-12), sorprendendoli: loro cercavano il Re dei Re, Lui si è incarnato in un Bimbo, nella povertà di Betlemme, quale rovesciamento dei nostri valori! Ai bambini si può spiegare il significato dell’Epifania mentre giorno dopo giorno nel presepe spostiamo le statuine dei Magi verso la capanna, oppure con un planisfero su cui mostriamo i luoghi dell’Oriente da cui provenivano, oppure ancora guardando insieme sul canale youtube «Religione 2.0» le lezioni di Emmanuele Magli, il giovane insegnante di religione approdato di recente anche a TV2000. Quello che stiamo vivendo è il primo tempo di Natale in cui i nostri bambini hanno accanto anche gli alunni ucraini sfollati dalla guerra, tornata nel cuore dell’Europa; facciamolo diventare un’occasione per parlare del valore dell’accoglienza e della gioia di conoscere anche tradizioni diverse. E della fatica: i bambini ucraini si sobbarcano doppia scuola, perché oltre che da noi si collegano in dad con i compagni rimasti in Ucraina (dad purtroppo oscurata nell’ultimo mese dalla mancanza di elettricità nel loro Paese, dove 10 milioni di persone vivono al buio e al gelo). Peraltro non fu un viaggio facile neppure quello dei Magi. Il poeta Thomas S. Eliot ha rievocato così le loro sensazioni durante il tragitto: «Fu per noi un viaggio lungo… Le strade fangose e i cammelli piagati, con i piedi sanguinanti… Vi furono momenti in cui rimpiangemmo i palazzi d’estate sui pendii e i terrazzi fioriti…». Ma alla fine furono premiati dall’incontro con Gesù, e lo adorarono. «Adorare è incontrare Gesù senza la lista delle richieste, ma con l’unica richiesta di stare con Lui» (Papa Francesco). Il 7 gennaio torniamo ai nostri impegni con la semplicità e l’umiltà di Gesù nel nostro cuore.
*già preside e docente
17
ott
Cultura
Presentazione carteggio Contini- Pozzi
Salita dei Frati, Lugano
18:00
Documenti e approfondimenti per comprendere meglio la fede cattolica oggi. Contiene interviste e testimonianze.
La presentazione del carteggio che raccoglie lo scambio epistolare tra padre Giovanni Pozzi e Gianfranco Contini, allievo e maestro nella Friburgo dell'immediato dopoguerra, si terrà alla Biblioteca Salita dei Frati venerdì 17 ottobre alle ore 18.00. Interverranno i due curatori del libro, Ottavio Besomi e Stefano Barelli, introdotti da Uberto Motta, professore ordinario di letteratura italiana presso l’Université de Fribourg sulla cattedra che fu di Giovanni Pozzi. Il volume, pubblicato a Firenze dalle Edizioni del Galluzzo, si inserisce nelle attività di valorizzazione dell’Archivio Giovanni Pozzi conservato presso la Salita dei Frati assieme a tutti i libri appartenuti allo studioso cappuccino.
Papa a Port Luis: i giovani, prima missione della Chiesa
Celebrando la Messa a Port Louis, capitale della Repubblica di Mauritius, Francesco parla di giovani ed evangelizzazione. L’esortazione alla Chiesa, al di là delle sicurezze mondane di oggi, è ad aiutare i ragazzi a vivere concretamente le Beatitudini e a trovare la loro felicità in Gesù attraverso progetti di vita cristiana realizzati con gioia. “Non lasciamoci rubare - dice - il volto giovane della Chiesa e della società”.
Non lasciarsi “rubare il volto giovane della Chiesa e della società”, permettendo ai “mercanti di morte” di strappare alla terra di Mauritius le sue “primizie”, ma come “cristiani gioiosi” suscitiamo “il desiderio di seguire” Dio e la sua Parola, aprendoci allo Spirito Santo e dando risposta alle sofferenze di “poveri e scartati”. Così Papa Francesco alla Santa Messa a Port Louis, la capitale della Repubblica di Mauritius, nel luogo dove nel 1989 anche San Giovanni Paolo II celebrò l’eucaristia: il Monumento di Maria Regina della Pace. Ad accogliere il Pontefice, il calore della gente in una coreografia festosa in cui a spiccare sono i rami di palma agitati dai circa 100 mila presenti.
Giovani siano protagonisti della storia
Il Papa guarda subito alla realtà del Paese, uno degli Stati con il più alto tasso di sviluppo del continente africano, con una crescita media di oltre il 5% annuo tra il 1977 e il 2009, e nota come sia “duro” constatare che, nonostante lo sviluppo economico degli ultimi decenni, “sono i giovani a soffrire di più, sono loro a risentire maggiormente della disoccupazione che non solo provoca un futuro incerto, ma inoltre - evidenzia parlando in italiano, con traduzione in francese - toglie ad essi la possibilità di sentirsi protagonisti della loro storia comune”, facendoli spesso precipitare nel tunnel della droga, male endemico della società contemporanea.
Futuro incerto che li spinge fuori strada e li costringe a scrivere la loro vita tante volte ai margini, lasciandoli vulnerabili e quasi senza punti di riferimento davanti alle nuove forme di schiavitù di questo secolo XXI. Loro, i nostri giovani, sono la prima missione! Dobbiamo invitarli a trovare la loro felicità in Gesù, non in maniera asettica o a distanza, ma imparando a dare loro un posto, conoscendo il loro linguaggio, ascoltando le loro storie, vivendo al loro fianco, facendo loro sentire che sono benedetti da Dio. Non lasciamoci rubare il volto giovane della Chiesa e della società! Non permettiamo ai mercanti di morte di rubare le primizie di questa terra!
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Al Lux di Massagno tre film per parlare di diversità e unicità
Lux Care, una rassegna di 3 film per il grande pubblico che trattano il tema dell’autismo e più in generale della “diversità” e “unicità” sarà proposta al cinema Lux di Massagno. Primo appuntamento il 25 settembre.
Grazie alla disponibilità del cinema Lux di Massagno e della preziosa collaborazione di Joel Fioroni, nonché dell’Agorateca di Lugano (che ha elaborato un “Percorso sull’Autismo” selezionando una serie film presenti nel loro catalogo), verrà proposta Lux Care, una rassegna di 3 film per il grande pubblico che trattano il tema dell’Autismo e più in generale della “diversità” e “unicità”. La rassegna vuole inoltre stimolare una riflessione sulla dimensione della cura e del benessere senza dimenticare aspetti quali l’alimentazione. A conclusione delle serate, grazie alla disponibilità dello staff del bio ristorante “a Fior di gusto”, verrà proposto ai presenti un buffet con diversi assaggi di “cibi della salute” con consulenza e consigli alimentari.
Ogni evento sarà contraddistinto dalla visione di un film seguito da una tavola rotonda, alla quale parteciperanno professionisti, famigliari e persone con diagnosi DSA, per condividere riflessioni ed esperienze. Tre mercoledì, il 25 settembre, il 23 ottobre e il 20 novembre, unici e complementari, nel senso che si risolvono singolarmente come eventi compiuti, ma se visti nel loro complesso possono offrire un ampio ventaglio di esperienze che coinvolgono l’arco della vita.
Partendo dall’infanzia, il 25 settembre (ore 17.30), con interventi del prof. dr. med. Gian Paolo Ramelli, del dr. med. Paolo Manfredi e la proiezione del film documentario “À l’école des philosophes”. Passando per la giornata del 23 ottobre – dedicata particolarmente ai famigliari curanti - con una relazione del Dott. Paolo Vassallo su La dimensione dell’ascolto nella cura, l’intervento di Danilo Forini (direttore Pro Infirmis Ticino) e la proiezione del film “Wonder”. Arrivando all’appuntamento del 20 novembre che invece tratterà dell’età adulta, l’autonomia, e il tema del “Dopo di noi”, con la visione del film “Quanto basta” di Francesco Falaschi e gli interventi di Claudio Cattaneo (direttore di ARES), di Donatella Oggier (segretaria d’organizzazione ATGABBES) e di Roberto Roncoroni (direttore della Fondazione OTAF) . Sarà pure presente l’avvocato Federica Pampanini Gadella per alcune riflessioni sugli aspetti giuridici.ente ai famigliari curanti.
Emigrate ucraine. A due anni dall’incoraggiamento del Papa, ferite ancora aperte
Era il 28 gennaio 2018, Papa Francesco si recava in visita alla Basilica di S. Sofia a Roma per incontrare la comunità greco cattolica ucraina. In quella occasione il Pontefice esprimeva tutta la preziosità del loro “lavoro, faticoso e spesso poco appagante”. Invitava a non considerarlo solo come un mestiere, ma come una missione, “un grande ministero di prossimità e di vicinanza, gradito a Dio”. Le testimonianze di chi da vent’anni è lontano da casa e di chi si dedica all’accompagnamento umano e spirituale di queste donne.
Le storie dei distacchi familiari forzati in Ucraina, per ragioni socio-economiche, che ha portato migliaia di donne ad emigrare, soprattutto in Italia, Spagna e Portogallo, resta un problema di grande attualità, aggravato dalla guerra.
I racconti delle badanti
“Facevo l’insegnante, la casa dove abitavamo aveva bisogno di una importante ristrutturazione e sapevo che i soldi non sarebbero bastati”, racconta Myroslava, badante nel quartiere Tiburtino. “Anche se lo stipendio era quasi una rarità, non riuscivo a pagare il riscaldamento, da noi fa molto freddo sei mesi l’anno. Ho deciso di lasciare mio marito e mio figlio, quando lui stava per cominciare il liceo. Ho sempre fatto la badante, ho accudito diverse donne anziane. C’era nonna Rosina, la chiamavo così, che mi voleva un gran bene, insieme abbiamo fatto più di duecentocinquanta passamontagna in lana per i soldati impegnati in guerra. Penso solo all'estate, quando posso prendermi due mesi per tornare in Ucraina”. Nel pochissimo tempo libero – racconta Myroslava – si è impegnata a insegnare il canto e le tradizioni ucraine ai bambini delle nuove famiglie miste: “Quando canto sento che canta l’anima, non so spiegare, è un sentimento che ti riempie e ti dà gioia, e non arrivano i brutti pensieri. Eravamo anche in contatto con la comunità di Sant’Egidio, organizzavamo anche qualche gita. Tutto si può fare insieme, anche se siamo diversi”.
I figli, ‘orfani bianchi’, spesso rifiutano di rivedere le loro madri
Dionisij Liahovytch, vescovo per gli ucraini in Italia, brasiliano di origine, si è occupato dei migranti ucraini in Spagna e Italia, è stato tra i primi a denunciare il fenomeno dei cosiddetti ‘orfani bianchi’. “L’Ucraina aveva dichiarato l’indipendenza ma tutte le fabbriche erano chiuse, la gente era senza un lavoro. I figli lasciati in patria, mentre crescevano, chiamavano la madre ‘mamma bancomat’. Erano gli orfani bianchi. Si sono autoeducati, in gran parte, e diversi di loro hanno imboccato strade malsane. Tanto che ora sono le madri a piangere i loro figli. Le mamme continuano dunque a essere doppiamente spaesate. Alcune, per la disperazione, sono finite per strada, o addirittura suicide”. Gli psicologi hanno definito questa condizione una vera patologia: “sindrome Italia”.
Il sostegno della fede e un cuore generoso
La Chiesa ha aiutato molto. “Abbiamo 146 comunità ucraine sparse in tutta Italia”, spiega il vescovo, sottolineando che la fede ha aiutato a trovare una identità. Nel 2018 c’erano 19mila bambini cittadini italiani. “Dobbiamo trovare una soluzione a questo dramma”. Invoca l’aiuto della Cei per l’aumento dei centri di ascolto. “I nostri preti ci aiutano tantissimo”, raccontano altre donne, incontrate alla chiesa greco cattolica nel rione Monti, a Roma. “Al giovedì, nella mezza giornata libera, veniamo sempre qui a pregare, è un conforto grande. Quando vediamo qualcuno che sta male, lo aiutiamo, anche al supermercato. Sappiamo cosa vuol dire essere poveri, il cuore scoppia di dolore”.
La Chiesa è incontro, è il luogo dove guarire la solitudine, dove vincere la tentazione di isolarsi e di chiudersi, dove attingere la forza per superare i ripiegamenti su se stessi. La comunità è allora il luogo dove condividere le gioie e le fatiche, dove portare i pesi del cuore, le insoddisfazioni della vita e la nostalgia di casa (Papa Francesco, 28 gennaio 2018).
La complicazione della guerra
“Ora la guerra ha peggiorato molto la situazione: nella parte orientale è una desolazione”, racconta Liahovytch. “Pochi oligarchi, il resto del popolo vive male”. Sofia racconta che pensava di dover restare solo un anno, oppure che avrebbe qualche anno fa potuto rientrare, “invece siamo ancora qua, dopo vent’anni”. La guerra ci ha fatto paura”. Per lei “l’Italia è come un deserto, dove si prega si più, si pensa di più, si ragiona di più e si apprezza di più della vita. Sono venuta qua per aiutare i figli a farli studiare. Noi ce li ricordiamo sempre piccoli. Ci sono momenti di difficoltà, quando ci ritroviamo, poi però spiritualmente, se si vuole, ci si perdona e si va avanti. E’ un continuo cadere e rialzarsi. E la vita continua. La ferita è sempre aperta. Il fatto che possiamo mandare qualcosa a casa non copre tutto. Copre materialmente ma nel cuore non copre niente. Ora c’è whatsapp e possiamo parlare più a lungo, ma toccare e abbracciare i propri cari è diverso”.
Losanna: GmG romanda. La storia di Alice, mamma di un bimbo con la Trisomia 21
Diverse centinaia di giovani romandi per due giorni nella capitale del Canton Vaud hanno partecipato al raduno giovanile con lo sguardo rivolto alla GMG di Lisbona, nel 2023
Circa 300 giovani hanno partecipato alla messa di apertura della GMG di Losanna, celebrata nella cattedrale della capitale del Canton Vaud sabato 7 maggio 2022. Guidata dal gruppo vallesano Raising Hope, la fervente celebrazione ha dato un assaggio di ciò che i giovani vivranno alla prossima e attesissima Giornata mondiale della Gioventù che sarà a Lisbona, in Portogallo, nel 2023. Il fine settimana è anche un'occasione per incontrare giovani di altri cantoni francofoni, per ampliare la l rete di conoscenze e per condividere belle esperienze e testimonianze.
La forte testimonianza di Alice Drisch
Come quella di Alice Drisch, operatrice pastorale della Diocesi di Lione, in Francia, ma anche moglie e mamma. Alice, con coraggio e semplicità, ha raccontato la sua storia: "Finché non ho lasciato il reparto maternità, non volevo tenere in braccio mio figlio. Quando a Isaac è stata diagnosticata la sindrome Down, due giorni dopo la nascita, ho provato un senso di sventura. Avevo bisogno di stare da sola nella mia stanza. Ho pregato Dio, gli ho gridato: 'Perché?'". Alice ha raccontato, sulle prime, di essersi rifiutata di vedere suo figlio, chiedendo di rimanere sola nella sua stanza a pregare. "Con la sensazione di una punizione e di una maledizione, ho pregato Dio, gli ho gridato: 'Perché?'. Ad un certo punto mi sono sentita piena della presenza dello Spirito Santo. e mi sono calmata". Alice trova così il coraggio di visitare il suo bambino. "Sono andato a prendere mio figlio, siamo tornati a casa e non avevo più pregiudizi nei suoi confronti". Alice ha ammesso di essere stata terrorizzata dalla mancanza di conoscenza della malattia. Oggi la loro vita continua con le sue preoccupazioni. "Devi adattarti, il ritmo della tua vita è cambiato. Come famiglia viviamo giorno per giorno, accompagnando il piccolo Isaac nel suo sviluppo, che è necessariamente più delicato di quello degli altri bambini. La sindrome di Down è un handicap delicato. Tutto richiede tempo. Isaac parla poco". La coppia deve imparare a vivere al momento. "Niente più liste di cose da fare, niente più grandi piani e niente più anticipazioni. Eppure è un'esistenza piena di gioia: Isaac è un dono della vita, ha sviluppato una grande sensibilità e genera molta felicità intorno a lui". Alice Drisch deplora il fatto che le persone con disabilità siano definite principalmente da ciò che "non fanno" o da ciò che "non sono". Poi ammette che la vita non è sempre facile, nemmeno con le persone che li circondano. Alcuni della famiglia hanno impiegato molto tempo per accettare Isaac. "C'è voluta pazienza".
Da un dolore grande un segno di vita
Nell'ottobre 2021, Alice Drisch e suo marito hanno fondato "M21" (M for Wonder), un'associazione che aiuta e sostiene i genitori a cui è stata diagnosticata per un figlio la sindrome di Down durante la gravidanza o alla nascita. Un team di persone risponde al telefono per fornire consigli e supporto. La piattaforma presenta anche testimonianze di genitori di bambini con la sindrome di Down.
Evento ecumenico e conclusione della GMG romanda
L'8 maggio 2022, i giovani cattolici romandi hanno partecipato a una funzione protestante nella cattedrale nell'ambito del programma della GmG, come forma di scambio e di conoscenza reciproca. La cerimonia, presieduta dal pastore Line Dépraz, è stata un'occasione per scoprire un altro modo di vivere la fede e di riunirsi sotto il segno di Cristo. La GmG romanda si è successivamente conclusa nel pomeriggio, con una celebrazione eucaristica a Losanna.
fonte: cath.ch/ripresa e adattamento catt.ch
Il 18 giugno si aprirà a Creta il Grande Sinodo panortodosso
Il Concilio panortodosso, più correttamente chiamato il Santo e Grande Sinodo della Chiesa Ortodossa vedrà la partecipazione di vescovi da parte di tutte le chiese autocefale canoniche che compongono attualmente la Chiesa Ortodossa e precisamente: Patriarcato di Costantinopoli, Patriarcato di Alessandria, Patriarcato di Antiochia, Patriarcato di Gerusalemme, Patriarcato di Mosca, Patriarcato di Georgia, Patriarcato di Serbia, Patriarcato di Romania, Patriarcato di Bulgaria, Chiesa di Cipro, Chiesa di Grecia, Chiesa di Polonia, Chiesa di Albania, Chiesa delle terre Ceche e di Slovacchia.
Il Concilio panortodosso, più correttamente chiamato il Santo e Grande Sinodo della Chiesa Ortodossa vedrà la partecipazione di vescovi da parte di tutte le chiese autocefale canoniche che compongono attualmente la Chiesa Ortodossa e precisamente: Patriarcato di Costantinopoli, Patriarcato di Alessandria, Patriarcato di Antiochia, Patriarcato di Gerusalemme, Patriarcato di Mosca, Patriarcato di Georgia, Patriarcato di Serbia, Patriarcato di Romania, Patriarcato di Bulgaria, Chiesa di Cipro, Chiesa di Grecia, Chiesa di Polonia, Chiesa di Albania, Chiesa delle terre Ceche e di Slovacchia.
Dopo alcuni decenni di preliminari e di auspicii, maturati nel corso di assemblee e di convegni panortodossi, la preparazione del concilio fu ufficialmente avviata nel 1961, per volontà dell’allora patriarca ecumenico Athenagoras: in quell’anno fu convocata la prima conferenza panortodossa di Rodi, che elaborò una prima lista di temi che il sinodo avrebbe dovuto discutere. Questi comprendevano fin dall’inizio le relazioni tra le varie chiese ortodosse, con gli spinosi problemi della giurisdizione al di là dei tradizionali territori canonici di pertinenza, i rapporti con le chiese non ortodosse, l’aggiornamento di alcuni aspetti della vita della chiesa e più in generale il ruolo della chiesa nel mondo contemporaneo.
La convocazione del concilio panortodosso è affidata al Patriarcato ecumenico, in quanto chiesa che gode di uno statuto primaziale di onore (primus inter pares) e svolge un ministero di comunione tra le varie chiese ortodosse; dallo stesso patriarcato è stata assunta anche la gestione della preparazione e del coordinamento dei lavori. A questo scopo la sede del segretariato per la preparazione del concilio è stata stabilita a Chambésy (Ginevra). Qui sono state organizzate a partire dal 1976 le conferenze pre-sinodali e le riunioni della commissione preparatoria inter-ortodossa, che hanno discusso, elaborato e varie volte modificato i documenti relativi ai temi sinodali stabiliti.
Il fatto che il Santo e Grande Sinodo sia la prima convocazione conciliare panortodossa dopo secoli, o meglio dopo più di un millennio (dal Concilio di Nicea II del 787) ovviamente non poteva non sollevare numerosi problemi di comprensione reciproca, di visione comune, di coordinamento, con tensioni irrisolte tra le varie anime dell’ortodossia. Nonostante le difficoltà crescenti, che hanno rischiato più volte di far arenare il progetto conciliare, è andata tuttavia aumentando negli anni, da parte delle menti più illuminate dell’ortodossia, la consapevolezza della necessità improrogabile di questo evento, per dare una testimonianza credibile di unità e comunione di fronte al mondo contemporaneo.
Così, ad esempio, si esprimevano Olivier Clément e Paul Evdokimov in un “Appello alla Chiesa” pubblicato nel 1971: “Oggi ogni grande evento è un evento per tutti gli uomini. La chiesa diventa un ‘piccolo gregge’, ma l’atteggiamento degli uomini nei suoi confronti è ambivalente: la disprezzano, ma attendono anche da essa gesti e parole in cui si esprima il Senso … Se dunque l’Ortodossia si raduna in concilio, il mondo intero volgerà gli occhi verso di essa in attesa di una parola di vita, di una parola essenziale rivolta a tutti”.
Dopo vari decenni di stallo, nonostante l’entusiasmo, l’impegno e la convinzione dei patriarchi ecumenici Athenagoras e Dimitrios, i lavori di preparazione hanno subito un’accelerazione solo negli ultimi anni del patriarcato di Bartholomeos, soprattutto grazie all’istituzione di una nuova forma di consultazione panortodossa, la Sinassi dei primati delle chiese ortodosse autocefale. La convocazione di tali riunioni straordinarie (iniziate nel 1992) è stata un’iniziativa dello stesso patriarca, al fine di giungere alla sintonizzazione tra le chiese ortodosse su temi di attualità o di particolare interesse interecclesiale attraverso un incontro personale e ravvicinato al massimo livello della gerarchia ecclesiastica.
Ciò di fatto ha permesso di sbloccare la situazione di immobilismo: la sinassi del 2014 ha infatti annunciato formalmente la convocazione del concilio per la Pentecoste del 2016 e all’inizio dell’anno corrente, tra il 21 e il 28 gennaio una nuova sinassi riunita a Chambésy, ha confermato la stessa decisione (modificando unicamente il luogo della convocazione: non più Istanbul, secondo il progetto originario, ma Chanià, sull’isola di Creta, presso l’Accademia teologica di Creta, situata sotto la giurisdizione del Patriarcato ecumenico); nella stessa occasione sono stati ufficialmente pubblicati i sei documenti che saranno sottoposti all’approvazione del concilio (la pubblicazione previa intende sensibilizzare l’intero corpo ecclesiale, aprendo la possibilità di discussioni e di proposte di ulteriori modifiche):
- La missione della Chiesa Ortodossa nel mondo contemporaneo;
- La diaspora ortodossa;
- L’autonomia [delle singole chiese ortodosse locali] e la modalità della sua proclamazione;
- Il sacramento del matrimonio e i suoi impedimenti;
- L’importanza del digiuno e la sua osservanza oggi;
- Relazioni della Chiesa Ortodossa con tutto il restante mondo cristiano.
Si noti che rispetto all’elenco originario sono stati espunti tre temi che non hanno raccolto la convergenza delle chiese su un documento comune:
- l’ “autocefalia” e la sua proclamazione (cioè il modo in cui una chiesa può essere dichiarata indipendente rispetto alle altre),
- i “dittici” (cioè la sequenza ufficiale delle chiese ortodosse secondo il grado di dignità)
- la questione del calendario comune (cioè la soluzione della disparità tra uso del calendario giuliano e calendario gregoriano),
Il processo di convocazione si è ufficialmente concluso con la pubblicazione dell’enciclica del patriarca Bartholomeos del 20 marzo scorso, “Sulla convocazione del Santo e Grande Sinodo della Chiesa ortodossa”. In questo testo il patriarca sottolinea l’importanza della via della sinodalità come unica via di discernimento tra verità e menzogna: “Senza decisione sinodale il discernimento tra ortodossia ed eresia non è possibile. Tutti i dogmi della Chiesa e i suoi sacri canoni recano il sigillo della sinodalità. L’Ortodossia è la Chiesa della sinodalità”. L’enciclica chiarisce che si tratta innanzitutto di dare una testimonianza di unità (“I tempi sono critici e l’unità della Chiesa deve costituire l’esempio dell’unità per l’umanità dilaniata da divisioni e conflitti”) e di compiere “un primo passo” nel cammino sinodale, cui altri potranno seguire nel prossimo futuro.
Dal punto di vista pratico, occorre ricordare che, in base al regolamento pubblicato dalla stessa sinassi dei primati del gennaio 2016, il concilio panortodosso sarà presieduto dal patriarca ecumenico, che aprirà e coordinerà i lavori. Saranno rappresentate al concilio tutte le chiese ortodosse autocefale ciascuna delle quali avrà una delegazione di 24 vescovi, che potranno però essere accompagnati da sei consultori (chierici, monaci o laici, sia uomini che donne) e da tre assistenti. Le discussioni, in plenaria o nelle commissioni separate, potranno vertere unicamente sui sei documenti pubblicati e le decisioni finali saranno prese all’unanimità: questo significherebbe che un documento, qualora non ricevesse l’approvazione di tutte le delegazioni delle varie chiese (che avranno ciascuna diritto a un voto), non sarebbe approvato.
Alle sessioni di apertura e di chiusura potranno assistere degli osservatori di altre chiese e confessioni cristiane (due gli osservatori della chiesa cattolica, e uno per ciascuno delle altre principali chiese o istituzioni ecumeniche), insieme ai giornalisti accreditati, mentre le altre sessioni saranno tutte a porte chiuse. Oltre ai documenti approvati, il concilio produrrà un “messaggio finale”, la cui stesura sarà affidata a un comitato speciale.
Questi mesi che separano la convocazione dalla celebrazione del concilio hanno già visto un grande fervore organizzativo, e un vivace dibattito è stato anche suscitato dalla pubblicazione dei documenti preparatori: in vari paesi (Grecia, Russia, Belgio, Stati Uniti) a questo scopo sono stati organizzati convegni teologici sui temi conciliari, che hanno elaborato proposte di miglioramento e di modifica, contribuendo alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica ed ecclesiale sul significato dell’evento che sta per essere celebrato. Parallelamente non sono mancate le tensioni e le reazioni negative: non solo frange conservatrici presenti in quasi tutte le chiese ortodosse hanno criticato ripetutamente le “aperture” e le “novità” presenti nei documenti sulle relazioni della chiesa ortodossa con il resto del mondo cristiano e sulla missione della chiesa nel mondo contemporaneo, ma si sono registrate anche prese di posizione negative dei sinodi di intere chiese, come quella della Chiesa ortodossa di Georgia che, dopo aver rifiutato assieme al Patriarcato di Antiochia di approvare il documento relativo al sacramento del matrimonio, ha successivamente ritirato la sua approvazione anche per il documento relativo alle relazioni ecumeniche.
Né si può dimenticare il disagio causato dalla rottura della comunione, che perdura nonostante i tentativi di ricomposizione, tra il patriarcato di Gerusalemme e il patriarcato di Antiochia a motivo della giurisdizione canonica in Qatar. Nonostante tutto, la determinazione del patriarca Bartholomeos e dei suoi diretti collaboratori e nel contempo la convinta adesione di varie altre chiese ortodosse fanno ben sperare riguardo al fatto che la grande nave del concilio, partita da lontano, possa arrivare finalmente in porto: sarà un momento storico decisivo, non solo per il mondo ortodosso, ma per tutto il mondo cristiano, come lo fu cinquant’anni fa il Concilio Vaticano II celebrato in ambito cattolico.
Il Papa: "La Pasqua ci dice che tutto andrà bene. E questa non è un'illusione"
Nella catechesi pronunciata in diretta streaming dalla Biblioteca del Palazzo Apostolico, il Pontefice offre una guida per trovare risposta ai tanti interrogativi che ci tormentano in questo tempo.
"In queste settimane di apprensione per la pandemia che sta facendo soffrire tanto il mondo, tra le tante domande che ci facciamo, possono essercene anche su Dio: che cosa fa davanti al nostro dolore? Dov’è quando va tutto storto? Perché non ci risolve in fretta i problemi?" Sono le domande che tutti noi ci stiamo facendo e che papa Francesco ha pronunciato all'inizio della catechesi di questa mattina, 8 aprile, trasmessa in diretta streaming dalla Biblioteca di Palazzo Apostolico.
Ad aiutarci nella lettura di questo tempo presente è "il racconto della Passione di Gesù, che ci accompagna in questi giorni santi. Anche lì, infatti, si addensano tanti interrogativi". [...] "Quando Gesù muore, il centurione romano che non era credente, non era ebreo ma era un pagano, che lo aveva visto soffrire in croce e lo aveva sentito perdonare tutti, che aveva toccato con mano il suo amore senza misura, confessa: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio» (Mc 15,39)".
E dunque qual è il vero volto di Dio oggi? Si chiede Francesco. "Non dimentichiamo, fratelli e sorelle, che la croce è la cattedra di Dio. Ci farà bene stare a guardare il Crocifisso in silenzio e vedere chi è il nostro Signore: è Colui che non punta il dito contro qualcuno, neppure contro coloro che lo stanno crocifiggendo, ma spalanca le braccia a tutti; [...] che non ci tratta da estranei, ma prende su di sé il nostro male, prende su di sé i nostri peccati. E questo, per liberarci dai pregiudizi su Dio, guardiamo il Crocifisso. E poi apriamo il Vangelo. In questi giorni, tutti in quarantena e a casa, chiusi, prendiamo queste due cose in mano: il Crocifisso, guardiamolo; e apriamo il Vangelo. Questa sarà per noi – diciamo così – come una grande liturgia domestica, perché in questi giorni non possiamo andare in chiesa. Crocifisso e Vangelo!".
"Dio è onnipotente nell’amore - continua Francesco -, e non in altro modo. È la sua natura, perché è fatto così. Egli è l’Amore.
Tu potresti obiettare: “Che me ne faccio di un Dio così debole, che muore? Preferirei un dio forte, un Dio potente!”. Ma sai, il potere di questo mondo passa, mentre l’amore resta. Solo l’amore custodisce la vita che abbiamo, perché abbraccia le nostre fragilità e le trasforma. È l’amore di Dio che a Pasqua ha guarito il nostro peccato col suo perdono, che ha fatto della morte un passaggio di vita, che ha cambiato la nostra paura in fiducia, la nostra angoscia in speranza. La Pasqua ci dice che Dio può volgere tutto in bene. Che con Lui possiamo davvero confidare che tutto andrà bene. E questa non è un’illusione, perché la morte e resurrezione di Gesù non è un’illusione: è stata una verità! Ecco perché il mattino di Pasqua ci viene detto: «Non abbiate paura!» (cfr Mt 28,5). E le angoscianti domande sul male non svaniscono di colpo, ma trovano nel Risorto il fondamento solido che ci permette di non naufragare".
"Fratelli e sorelle - ha concluso il Pontefice -, apriamogli tutto il cuore nella preghiera, questa settimana, questi giorni: con il Crocifisso e con il Vangelo. Non dimenticatevi: Crocifisso e Vangelo. La liturgia domestica, sarà questa. Apriamogli tutto il cuore nella preghiera, lasciamo che il suo sguardo si posi su di noi e capiremo che non siamo soli, ma amati, perché il Signore non ci abbandona e non si dimentica di noi, mai".
A questo link il testo integrale della catechesi di papa Francesco.
L'agenda di mons. Alain de Raemy
La Curia trasmette le udienze e gli impegni pubblici dell'Amministratore Apostolico.
Di seguito gli impegni pubblici del Vescovo Alain de Raemy per questa settimana.
Udienze e incontri
Lunedì 13 febbraio partecipa all’incontro di formazione del Clero diocesano.
Martedì 14 febbraio partecipa all’incontro con i Delegati cantonali della pastorale giovanile in Svizzera romanda.
Mercoledì 15 febbraio incontra i Seminaristi a Rovio.
Venerdì 17 febbraio partecipa alla riunione della Conferenza dei Vescovi, dei Vicari generali e Vicari episcopali dei Cantoni di lingua francese.
Sabato 18 febbraio incontra i responsabili della Pastorale giovanile della Diocesi di Lugano.
Da domenica 19 febbraio, alla sera, e fino a mercoledì 22 febbraio partecipa al ritiro spirituale dei Presbiteri e Diaconi della Diocesi di Lugano.
Funzioni pubbliche
Giovedì 16 febbraio, alle ore 20.00, presiede la Santa Messa in ricordo di don Luigi Giussani nella Cattedrale di San Lorenzo in Lugano.
Domenica 19 febbraio, alle ore 10.00, presiede la Santa Messa nella chiesa di San Lorenzo in Ligornetto.
Diocesi di Lugano: l'omelia di mons. Lazzeri nella domenica di Pasqua
«L’orizzonte è ancora oscuro, ma il sepolcro di Cristo è vuoto».
Carissimi,
“era ancora buio”, quando Maria di Magdala si reca al sepolcro di Gesù. E anche noi, in questa mattina di Pasqua, non vediamo ancora il pieno giorno del superamento della crisi sanitaria con la quale tutto il mondo si trova ancora confrontato.
“Era ancora buio... in quel primo giorno della settimana” (Gv 20,1). Eppure, qualcuno non ha aspettato il sorgere del sole per mettersi in cammino. Certo, le intenzioni di Maria di Magdala, i suoi sentimenti e i suoi pensieri, sono ancora molto confusi. Non c’è in lei nessuna disposizione a leggere favorevolmente la realtà che le si presenta. Quando trova la tomba vuota, la prima cosa a cui pensa è a un trafugamento di cadavere. Di lì a poco, non avrà subito gli occhi per riconoscere chi è veramente il giardiniere che le si presenterà davanti. Quel che conta, però, è che il buio non l’ha fermata, non ha spento in lei il dinamismo dell’amore per Gesù, più forte di tutto ciò che le consigliava di lasciar perdere.
Anche noi, questa mattina, siamo invitati a non aspettare, prima di seguire l’impulso più profondo del cuore, di non condizionarlo al totale chiarimento di ogni cosa. Certo, non è ancora l’ora di uscire di casa. È meglio per adesso rimanere fisicamente confinati. È però il momento di metterci interiormente, alla velocità consentita a ciascuno, sulla scia dei discepoli mobilitati dall’inatteso.
È vero! Ci sono ancora tante cose a tenere in sospeso l’intera collettività in questo giorno pasquale. Il plurale usato da Maria – “non sappiamo dove l’hanno posto!” (Gv 20,2) – fa pensare a un’inquietudine che rimane diffusa e condivisa. Gli elementi rilevati da Pietro dentro la tomba di Gesù non permettono di trarre una conclusione definitiva. Neanche colui “che era giunto per primo al sepolcro” e, dopo essere entrato, “vide e credette” (Gv 20,8), pare essere ancora giunto alla piena luce della fede pasquale: “Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risorgere dai morti” (Gv 20,9).
Eppure, fin dal primo istante, una cosa risulta indiscutibile: l’immobilismo non paga! Né la rassegnazione né il fatalismo, né lo sconforto né la recriminazione aiutano a vedere meglio. Chi si blinda nel suo dolore come in una fortezza, chi prende la scusa dell’oscurità per chiudere ancora più ostinatamente gli occhi, non fa la scelta più sensata, non prende la decisione più aderente alla realtà, finisce per chiudersi al senso vero di avvenimenti, che nessuno prevedeva, eppure sono capitati.
In questa Pasqua strana, anche se chiusi dentro le mura delle nostre case, nessuno deve sentirsi costretto al suo sconforto, incatenato nel sentimento dell’inutilità e dell’impotenza. L’orizzonte è ancora oscuro, ma il sepolcro di Cristo è vuoto. Nel silenzio della tomba, in un’inviolabile intimità divina, l’amore del Padre per il Figlio, ha inghiottito la morte. Una deflagrazione misteriosa si è prodotta. Solo all’apparenza, alla superficie, le cose sono rimaste come prima.
Chi in un modo o nell’altro ha fatto l’esperienza dell’amore, chi almeno per un istante si è sentito amato da qualcuno o ha provato ad amare, pur nel chiaroscuro di un’alba che tarda a sorgere, è già sulla strada della Pasqua del Signore. Non può accettare senza batter ciglio la sentenza inappellabile della morte. Non può rassegnarsi a stare chiuso nella sua tristezza e, non potendo trovare ciò che cerca, comincia ad aprirsi a Colui che lo sta chiamando per nome da oltre la morte.
“Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria”.
Per questo motivo, non siamo più costretti a cercare ossessivamente di tenere a bada la morte con i nostri strumenti. Essi, per quanto raffinati e potenti, non riusciranno mai a eliminarla. La nostra speranza non è solo quella di poter ricostruire al più presto un vivere comune semplicemente un po’ meno duro e meno limitante di quello che adesso ci è imposto.
C’è una scoperta che siamo chiamati a fare, e la possiamo fare prima che tutto finisca, prima che sia dissipata la notte e torni la cosiddetta normalità: l’amore non è un accessorio dell’esistenza, non è qualcosa che produciamo perché sappiamo, possiamo o vogliamo. Noi non amiamo perché esistiamo, ma esistiamo veramente solo perché amati da Lui con un amore più forte della morte, perché resi capaci di amare in Lui ogni creatura, ogni fratello e sorella in umanità.
Sarebbe stato bello, certamente, essere qui, con la chiesa piena di fedeli, a cantare insieme l’Alleluia, a celebrare questa Eucaristia pasquale, in un clima generale di festa e di gratitudine per la passata emergenza, per la possibilità ritrovata di abbracciarci, di lasciar traboccare nelle parole e nei gesti l’esuberanza della gioia. La ricorrenza liturgica, invece, è arrivata prima di questa data tanto attesa e ancora purtroppo assai incerta.
Non c’è però nulla di essenziale alla Pasqua che debba essere rimandato, niente di fondamentale che non possa essere vissuto oggi. Dio che ha risuscitato Gesù dai morti “ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio” (Atti 10,42).
Ricordiamocelo: non è un mondo sano, senza malattie e in pace che ha convinto Maria di Magdala, Pietro e l’altro discepolo, gli apostoli e i primi testimoni della risurrezione a mettersi in cammino e ad avere fede. È piuttosto la loro fede, faticosamente maturata, che ha contestato un ordine del mondo costruito sul dominio della morte. È la loro fede che si è diffusa e ha attraversato i secoli. È la loro fede che, questa mattina, interpella i nostri cuori e ci chiede di anticipare con la nostra vita il Giorno pieno, che già ha cominciato a inondare il mondo.
All’inizio, tutto lasciava indeciso il significato da dare al sepolcro vuoto di Gesù. Nessuna conferma spettacolare. Eppure, da lì è cominciato un desiderio di leggere, di capire, di arrivare a una nuova e più profonda intelligenza delle cose e del vivere su questa terra. Non avevano più risorse di noi per uscire dal buio, ma a un certo punto la certezza è sfolgorata: “egli doveva risorgere dai morti” (Gv 20,9).
Possa questa memoria rovesciare le nostre paure! Ci spinga a far passare attraverso di noi la Pasqua del Signore, in attesa che la luce di Cristo, risorto dai morti, possa far risplendere, guarire, colmare e rinnovare in Dio l’intera creazione!
Si torna sul San Gottardo a celebrare il natale della Patria
Per il 1. agosto riprende la tradizione della S. Messa alle 10.30 con il vescovo sul passo del San Gottardo. Diretta su RSILa1 e le altre reti nazionali
di Silvia Guggiari
Era stata interrotta tre anni fa dopo la bella e partecipata celebrazione del ventesimo anniversario; ora, dopo due anni di pandemia, la tradizione della Santa Messa del Primo agosto con il vescovo di Lugano sul San Gottardo è pronta a ripartire con grande entusiasmo, come ci conferma don Emanuele Di Marco, direttore del Centro di liturgia pastorale. «Ricordo bene la celebrazione del 2019, l’ultima prima della pandemia: era stata probabilmentel’edizionepiùnumerosa. Per celebrare l’importante anniversario c’erano stati momenti significativi come la risottata comune e l’iniziativa del treno per raggiungere il Passo».
La celebrazione del Primo agosto sul San Gottardo con il vescovo di Lugano rimane dunque un momento sempre molto sentito «sia per chi è presente e ha modo di condividere la celebrazione e di incontrare amici e conoscenti, ma anche per chi segue la Messa in diretta in televisione sulle tre reti nazionali. È dunque un bel modo di vivere la festa nazionale nella fede; ed è bello vedere che non partecipano solo gli svizzeri o coloro che hanno un particolare legame con la Svizzera, ma che sul Passo si incontrano tantissime persone tutte accomunate da una particolare sensibilità verso il territorio elvetico. Attraverso questa tradizione si vuole ringraziare il Signore per la terra in cui viviamo, che sicuramente presenta i suoi limiti e ha aspetti da migliorare, ma che è di certo una terra di pace che si è sempre impegnata per il bene altrui e che si è sempre data da fare per sostenere chi è in difficoltà». Quest’anno, dopo il successo del 2019, è stato riproposto il viaggio in treno (e con l’autopostale) per raggiungere il Passo. Una scelta ecologica ma anche un invito a essere comunità e Chiesa in cammino. «Per la riuscita del viaggio in treno -continua don Emanuele dobbiamo ringraziare i tanti volontari che durante la giornata si metteranno a disposizione per i diversi servizi che rendono possibile questo viaggio. Il treno ha fondamentalmente tre punti di forza: quello comunitario, perché stare sul treno garantisce una certa modalità di incontro oltre ad essere un mezzo utilizzabile da tutti anche da chi magari non avrebbe preso l’auto perché anziano o per altri motivi; inoltre il treno garantisce la fermata in tutte le stazioni lungo la linea ferroviaria ticinese assicurando a tutti la possibilità di raggiungere Airolo ad un costo davvero molto vantaggioso, addirittura gratuito per i ragazzi fino ai 16 anni; e non da ultimo l’aspetto ecologico. Papa Francesco in alcuni suoi documenti recenti ci ha ricordato che come cristiani siamo chiamati a vivere non semplicemente una sensibilità ecologica perché va di moda, ma a ponderare le nostre scelte nello spirito evangelico dell’amore e della custodia del creato ».
La mattina del 1. Agosto, i pellegrini raggiungeranno dunque Airolo con i treni che hanno posti limitati – 500 quellidisponibili–epoiconl’autopostale arriveranno al passo: è per questo che è importante iscriversi il prima possibile. «Con questa soluzione – conclude don Emanuele – non potremo certo trasportare tutti i pellegrini che raggiungeranno il passo, ma saranno comunque cinquecento persone che eviteranno di utilizzare la macchina».
La diretta sulle reti nazionali
La celebrazione del 1. Agosto, che vedrà la partecipazione anche del vescovo emerito Grampa e che in caso di brutto tempo si terrà nella parrocchiale di Airolo, verrà trasmessa in diretta, alle 10.30, sulle tre reti nazionali; il servizio è assicurato dalla RSI su LA1 come ci conferma Bruno Boccaletti, responsabile del settore religione della RSI: «Per noi è interessante coprire un evento come quello della Messa sul San Gottardo perché è un avvenimento popolare: il servizio pubblico RSI riconosce un interesse generale per questo appuntamento e quindi, a partire dal 2014, assicuriamo la copertura dell’evento, dando spazio sulle nostre reti a qualcosa che è profondamente tradizionale e che vede la partecipazione di migliaia di persone ogni anno. Anche le consorelle della SSR, la RTS e la SRF, hanno capito il valore di questa diretta per il loro palinsesto e ogni anno ci sollecitano a coprire la manifestazione così che possano appoggiarsi ai nostri mezzi per i loro telespettatori». Nelle scorse edizioni, il commento in italiano era curato da don Italo Molinaro, per anni referente religioso della RSI e conduttore di Strada Regina, quest’anno invece sarà proprio Boccaletti a curare il commento dell’evento e della liturgia. «La festa del primo agosto – conclude Boccaletti – ha diversi elementi che si intersecano: vi è sicuramente quello patriottico di riflessione sul nostro oggi e sul nostro passato, ma vi è anche l’elemento religioso al cuore della storia svizzera. Trasmettere la diretta di questo avvenimento significa dunque riconoscere da parte del servizio pubblico che il Primo agosto contiene tante cose, tra le quali anche la cristianità ».
Tutte le informazioni per partecipare
La S. Messa sul San Gottardo presieduta dal vescovo Valerio Lazzeri il 1. Agosto alle 10.30 verrà trasmessa in diretta dalle tre reti nazionali. Per l’occasione saranno organizzati due treni speciali che, da Chiasso e da Locarno, con fermata in tutte le stazioni, raggiungeranno Airolo dove dei bus navetta porteranno i pellegrini al Passo. Per prenotare i biglietti è sufficiente scrivere una mail a san.gottardo.01.08@gmail.com indicando il numero e i nomi dei partecipanti. Per chi seguirà la celebrazione da casa ci sarà la possibilità di scaricare il libretto della liturgia disponibile qualche giorno prima sul sito liturgiapastorale.ch. Tutte le Info sul sito: san-gottardo-01-08.jimdofree.com.
La lezione di Jäger: è il pensiero su Dio che ci caratterizza come uomini. Carlo Ossola su "Umanesimo e teologia"
Presentato alla Salita dei Frati lo scorso lunedì il volume, con la prefazione di Carlo Ossola, "Umanesimo e teologia", nel quale S. Tommaso d'Aquino diventa lo spunto per il grande pensatore Werner Jäger di definire le radici dell'Umanesimo europeo.

Un intervento tenuto nel contesto della Seconda guerra mondiale presso la prestigiosa Marquette University, fondata dai gesuiti, e un conferenziere – Werner Jäger (1888-1961) – professore ad Harvard e tra i più importanti classicisti e pensatori del XX secolo, intenzionato a formulare dopo la sua Paideia – il monumentale saggio sulla formazione dell’uomo greco, divenuto uno dei cardini della riflessione culturale della nostra epoca – un vero e proprio “manifesto” per il rinnovarsi della civiltà, messa a dura prova dalle mitologie naziste ma anche da teorie e visioni storiche, sociali, antropologiche non sempre capaci di indicare all’uomo la sua vera strada. Il testo che ne risultò, Umanesimo e teologia, fu tradotto e stampato in italiano per la prima volta grazie a David Maria Turoldo, nel 1958. Ora, a quasi settant’anni da quella storica edizione, esso ricompare per i tipi di “Vita e Pensiero”, nella traduzione di Luciana Bulgheroni e con la prefazione del prof. Carlo Ossola, presente lo scorso lunedì sera a Lugano, alla Salita dei Frati, per raccontare e ripercorrere con il pubblico la preziosità dello scritto.
Non il dramma di essere uomini, ma lo spirito che ci rende tali
«Mentre l’eredità greca contemporanea passa di solito attraverso la tragedia, improntata al dramma di essere uomini, Jäger si sofferma all’opposto sulla formazione dell’uomo greco, la paideia, e su ciò che a partire dagli autori greci potesse significare un reale umanesimo», ha spiegato il prof. Ossola. Umanesimo, ovvero, come spiega Jäger nel suo stesso saggio, prescindendo dalle singole interpretazioni dategli nella storia, “quello spirito umanizzante che aiuta l’uomo a scoprire il suo vero io e perciò ne plasma la personalità”.
Quale "umanesimo" per l'uomo?
In ciò l’autore si confronta con due eredità precise, quella di Jacob Burckhardt (1818-1897) e di Friedrich Nietzsche (1844-1900). «Per il primo vale l’idea di un umanesimo “compiuto”, dove si integrano l’architettura, il commercio, l’eredità classica, gli avanzamento civili e in cui compiere i propri doveri di cittadino è realizzare se stessi. Per il secondo, invece, è necessario per un vero umanesimo fare anzitutto uscire le università dallo specialismo». L’analisi di Nietzsche si basa sull’esperienza da lui maturata a partire dal 1869 presso l’Università di Basilea, come titolare della cattedra di lingua e letteratura greca, a contatto con un ambiente accademico immerso in un profondo «sonno», come scriverà in una lettera al suo maestro Friedrich Wilhelm Ritschl.
Socrate, Platone, Aristotele: i primi padri del pensiero "teologico"
Altro è il modello di “umanesimo” per Jäger, che – fondato sui valori greci poi assunti dal cristianesimo – guarda in primis a Socrate, Platone e Aristotele. In loro si fece infatti palesemente largo la certezza di Dio quale principio supremo del mondo naturale e sociale: le vere fonti spirituali - con i loro testi - dell’umanesimo classico. I sofisti, per contro, continueranno ad educare le nuove generazioni “tralasciando di indagare la natura delle cose divine e limitandosi alla sfera dell’uomo e a una scienza sociale senza alcuno sfondo metafisico” (Umanesimo e teologia, p. 93). Così, sottolinea Ossola, «è convinzione platonica che ogni vera formazione sia anti-sofistica», né si può formare l'uomo senza porsi il problema di Dio.
Non solo Platone e Aristotele avrebbero per primi formulato un discorso su Dio, ma avrebbero fortemente creduto nelle capacità razionali dell’uomo di poter formulare tale discorso. “Furono dunque i Greci, fondatori della filosofia e della scienza, che portarono nella vita intellettuale dell’umanità questa nuova forma di rapporto razionale con il mondo sovrumano”, sottolinea Jäger. Una razionalità, secondo lo studioso, di cui sarà debitore da vicino – questo il cuore della sua tesi – San Tommaso, vero teologo, dunque, ma anche vero “umanista”. «È possibile per l’uomo, attraverso la ragione che gli è propria, conoscere ciò che sta oltre la ragione? Le risposte, anche per Tommaso, possono essere due», sottolinea il professor Ossola. «Il riconoscere di non poter assolutamente accedere a tale sapere, oppure, il prendere atto che, ad esempio, se Dio è inconoscibile, si può perlomeno essere coscienti di non poterlo conoscere». Ciò vale per Jäger, il suo modello di teologia e di umanesimo: «Per lui, citando costantemente Platone, la teologia non è discorso strutturante e cristallizzato dell’impossessarsi di Dio, ma è il modo di porre razionalmente i limiti della ragione stessa; l’uomo deve essere cosciente di non poter comprendere Dio ma anche di poterselo porre come problema. Posti questi limiti,
non solo è possibile un ragionamento, un discorso razionale sul nostro porre il problema di Dio, ma questo è il vero umanesimo».
Lungi dal rappresentare una rottura, il Medioevo al quale Jäger guarda emerge dunque come il compimento dell’anelito a quell’«Umanesimo integrale» che, pochi anni prima della conferenza di Jaeger, Maritain aveva così formulato: «L’uomo è chiamato a un destino migliore che a una vita puramente umana».
La vera vocazione dell'uomo? Ritornare alla propria origine divina

Il secondo fondamentale elemento dell’umanesimo di Jäger «è che nel conoscere la propria origine divina, l’uomo conosce se stesso e conosce la parte divina che è in lui». Un’antropologia ben delineata anche da Dante, in cui tomismo e pensiero aristotelico si incontrano alla perfezione, anche secondo Jäger, e che attraverso la sua Commedia indica all’uomo il vero senso del «superarsi», l’andare oltre sé stessi. «L’uomo ha l’esigenza di comprendere sé stesso come più degno della propria fisicità senza cadere, però, nell’aspetto superomistico di Nietzsche. Dante a queste domande risponde con le parole del suo maestro, Brunetto Latini, colui che gli ha insegnato “come l’uom s’etterna”: non un riferimento alla gloria, all’eternità della fama, come molti dantisti hanno sempre creduto, bensì un appello affinché l’uomo riconquisti, ripartecipi della sua stirpe, cioè della sua origine divina e da questa si lascia ispirare».
Dall'amore francescano per il Creato a Dio, un pensiero "universale"
Ma qual è il carattere di questo umanesimo fondato sulla possibilità dir ragionare "al di sopra dell’uomo", giungendo fino a Dio? «L’uomo – spiega Ossola – deve conoscere l’aspetto fisico delle cose tanto ciò che lo travalica: se non abbiamo coscienza di ciò che deve fare la scienza – come affermava Aristotele – ogni nostra metafisica è una impostura.
Tutto ciò che riguarda il contesto che arriva in contatto con l’uomo è propriamente ciò di cui l’uomo si deve occupare. E anche tutto ciò che riguarda la terra, come insegnato da San Francesco.
Perciò gli autori che si sono dotati di questa universalità sono quelle che hanno sorretto l’umanesimo. È una universalità affermata nel Novecento anche dall’eredità domenicana e dal tomismo novecentesco, in cui sarebbero riconosciuti Giuseppe Toffanin, don Giuseppe De Luca, Carlo Dionisotti».
La conversione necessaria all'uomo oggi: agire insieme di fronte ai grandi problemi
E infine come raggiungere, anche nel presente – un presente per Jäger allora attraversato dal conflitto mondiale – questo ideale di umanesimo? «Jäger prescinde qui dall’idea di una trasfigurazione – l’uomo in grado di decidere da sé la sua metamorfosi – e introduce un termine nuovo: l’immagine platonica della periagoghè, ovvero il convertirsi, il vertere cum, il volgersi tutti assieme in una direzione, nella duplice idea di un movimento comune, un agire intorno ai grandi problemi contemporanei in modo corale.
È un modello che vale anche per la Chiesa: intraprendere insieme un cammino.
Questo deve prevedere la formazione dell’uomo contemporaneo: la formazione di una “comunità ideale”, non una società regolata dal contratto sociale o dalla trasfigurazione del singolo. Potrebbe Jäger aver mutuato l’idea da Novalis, La Cristianità ovvero l’Europa, l’idea di una cristianità che ponga la propria identità in una cittadella “faro”, rilevata come una nuova Gerusalemme? Forse sì».
«Uno dei sensi per i quali abbiamo riproposto questo libro? Perché la vera autorità non impone discepolati, ma è autoritativa, aumenta la consapevolezza, fa crescere. Mi auguro che questo libro con la sua carica di provocazione possa diventare un libro autoritativo, che faccia crescere la consapevolezza del dramma di fronte al quale siamo e induca la conversione», conclude il prof. Ossola.
Laura Quadri
Il Papa: la tecnologia è per l’uomo, il virtuale non sostituisca il reale
Oggi l'incontro del Papa con i membri della Pontificia Accademia per la Vita, ricevuti in occasione della loro Assemblea plenaria, in corso oggi e domani in Vaticano.
Il cambiamento delle condizioni di vita dell’uomo, nel mondo tecnologico; l’impatto delle nuove tecnologie sulla definizione stessa di “uomo” e di “relazione”; il concetto di “conoscenza” e le conseguenze che ne derivano. Tre sfide e un “compito enorme”: rispondere assumendo le prospettive della complessità, del dialogo trans-disciplinare e della collaborazione tra soggetti diversi. È quanto il Papa indica ai membri della Pontificia Accademia per la Vita ricevuti nella Sala del Concistoro in occasione dell’Assemblea Plenaria in corso oggi e domani in Vaticano sul tema “Convergin on the person. Emerging Technologies for the Common Good”.
Un momento dell'udienza
Rapidità e inter-dipendenza
Il rapido sviluppo dei mezzi tecnici rende più intensa ed evidente l’interdipendenza tra l’uomo e la “casa comune”, constata Francesco, esortando a "vigilare sulla velocità delle trasformazioni e sull'interazione tra i cambiamenti":
La forza e l’accelerazione degli interventi è tale da produrre mutazioni significative, sia nell’ambiente che nelle condizioni di vita dell’uomo, con effetti e sviluppi non sempre chiari e prevedibili. Lo stanno dimostrando varie crisi, da quella pandemica a quella energetica, da quella climatica a quella migratoria, le cui conseguenze si ripercuotono le une sulle altre, amplificandosi a vicenda. Un sano sviluppo tecnologico non può non tener conto di questi complessi intrecci.
Un momento dell'udienza
Persona, coscienza, corpo e cultura
Le nuove tecnologie inoltre hanno un significativo impatto sulla definizione di uomo e relazione. Il Vescovo di Roma rileva che “la forma tecnologica dell’esperienza umana sta diventando ogni giorno più pervasiva: nelle distinzioni tra ‘naturale’ e ‘artificiale’, ‘biologico’ e ‘tecnologico’, i criteri con cui discernere il proprio dell’umano e della tecnica diventano sempre più difficili”. Da qui l’urgenza di una “seria riflessione sul valore stesso dell’uomo”:
Occorre, in particolare, ribadire con decisione l’importanza del concetto di coscienza personale come esperienza relazionale, che non può prescindere né dalla corporeità né dalla cultura. In altre parole, nella rete delle relazioni, sia soggettive che comunitarie, la tecnologia non può soppiantare il contatto umano, il virtuale non può sostituire il reale e nemmeno i social l’ambito sociale.
Comunità e bene comune
La relazione persona-comunità presenta risvolti etici sempre più complessi all’interno dei processi di ricerca scientifica. Francesco pensa in modo particolare all’ambito sanitario dove “la qualità dell’informazione e dell’assistenza del singolo dipende in gran parte dalla raccolta e dallo studio dei dati disponibili”.
Qui si deve affrontare il problema di coniugare la riservatezza dei dati della persona con la condivisione delle informazioni che la riguardano nell’interesse di tutti. Sarebbe egoistico, infatti, chiedere di essere curati con le migliori risorse e competenze di cui la società dispone senza contribuire ad accrescerle.
Rispetto delle singole culture
Il Papa chiede inoltre di rispettare le singole culture, soprattutto laddove la prospettiva tecnologica tende a imporsi come linguaggio e cultura universale e omogenea:
L’impegno va invece rivolto a 'fare in modo che ognuno cresca con lo stile che gli è peculiare, sviluppando le proprie capacità di innovare a partire dai valori della propria cultura'.
A misura d'uomo
Importante, secondo Francesco, è incentivare una conoscenza a misura d’uomo perché “già il tipo di coscienza che mettiamo in atto ha in sè dei risvolti morali”. Appare quindi “riduttivo cercare la spiegazione dei fenomeni solo nelle caratteristiche dei singoli elementi che li compongono”. “Servono modelli più articolati”, afferma il Pontefice, chiedendo di porre attenzione all’“intreccio di relazioni di cui i singoli eventi sono intessuti”.
È paradossale, ad esempio, riferendosi a tecnologie di potenziamento delle funzioni biologiche di un soggetto, parlare di uomo "aumentato" se si dimentica che il corpo umano rinvia al bene integrale della persona e che dunque non può essere identificato con il solo organismo biologico. Un approccio sbagliato in questo campo finisce in realtà non con l’“aumentare”, ma con il “comprimere” l’uomo.
Teologia e dialogo interreligioso
La teologia “può contribuire” secondo il Papa “alla definizione di un nuovo umanesimo e favorire il reciproco ascolto e la mutua comprensione tra scienza, tecnologia e società”. Allo stesso modo Francesco esorta la Pontificia Accademia a continuare a considerare “l’importanza del contributo offerto dal dialogo tra le grandi tradizioni religiose” e dalla loro saggezza secolare. “Il compito che avete è enorme” ma, rassicura il Pontefice, “il Signore, amante della vita, non ci abbandona”.
VaticanNews
Nel nuovo numero di "Dialoghi" il dossier della Summer School della Rete Laudato si' sulla povertà
«Sorella povertà: limiti – risorse – essenzialità». È questo il titolo del 277esimo numero di “Dialoghi”, pubblicato in questi giorni. Al suo interno, gli atti della Summer School 2023 della Rete Laudato si’ della Svizzera italiana, tenutasi la scorsa estate a Camperio, in Val di Blenio.
«Sorella povertà: limiti – risorse – essenzialità». È questo il titolo del 277esimo numero di “Dialoghi”, pubblicato in questi giorni. Al suo interno, gli atti della Summer School 2023 della Rete Laudato si’ della Svizzera italiana, tenutasi la scorsa estate a Camperio, in Val di Blenio.
Nel primo contributo, dopo il messaggio di apertura del fascicolo e l’introduzione agli atti di Markus Krienke, Simona Beretta, prof.ssa alla Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica di Milano, illustra la vita della Serva di Dio Dorothy Day. Convertendosi al cattolicesimo sulla base dell’intima convinzione che la Chiesa cattolica fosse la Chiesa dei poveri, si mise in servizio dell’esigenza di far conoscere la Dottrina sociale, anche tramite le «Case della Ospitalità» dove la relazione umana diventava la chiave che contraddistingueva l’aiuto materiale dei poveri.
Ma anche la Bibbia a questo proposito, come spiega Renzo Petraglio nel secondo contributo, offre l’occasione per approfondire la dimensione spirituale, relazionale e umana della povertà, indicandola inseparabile dal messaggio di Gesù: «Gesù si identifica con i poveri e gli emarginati; il Messia dei poveri è lui stesso povero».
A seguire don Marco Dania, parroco nella chiesa di san Nicolao a Besso, trasforma tale prospettiva in riflessioni e domande pratiche, interrogandosi anche sui nostri modi e stili di vita, nonché sul mondo dei social: «Una vita sfrenata, senza limiti, ha senso? Una tecnologia senza norme morali può essere accettata?».
Sullo stesso concetto del “limite” riflette Stefano Frisoli, Direttore di “Caritas Ticino”. Partendo dalla problematizzazione della cultura odierna che concepisce il limite come offesa dell’io che si trova impedito nella sua libertà di autorealizzazone, egli delinea anche il senso di sacralità insito nella marginalità. Krienke infine, a sua volta, propone una riflessione sulla povertà come tema centrale dell’etica sociale cristiana.
In questo modo, “la prospettiva proposta dalla Summer School, e ripresa poi, come di consueto, dal Festival della Dottrina sociale nella Svizzera italiana, oltre alla sensibilizzazione per la povertà nelle sue varie forme in cui si presenta nella nostra società, intende far comprendere che
farsi carico del grido dei poveri costituisce il centro del cristianesimo stesso”, sottolinea l’introduzione.
Completano il numero gli interventi “Purgatorio, contabilità, fuoco interiore” (Silvano Toppi), “«Benedizioni pastorali» in Fiducia supplicans” (Marco Gallo), “Per una Chiesa povera e dei poveri” (Giovanni Nicolini), nonché alcune riflessioni sul Sinodo, le sezioni dedicate all’attualità e al ricordo di figure scomparse di recente, la rassegna libraria.
Su uno dei prossimi numeri di “Dialoghi”, anche gli Atti del Festival della Dottrina sociale, svoltosi il 1º e 2 dicembre a Massagno, mentre è già programmata la prossima Summer School della Rete, a fine agosto, a Camperio.
Per contattare la redazione margherita.noseda@gmail.com. Per l'acquisto, a fr. 14: IBAN CH31 0900 0000 6500 7205 4.
(red)
P. Brambilla: il 2017, tra la cura dei malati e la visita del papa
Il superiore regionale del Pime dirige il St. Vincent Hospital di Dinajpur. L’ospedale “porta impressa una conduzione familiare che si è radicata nel tempo”. La visita del superiore generale. L’incontro con papa Francesco a Dhaka.
Dinajpur (AsiaNews) – Un anno passato, come sempre, diviso tra le esigenze della comunità di missionari e la cura dei malati. Un anno segnato soprattutto da un fatto eccezionale: la visita di papa Francesco a Dhaka, per portare ad una delle “periferie” dei cristiani nel mondo il messaggio della Chiesa universale. È il bilancio per il 2017 tracciato p. Michele Brambilla, superiore regionale del Pime (Pontificio istituto missioni estere) in Bangladesh. Il sacerdote vive a Dinajpur, dove dirige il St. Vincent Hospital, l’ospedale diocesano locale dove “mi accorgo sempre di più come oltre alla cure mediche il malato cerca persone che gli stiano vicino, che lo facciano sentire come a casa”. Il 2 dicembre scorso ha incontrato il papa nella chiesa dell’Holy Rosary di Tejgaon, nell’evento riservato ai consacrati cattolici del Paese. Il pontefice “è venuto in questa terra di missione per confermarci nella fede”. Di seguito la sua lettera di Natale.
Carissimi Amici,
nell’imminenza del Santo Natale mi faccio vivo con questa lettera per parlarvi un po’ di me. Come sapete sono due gli incarichi che svolgo qui in Bangladesh: la conduzione dell’ospedale diocesano e la guida della comunità dei missionari del Pime.
In ospedale sono coadiuvato da più persone che lavorano nei diversi reparti e che svolgono il lavoro principale con i malati. Mi accorgo sempre di più come oltre alla cure mediche il malato cerca persone che gli stiano vicino, che lo facciano sentire come a casa. Credo che il nostro ospedale, pur essendo una istituzione, porta impressa una conduzione familiare che si è radicata nel tempo, cioè da quando padre Bonolo nel 1957 iniziò ad accogliere qualche malato e bambini soli. Forse neanche lui avrebbe mai pensato che sarebbe diventato un ospedale riconosciuto dal governo che continua l’opera di curare tutti, in particolare i più poveri.
La comunità Pime molto variegata ha vissuto un periodo particolare durante la visita del nostro Superiore Generale che ha visitato tutti i luoghi dove i missionari del Pime sono presenti e ascoltato ciascuno di loro. Al termine della sua visita è stata organizzata una assemblea regionale di tre giorni dove abbiamo passato dei momenti piacevoli e conviviali.
Ma l’evento che più ha toccato ciascuno di noi è stata la visita del papa. Ancora una volta il Santo Padre ha manifestato con un gesto concreto quello che predica. Ha raggiunto una delle periferie della Chiesa, una terra di missione per confermarci nella fede. Penso che molti di voi hanno visto le immagini in TV e non mi dilungo troppo a descrivervi quello che è successo. Da parte mia e di molti siamo grati al papa di averci incontrato nella chiesa di Tejgaon a Dhaka per sentire le sue parole e i suoi stimoli a continuare il nostro lavoro missionario.
A ciascuno di voi rivolgo i migliori auguri di buon Natale e felice anno nuovo.
Un abbraccio a tutti.
Michele Brambilla - AsiaNews
In più parti del Ticino giornata di digiuno e preghiera per la pace martedì 17 ottobre
In diverse parti del Ticino saranno proposti momenti di preghiera in risposta all'appello del patriarca di Gerusalemme e del Papa. A Morbio veglie anche il 24 e il 31 ottobre.
Anche il Ticino coglie l’invito del Patriarca di Gerusalemme dei Latini, Card. Pierbattista Pizzaballa, rilanciato all'Angelus del 15 ottobre 2023 anche dal Papa, ad una giornata di digiuno e preghiera per la pace per martedì 17 ottobre. Qui di seguito i vari appuntamenti.
Lugano
La comunità parrocchiale di Lugano propone una giornata di digiuno e di preghiera . In alcune chiese della città saranno proposte diversi momenti di preghiera, per chiedere che si fermino le armi del recente conflitto che ha colpito la Terra Santa.

Bellinzona
A Bellinzona, incontro di preghiera martedì 17 ottobre alle 17.30 nella chiesa di San Biagio a Ravecchia.
Mendrisiotto
La parrocchia di Morbio Inferiore propone tre veglie di preghiera nei giorni :
Martedì 17 ottobre - Martedì 24 ottobre - Martedì 31 ottobre dalle ore 20.00 alle ore 24.00 nella chiesa di San Giorgio con il seguente programma:
20.00 Esposizione del Santissimo – prima corona del rosario e adorazione silenziosa; 21.00 Seconda corona del rosario e adorazione silenziosa
22.00 Terza corona del rosario e adorazione silenziosa; 23.00 Quarta corona del rosario, benedizione eucaristica e preghiera per la pace
A Balerna, alle 12.30, al Battistero, liturgia delle ore e preghiera per la pace.

Locarno
Alla collegiata Sant'Antonio di Locarno giornata di preghiera secondo il seguente programma.

Bibbia e letteratura: questa sera il secondo incontro alla Biblioteca Salita dei Frati
Secondo incontro per il ciclo "Bibbia, letteratura, filosofia", proposto dall'Associazione Biblioteca Salita dei Frati questa sera, giovedì 15 novembre alle ore 20.30, con una conferenza di Adalberto Mainardi, intitolata "Bibbia e suggestioni letterarie nel romanzo. Le anime morte di Nikolaj Gogol".
Secondo incontro per il ciclo "Bibbia, letteratura, filosofia", proposto dall'Associazione Biblioteca Salita dei Frati questa sera, giovedì 15 novembre alle ore 20.30, con una conferenza di Adalberto Mainardi, intitolata "Bibbia e suggestioni letterarie nel romanzo. Le anime morte di Nikolaj Gogol".
Le "anime morte” sono i servi della gleba deceduti ma non ancora cancellati dai registri erariali, per i quali il proprietario continua a pagare le tasse. È il paradosso su cui attecchisce come enigmatica efflorescenza barocca il capolavoro di Nikolaj Gogol’ (1809-1852) Le anime morte. La surreale compravendita di “anime morte”, messa in moto da Pavel Ivanovič Čičikov per ottenere l’assegnazione di terre nei governatorati meridionali, diventa il meccanismo propulsore dell’intreccio del romanzo, che ruota attorno alla pingue figura del suo antieroe, “liscia, gradevole sfera che contiene il nulla” (Serena Vitale). Come nei quadri di Bosch, mostruose figure prolificano sulla tavolozza narrativa gogoliana, che spalanca lo sguardo sull’abissale inconsistenza dell’essere: il vuoto, la vanità di tutte le cose, la menzogna sociale e la mistificazione morale. Salutato al suo apparire (1842) dalla critica liberale come “l’opera tipicamente nazionale … fedele, spietata, patriottica” (Belinskij) di cui la Russia aveva bisogno, a un livello simbolico più profondo, questo paradossale “poema”, come lo definisce l’autore, si configura quale viaggio dantesco nell’oltretomba della condizione umana.La conferenza propone un itinerario nel fantasmagorico universo gogoliano, tra echi letterari e suggestioni figurative, facendone emergere i riferimenti alla tradizione biblica come chiave di lettura.
Il relatore, Adalberto Mainardi, è monaco della comunità religiosa di Bose. Si occupa di storia della Chiesa russa, di spiritualità ortodossa e di ecumenismo. Ha curato l’edizione italiana di alcuni classici della spiritualità russa, tra cui i Racconti di un pellegrino russo (Qiqajon 20102), e l’edizione critica del Concilio della Chiesa ortodossa russa del 1988. Tra le sue pubblicazioni: Ermeneutica e studi biblici nell’ortodossia contemporanea, in Ermeneutica dei testi sacri. Dialogo tra confessioni cristiane e altre religioni, a cura di S. Mele, Bologna 2016 (pp. 165-196); Insieme verso l’unità. L’esperienza monastica e il cammino ecumenico (Qiqajon 2014); Spiritualités en dialogue (Paris 2014), e la curatela del volume Il dono dell’ospitalità (Qiqajon 2018).A Balerna riparte il Cineforum della fede
Per il XX anno, ripartirà lunedì prossimo la proposta cinematografica del Vicariato del Mendrisiotto.
Inizierà lunedì prossimo, 19 ottobre, il Cineforum della Fede (iniziativa del Vicariato del Mendrisiotto) presso l'Oratorio di Balerna (14.15-16.30). Sarà proposto per 10 lunedì di seguito (vedi locandina allegata). Grandi tematiche riferentesi direttamente ai valori umani e cristiani verranno presentate, analizzate e discusse, con l’aiuto di vari film classici e recenti e di varie provenienze internazionali. animerà il dibattito don Claudio Laim. Ingresso libero.
Il Papa dedica l'udienza alla figura di Mosè: "I pastori sono dei ponti fra il popolo e Dio"
Il Pontefice ha ripercorso la vita della figura biblica che non ha venduto la sua gente ma ha intercesso per loro.
Pregare per le persone, nonostante le loro mancanze o la loro lontananza da Dio. È il forte invito che Papa Francesco ha rivolto questa mattina nella catechesi dell’udienza generale sempre dalla Biblioteca del Palazzo Apostolico.
Proseguendo le catechesi sulla preghiera, dopo la figura di Giacobbe, la scorsa settimana, oggi è stata la volta di Mosè, con particolare riferimento all’episodio del vitello di metallo fuso, composto con i pendenti d’oro quando Mosè tardava a scendere dal Sinai. Tanto amico di Dio da potergli parlare “faccia a faccia”, non fu un condottiero dispotico ma mansueto e “resterà tanto amico degli uomini da provare misericordia per i loro peccati, per le loro tentazioni, per le improvvise nostalgie che gli esuli rivolgono al passato, ripensando a quando erano in Egitto”.
Nostro intercessore, è stato “il più grande profeta di Gesù”, che “è il pontifex, è il ponte fra noi e il Padre. E Gesù intercede per noi, fa vedere al Padre le piaghe che sono il prezzo della nostra salvezza e intercede”. Mosè quindi ci sprona a intercedere per il mondo pregare con il medesimo ardore di Gesù.
Tutti appartengono a Dio. I più brutti peccatori, la gente più malvagia, i dirigenti più corrotti, sono figli di Dio e Gesù sente questo e intercede per tutti. E il mondo vive e prospera grazie alla benedizione del giusto, alla preghiera di pietà, a questa preghiera di pietà, il santo, il giusto, l’intercessore, il sacerdote, il vescovo, il Papa, il laico, qualsiasi battezzato, eleva incessante per gli uomini, in ogni luogo e in ogni tempo della storia. Pensiamo a Mosè, l’intercessore. E quando ci viene voglia di condannare qualcuno e ci arrabbiamo dentro … Ma arrabbiarsi fa bene, eh! -è un po’ di salute -, ma condannare non fa bene. Tu ti arrabbi e cosa devi fare? Vai a intercedere per quello.
È l’intercessione infatti il modo di pregare di Mosè, ha rimarcato il Papa, con il senso di paternità che nutre per la sua gente. La Scrittura lo raffigura abitualmente con le mani tese verso l’alto, “quasi da far ponte con la sua stessa persona fra cielo e terra” e anche quando il popolo “ripudia Dio e lui stesso come guida per farsi un vitello d’oro” Mosè chiede a Dio di perdonare il loro peccato: “Non rinnega Dio né il popolo”, “non negozia il popolo”, evidenzia ancora il Papa:
Non vende la sua gente per far carriera. Non è un arrampicatore, è un intercessore: per la sua gente, per la sua carne, per la sua storia, per il suo popolo e per Dio che lo ha chiamato. È il ponte. Che bell’esempio per tutti i pastori che devono essere “ponte”. Per questo, li si chiama pontifex, ponti. I pastori sono dei ponti fra il popolo al quale appartengono e Dio, al quale appartengono per vocazione. Così è Mosè. “Perdona Signore il loro peccato, altrimenti se Tu non perdoni, cancellami dal tuo libro che hai scritto. Non voglio fare carriera con il mio popolo”.
Questa deve essere la preghiera dei credenti che “anche se sperimentano le mancanze delle persone e la loro lontananza da Dio”, non le condannano. “L’atteggiamento dell’intercessione è proprio dei santi, che, ad imitazione di Gesù, sono ‘ponti’ tra Dio e il suo popolo”, sottolinea.
Nella catechesi il Papa ripercorre tutta la vicenda di Mosè che non è stato un orante facile o fiacco. Quando Dio lo chiama era umanamente “un fallito” che da “promettente funzionario” destinato a una carriera rapida si era giocato le opportunità e ora pascolava un gregge non suo nel deserto di Madian. Da giovane aveva infatti provato pietà per la sua gente e si era schierato in favore degli oppressi ma dalle sue mani non era sgorgato giustizia, ma violenza. Mosè aveva ucciso un egiziano che percuoteva un ebreo ed era dovuto fuggire. Così “aveva visto frantumarsi i sogni di gloria”. Ma è proprio nel silenzio del deserto, che Dio convoca Mosè, con il roveto ardente, quando si rivela come “Il Dio di tuo padre, di Abramo…”. A Dio che lo invita a prendersi nuovamente cura del suo popolo, Mosè oppone “paure e obiezioni”: che non è degno, che balbetta. E rivolge a Dio molti “perché” sulla sua missione. C’è addirittura nel Pentateuco “un passaggio drammatico”, nota il Papa, quando Dio rinfaccia a Mosè la sua mancanza di fiducia, che “gli impedirà l’ingresso nella terra promessa.
Ma è proprio per la sua debolezza, oltre che per la sua forza, che rimaniamo colpiti. Lui “fondatore del culto divino” non cesserà di “intrattenere stretti legami di solidarietà con il suo popolo, specialmente nell’ora della tentazione e del peccato”.
Sempre attaccato al popolo. Mosè mai ha perso la memoria del suo popolo. E questa è una grandezza dei pastori: non dimenticare il popolo, non dimenticare le radici. E come Paolo dice al suo amato, giovane vescovo Timoteo: “Ricordati di tua mamma e di tua nonna, delle tue radici, del tuo popolo”.
Non smettere, quindi, di “appartenere a quella schiera di poveri in spirito che vivono facendo della fiducia in Dio il viatico del loro cammino”.
Vatican News/red
La Chiesa ortodossa russa rompe i legami con Costantinopoli
La decisione del sinodo riunito a Minsk. Il metropolita Hilarion: «Finché le decisioni illegali e anticanoniche resteranno in vigore non potremmo avere relazioni».
Il sinodo della Chiesa ortodossa russa, riunito oggi a Minsk, ha ritenuto impossibile continuare «il legame eucaristico» con il Patriarcato di Costantinopoli ritenendo «illegittima» la decisione sull’autocefalia della Chiesa ortodossa in Ucraina. Ad annunciarlo è il metropolita Hilarion, “ministro degli Esteri” del Patriarcato di Mosca, in una conferenza al termine dei lavori.
«Speriamo che il buonsenso vinca e che il patriarcato di Costantinopoli cambi il suo atteggiamento, riconoscendo la realtà ecclesiastica esistente» ha detto Hilarion, aggiungendo: «Finché questi cambiamenti non avverranno, finché queste decisioni illegali e anticanoniche resteranno in vigore non potremmo avere legami con questa chiesa, che da oggi è in scissione».
Agenzie