Giovani e Vocazioni Religiose — Approfondimenti 11
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Ricordo di Don Pierino Cavalleri
E’ deceduto nel pomeriggio di venerdì 29 maggio, presso l’ospedale di Seriate, dove era degente da alcuni giorni, il presbitero Don Pierino Cavalleri, il cui generoso servizio nella nostra Chiesa luganese è sempre stato tanto ricco, quanto apprezzato.
E’ deceduto nel pomeriggio di venerdì 29 maggio, presso l’ospedale di Seriate, dove era degente da alcuni giorni, il presbitero Don Pierino Cavalleri, il cui generoso servizio nella nostra Chiesa luganese è sempre stato tanto ricco, quanto apprezzato.
Nato il 25 novembre 1940 a Ghisalba (BG) era entrato in giovane età nel Seminario diocesano San Carlo di Lugano, per compiervi gli studi liceali e teologici, unitamente al cammino di formazione agli Ordini Sacri. Il 29 maggio 1965 riceveva l’ordinazione presbiterale nella chiesa di San Nicolao della Flüe a Lugano e nel settembre successivo era inviato al Collegio Papio di Ascona, quale vicerettore e docente. Svolgeva quel suo primo compito con attenzione e generosità, potendo peraltro appoggiarsi su un solido bagaglio culturale, arricchito dagli studi e dalle sue continue e attente letture rivolte sia ai classici del passato, con particolare attenzione a Dostoevskij, sia ai pensatori contemporanei. E oltre alla letteratura e all’arte, partendo dalla casa di Bedrina, sapeva far innamorare i giovani delle montagne, delle cime, dei ghiacciai. Lasciava il Collegio nell’estate del 1981 per assumere la cura pastorale di Airolo e Bedretto. Vi rimaneva fino al 1985 quando il Vescovo gli affidava la parrocchia di Canobbio. Qui manifestò tutta la sua devozione filiale per Maria Santissima, guidando l’intero paese in una corale festa dell’Immacolata, con una processione commovente per raccoglimento e preghiera. E’ stato un parroco attento, preciso, fedele, accogliente e sempre disponibile, capace pure di collaborare attivamente con i confratelli viciniori, intessendo con loro delle fraterne e costruttive amicizie, come avvenuto ad esempio con Mons. Gianni Sala, parroco di Quinto, quando Don Pierino era ad Airolo. Memorabili la prima nevicata (50 cm.) il 17 ottobre 1981, che suscitò una certa apprensione, e la gita di un 19 luglio, con un cielo tersissimo e un’aria limpidissima, che li portò a toccare il lago di Tom, i laghetti di Taneda, la Val Cadlimo, il Passo dell’uomo e il ritorno a Cadagno.
All’impegno in parrocchia abbinava dal 1986 al 2015 il servizio di giudice presso il Tribunale ecclesiastico, compiendo anche questo non facile compito con quella precisione che gli era propria. Per alcuni anni è stato pure membro del Consiglio presbiterale che lo nominava suo delegato nel Consiglio di amministrazione del Fondo attività diocesane.
Nel 2015 le sue condizioni di salute lo costringevano a lasciare Canobbio e il Ticino per rientrare in Italia, dapprima presso i suoi famigliari e poi in una casa per anziani, dove compiva l’ultimo tratto del suo cammino terreno nella preghiera e nel silenzio, in attesa della chiamata del Signore che ora l’ha accolto come il servo buono e fedele della parabola evangelica.
Lascia il prezioso ricordo di un presbitero cordiale e fraterno, fedele alla tradizione e nel contempo aperto verso il nuovo, nello spirito del Concilio Vaticano II. Salutarlo, in questo distacco terreno, significa ringraziarlo per il grande bene da lui compiuto con dedizione, schiettezza e sincerità, che erano ulteriori ricchezze del suo grande cuore e della sua sapienza attinta alla Parola di Dio, alla preghiera e alle sue attente letture.
I suoi funerali saranno celebrati lunedì 1° giugno 2020, alle ore 10.00, nella parrocchia di Ghisalba.
L’Acqua è un diritto umano: una mostra a Bellinzona
Fino a sabato 12 febbraio, presso la Chiesa Evangelica Riformata di Viale Stefano Franscini 1 a Bellinzona
L’acqua è onnipresente nella vita di ogni persona come bene vitale, come fiume o come pioggia, come merce ma anche come simbolo religioso come si vede nella mostra… Eppure, in molti luoghi del mondo avere acqua potabile dal rubinetto non è cosa ovvia, come non lo sono servizi igienici adeguati.
La mostra “Acqua – un diritto umano“, con degli esempi, vuol far scoprire quanta acqua si consumi, come questo influenzi le disponibilità idriche in altre parti del mondo e come sia possibile farne un uso sostenibile.
La mostra è ispirata dal progetto canadese Blue Community e realizzata da varie Chiese evangeliche riformate fra cui quella ticinese. Le chiese infatti sono da decenni impegnate in progetti di “Pace, giustizia e salvaguardia del Creato”.
La mostra sarà esposta dal 1° al 12 febbraio, ogni giorno dal martedì al venerdì dalle 15 alle 18 e il sabato dalle 10 alle 13 nella Chiesa evangelica riformata di Bellinzona Viale Stefano Franscini 1.
Per la visita valgono le disposizioni sanitarie in vigore per la visita di mostre e musei.
I martiri di Algeria sabato 8 dicembre a Strada Regina
Sabato 8 dicembre ad Orano in Algeria salgono agli altari 19 tra monaci, suore e un vescovo cattolici uccisi dal fondamentalismo negli anni '90 nel Paese del Nord Africa. Ne parliamo a Strada Regina, su RSI La1 alle 18,35.
26 anni fa l’Algeria sprofondava terrore. Tra le migliaia di vittime del fondamentalismo islamico e della dura repressione di stato, anche 19 tra monaci, suore e un vescovo cattolici. Sabato 8 dicembre saranno proclamati beati, proprio in Algeria, nella città di Orano. Tra testimonianze e voci raccolte sul campo, avremo in collegamento per Strada Regina, da Roma, il prof. Luciano Ardesi, che ha conosciuto alcuni dei nuovi beati. Sabato 8 dicembre su RSI La1 alle 18.35, replica domani alle 7,20.
Ticinesi a Roma per la canonizzazione di Acutis e Frassati
I parrocchiani di Cadro e Davesco - Soragno erano in piazza San Pietro il 7 settembre per partecipare all'evento. Nella chiesa di Cadro si conservano, infatti, reliquie di Carlo Acutis.
Un bel gruppo di pellegrini ticinesi della parrocchia di Cadro e Davesco - Soragno è stato a Roma per la canonizzazione di Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis.
Accompagnati da don Anthony i pellegrini hanno vissuto i vari momenti giubilari per poi confluire domenica 7 settembre in piazza San Pietro e partecipare con 80 mila altri fedeli alla canonizzazione presieduta dal Papa. Grande è la devozione dei fedeli della parrocchia di Cadro e Davesco-Soragno per Carlo Acutis, di cui è conservata una reliquia nella cappella dell'adorazione della chiesa di Cadro.
red
Il Papa al clero belga: "La Chiesa non chiuda mai le sue porte". "Davanti alle vittime di abuso, evitare il cuore di pietra"
Nella basilica del Sacro Cuore di Koekelberg, Francesco si rivolge a vescovi, sacerdoti, diaconi, consacrati, seminaristi e catechisti invitando all’impegno nell'evangelizzazione in un tempo di crisi: serve coraggio per avviare trasformazioni di consuetudini, modelli e linguaggi della fede. Misericordia e prossimità per chi ha subito abusi.
Una Chiesa “che non chiude mai le porte”, che a tutti offre “un’apertura sull’infinito”, che sa “guardare oltre”. Una Chiesa “serva di tutti senza soggiogare nessuno”, in grado di imparare, con la misericordia, a non rimanere “col cuore di pietra” dinnanzi alle sofferenze delle vittime di abusi. Ancora, una Chiesa capace di aiutare chi sbaglia a rialzarsi, perché esistono errori ma “nessuno è perduto per sempre”.
È questa la Chiesa che Papa Francesco ha indicato come modello parlando stamani, 28 settembre, ai vescovi, ai sacerdoti, ai diaconi, ai consacrati e alle consacrate, ai seminaristi e agli operatori pastorali del Belgio riuniti nella basilica del Sacro Cuore di Koekelberg, a Bruxelles.
Il Pontefice ha raggiunto l’edificio sacro alla periferia della città dopo una tappa fuori programma nella chiesa di Saint-Gille per fare colazione con un gruppo di poveri e rifugiati che gli hanno regalato una birra prodotta nella parrocchia per finanziare le opere caritative. Nel suo percorso in auto lungo il grande spazio verde antistante alla basilica, la quinta più grande al mondo, Francesco benedice diversi bambini che gli vengono avvicinati.
Uno squarcio sul cielo
Rivolgendosi ai presenti, per descrivere al meglio l’immagine di una Chiesa “che evangelizza, vive la gioia del Vangelo e pratica la misericordia”, Francesco si avvale di una metafora artistica, facendo riferimento a un’opera del pittore belga Magritte, “L’atto di fede”, che rappresenta una porta chiusa dall’interno, ma “sfondata al centro” e “aperta sul cielo. È uno squarcio - descrive - che ci invita ad andare oltre, a volgere lo sguardo in avanti e in alto, a non chiuderci mai in noi stessi”.
Parlando della Chiesa belga, il Papa la definisce “in movimento”, impegnata a trasformare la presenza delle parrocchie sul territorio, a dare un forte impulso alla formazione dei laici e in generale a “essere Comunità vicina alla gente, che accompagna le persone e testimonia con gesti di misericordia”.
Nel suo discorso più volte interrotto da applausi, che prendeva spunto dalle domande poste nel corso delle testimonianze da diversi membri della Chiesa locale, Francesco propone alcune tracce di riflessione sviluppate attorno a tre parole: evangelizzazione, gioia, misericordia.
Ritornare al Vangelo
L’evangelizzazione, spiega, è la “prima strada da percorrere”, perché “i cambiamenti della nostra epoca e la crisi della fede che sperimentiamo in Occidente ci hanno spinto a ritornare all’essenziale, cioè al Vangelo” affinché “a tutti venga nuovamente annunciata la buona notizia che Gesù ha portato nel mondo, facendone risplendere tutta la bellezza”. La crisi, tempo “per scuoterci, per interrogarci e per cambiare”, ci mostra che “siamo passati da un cristianesimo sistemato in una cornice sociale ospitale a un cristianesimo ‘di minoranza’, o meglio - precisa Francesco - di testimonianza”.
Questo richiede il coraggio di una conversione ecclesiale, per avviare queste trasformazioni pastorali che riguardano anche le consuetudini, i modelli, i linguaggi della fede, perché siano realmente a servizio dell’evangelizzazione.
Anche ai preti, sottolinea, occorre il “coraggio” di non limitarsi a “conservare o gestire un patrimonio del passato”, ma di essere “pastori innamorati di Cristo” e “attenti a cogliere le domande di Vangelo” mentre “camminano con il Popolo santo di Dio”. Se il Signore “apre i nostri cuori all’incontro con chi è diverso da noi”, il Papa chiarisce che “nella Chiesa c’è spazio per tutti” e “nessuno dev’essere la fotocopia dell’altro. L’unità nella Chiesa non è uniformità, ma è trovare l’armonia delle diversità!”.
In questo senso il processo sinodale, rimarca riferendosi a una precedente testimonianza, “dev’essere un ritorno al Vangelo”, non deve “avere tra le priorità qualche riforma ‘alla moda”’, ma chiedersi come possiamo far arrivare il Vangelo “in una società che non lo ascolta più o si è allontanata dalla fede”.
La gioia è la strada
Passando al secondo fulcro del suo intervento, la gioia, Francesco esplicita che non si parla “delle gioie legate a qualcosa di momentaneo”, ma di “una gioia più grande, che accompagna e sostiene la vita anche nei momenti oscuri o dolorosi, e questo è un dono che viene dall’alto, che viene da Dio”.
È la gioia del cuore suscitata dal Vangelo: è sapere che lungo il cammino non siamo soli e che anche nelle situazioni di povertà, di peccato, di afflizione, Dio è vicino, si prende cura di noi e non permetterà alla morte di avere l’ultima parola.
Dal Papa arriva l’esortazione affinché il predicare, il celebrare, il servire e fare apostolato lascino trasparire “la gioia del cuore” e non “il sorriso finto, del momento”. La gioia “è la strada”, e quando la fedeltà “appare difficile” dobbiamo mostrare che essa è un “cammino verso la felicità” perché, “intravedendo dove conduce la strada, si è più pronti a iniziare il cammino”.
La guarigione del cuore
Infine, la terza via, quella della misericordia.
Il Vangelo, accolto e condiviso, ricevuto e donato, ci conduce alla gioia perché ci fa scoprire che Dio è il Padre della misericordia, che si commuove per noi, che ci rialza dalle nostre cadute, che non ritira mai il suo amore per noi. Fissiamo nel cuore: mai Dio ritira il suo amore per noi.
Questo, ha proseguito il Pontefice, “a volte può sembrarci ‘ingiusto’, perché noi applichiamo semplicemente la giustizia terrena che dice: ‘chi sbaglia deve pagare’”. Tuttavia, la giustizia di Dio è superiore, e chi ha sbagliato è sì “chiamato a riparare i suoi errori”, ma per guarire nel cuore “ha bisogno dell’amore misericordioso di Dio”, che “perdona tutto” e “perdona sempre”. È con la sua misericordia che Dio “ci giustifica” nel senso che “ci rende giusti, perché ci dona “un cuore nuovo, una vita nuova”.
Il Papa si sofferma anche sulla questione degli abusi: “C’è bisogno di tanta misericordia, per non rimanere col cuore di pietra dinanzi alla sofferenza delle vittime, per far sentire loro la nostra vicinanza", "offrire tutto l’aiuto possibile” e imparare a essere una Chiesa “che si fa serva di tutti” senza “soggiogare nessuno”. “Sì – ripete – perché una radice della violenza consiste nell’abuso di potere, quando usiamo i ruoli che abbiamo per schiacciare gli altri o per manipolarli”.
Il pensiero di Francesco va poi ai carcerati, per i quali la misericordia è un tema cruciale.
Quando io entro in un carcere mi domando: perché loro e non io? Gesù ci mostra che Dio non si tiene a distanza dalle nostre ferite e impurità. Egli sa che tutti possiamo sbagliare, ma nessuno è sbagliato. Nessuno è perduto per sempre.
Se “è giusto seguire tutti i percorsi della giustizia terrena e i percorsi umani, psicologici e penali”, la pena per il Papa “dev’essere una medicina”, portare alla guarigione, perché, ribadisce con forza, “bisogna aiutare le persone a rialzarsi, a ritrovare la loro strada nella vita e nella società. Soltanto una volta nella vita di tutti ci è permesso guardare una persona dall’alto in basso: per aiutarla a rialzarsi. Solo così. Ricordiamoci: tutti possiamo sbagliare, ma nessuno è sbagliato, nessuno è perduto per sempre. Misericordia – conclude – sempre, sempre misericordia”.
Al di là di ogni frontiera
Della chiamata della Chiesa a essere “un segno di comunione e di integrazione” in un Paese “crocevia dell’Europa e del mondo” ha parlato, nel suo saluto al Papa, monsignor Luc Terlinden, arcivescovo di Mechelen-Brussel e presidente della Conferenza episcopale belga.
Il presule mette in evidenza le sfide e le opportunità che “l’accoglienza degli stranieri e la mescolanza delle popolazioni” rappresentano “per la Chiesa, per la pastorale, per la teologia” in un mondo che “sta cambiando profondamente e sta diventando più secolare”.
In particolare il presidente dell’episcopato belga si sofferma sull’importanza di “testimoniare la tenerezza di Dio per ogni essere umano, al di là di ogni frontiera" e di "riconoscere in ognuno una sorella o un fratello”.
Vaticannews
La S. Messa alla RSI con mons. Lazzeri
Su RSI La2 e Rete Due.
Il vescovo di Lugano presiede la Messa di domani, domenica 7 febbraio, nella chiesa di Cristo Risorto a Lugano, alle ore 9.05. La celebrazione può essere seguita in diretta radiofonica su RSI Rete Due e televisiva su RSI La2. Si consiglia di consultare il palinsesto RSI (rsi.ch) nel caso subentrassero cambiamenti di programmazione.
Caritas Svizzera: utili i sussidi per i premi per la cassa malati
Domani, martedì 29 dicembre, il Consiglio degli Stati deciderà se innalzare i sussidi individuali per la cassa malati a partire dal 2023. Caritas Svizzera la ritiene una misura urgente.
Il forte incremento dei premi per la cassa malati pari al 6,6% mette in difficoltà molte persone che già vivono sulla soglia di povertà. Domani, martedì 29 dicembre, il Consiglio degli Stati deciderà se innalzare i sussidi individuali per la cassa malati a partire dal 2023. Caritas Svizzera la ritiene una misura urgente e necessaria per contrastare un ulteriore aumento della povertà.
La riduzione individuale dei premi della cassa malati è una delle misure più importanti ed efficaci per combattere la povertà. Caritas Svizzera chiede pertanto da tempo di potenziare questo strumento per sgravare le famiglie e le persone singole che percepiscono un reddito basso. Considerato il rialzo dei prezzi previsto dal prossimo 1° gennaio sia per i premi dell’assicurazione malattia che per i costi energetici, urgono provvedimenti volti a migliorare rapidamente la situazione. In seguito all’attuale rincaro del 3 per cento, molte persone a basso reddito versano già oggi in difficoltà finanziarie. Saranno costrette a risparmiare sensibilmente sull’alimentazione o sulle attività dei figli e, per di più, corrono anche il rischio di indebitarsi.
Evitiamo di sprecare l’opportunità di combattere la povertà
Durante la sessione autunnale, il Consiglio nazionale ha approvato una mozione urgente volta ad aumentare la riduzione individuale dei premi dal 2023. Nel Consiglio degli Stati detta mozione è stata sottoposta alla Commissione che, inspiegabilmente, ha raccomandato di respingerla. Toccherà ora al Consiglio degli Stati decidere se attuare effettivamente un rapido aumento dei sussidi individuali per la cassa malati. Secondo Caritas non bisogna sprecare l’opportunità di adottare, nel 2023, un provvedimento efficace a livello nazionale contro l’ulteriore espansione della povertà. Dopo che, a inizio novembre, già il Consiglio federale ha deciso di rinunciare a ogni misura di sostegno destinata alle famiglie per attenuare il rincaro e il rialzo dei costi energetici, un no del Consiglio degli Stati sarebbe un nuovo affronto per tutti i soggetti a rischio di povertà.
Compensazione del rincaro e aiuti diretti
Caritas Svizzera si impegna inoltre per una compensazione totale del rincaro per quanto concerne le rendite AVS/AI, le prestazioni complementari e gli aiuti sociali, nonché per gli aiuti diretti non burocratici in favore delle persone che si trovano improvvisamente di fronte a un’emergenza finanziaria dovuta all’esplosione dei costi.
L'abate Mauro Giuseppe Lepori: «Si può vivere con speranza? Sì, educando lo sguardo»
Intervista di Cristina Uguccioni al ticinese, abate generale dell’Ordine Cistercense e vicepresidente dell’Unione dei Superiori Generali.
Cosa vuol dire che «il cuore è fatto per l’infinito» quando le nostre attese si trasformano spesso in delusioni? In verità, c’è sempre una gratuità nascosta che rivela Dio e il senso della vita.
di Cristina Uguccioni
Vivere con speranza e scoprire la speciale densità della realtà: è l’invito che, in questa conversazione, formula padre Mauro Giuseppe Lepori. Ticinese, è abate generale dell’Ordine Cistercense e vicepresidente dell’Unione dei Superiori Generali.
Abate Lepori, con quali occhi guardare l’anno appena cominciato?
«Occorre guardarlo con speranza. Certo, il mondo è ferito da violenze efferate e indubbiamente molte aspettative personali e collettive sono andate deluse. Ma le aspettative spesso vengono deluse perché attendono sempre qualcosa basandosi su realtà non ancora presenti: le aspettative, in fondo, non sono che sogni. Invece la speranza cristiana è un’attesa fondata su realtà che sono già presenti e che gli occhi della fede possono scorgere: Dio c’è, si è fatto uomo, ci crea e ci ama di amore eterno, è Padre, il Suo grembo è il nostro destino. Spesso, fissandoci sulle aspettative, finiamo per non vedere i segni di speranza che ci circondano. Guardando con attenzione possiamo scoprire che sempre, anche in situazioni tragiche, ci sono fatti e persone che danno consistenza alla speranza, che fanno vivere il momento presente con speranza ossia attendendo una pienezza che ci è già data e alla quale dobbiamo soltanto permettere di manifestarsi e compiersi nella nostra vita e nel mondo».
Esiste una dimensione poetica della vita? E quali tratti possiede?
«Sì, esiste. La definirei come quello sguardo, quel sentimento (a volte inconscio o difficile da esprimere) che intuisce nella realtà la bellezza profonda di qualcosa di immensamente più grande. È la sensibilità per la bellezza sentita come un bene che ci supera e che allo stesso tempo ci appartiene perché ci è già dato. La dimensione poetica non è un sentimento romantico che sogna ciò che è assente. È una dimensione del cuore, che è fatto per l’infinito e riesce a scorgere che la realtà è segno dell’infinito. A me affascina sempre scoprire come può essere bello un qualsiasi dettaglio della realtà: se si osserva con attenzione, si scopre che nelle situazioni più diverse è sempre possibile cogliere una bellezza, un’armonia, una originalità. E poi c’è la bellezza delle persone: a volte, quando cammino in mezzo alla folla, sto attento ai volti pensando che dietro a ognuno di essi c’è una storia, una vita con i suoi drammi, le sue gioie, i suoi incanti, c’è una unicità stupefacente, un mistero. La realtà ha una densità che il cuore intuisce».
È una densità che ha senso.
«Sì. C’è una domanda che tutti gli esseri umani si pongono: che senso ha la vita? Il senso è definito dall’origine e dal fine, come il fiume dalla sorgente e dal mare. Una cosa è pensare - non senza disperazione (riconosciuta o inconsapevole) - di venire dal nulla e finire nel nulla, altra cosa è scoprire che il senso c’è perché tutto (noi stessi, gli altri, il mondo) è stato creato per amore da Dio e tornerà nel Suo grembo. Gesù è venuto proprio a rivelarci questo. Tale senso può essere colto anche nei frammenti della vita, degli accadimenti, dei rapporti. Essere coscienti che una persona è stata creata per amore da Dio e a Lui è destinata influisce sul rapporto che avremo con lei: non potremo ridurla a come appare, ai suoi difetti, ai suoi errori, e staremo attenti a non strumentalizzarla. Ogni persona è un tempio sacro».
Come si educa a scoprire la dimensione poetica della vita?
«Ogni essere umano possiede per natura questa dimensione. I bambini si stupiscono di fronte alla bellezza, alla densità delle cose e delle persone. Poi, crescendo, il loro sguardo perde questa capacità di lasciarsi incantare. È questa, in fondo, la traccia in noi del peccato originale: Adamo ed Eva avevano con il Signore un rapporto limpido e grato per tutto, poi si sono concentrati su un solo frutto, su una sola cosa che ha spento il loro stupore di fronte a tutto il resto. E così tutto è diventato negativo e faticoso. Il peccato originale rovina la dimensione poetica del cuore dell’uomo, ma non la estirpa. Per farla emergere bisogna educare al silenzio: è necessario imparare a fermarsi per permettere alla realtà di rivelarci che è fatta per l’infinito. Purtroppo viviamo in società dominate dal rumore: suoni, immagini, informazioni, stimoli emotivi non ci danno tregua. In questo caos diventa difficile ascoltare ciò che abita nella profondità del cuore umano e della storia, la quale non è costituita solo da un susseguirsi di lotte per il potere e per il denaro, ma da una umanità che viene da Dio e va a Dio».
La gratuità appartiene a questa dimensione poetica.
«Sì: questa dimensione è infatti la percezione della gratuità dell’essere. Ed è questo che va scoperto per vivere umanamente e anche per godere della vita: il consumare non appaga veramente perché, consumando, si resta subito delusi dal finire del godimento. Invece, la contemplazione delle cose e delle persone nella loro dimensione di gratuità e di dono assicura una pienezza del cuore che non finisce perché sempre rimanda a Colui che ce le dona. Gesù viveva così. Era capace di godere anche delle più piccole cose - gli uccellini, i gigli nei campi, i due spiccioli offerti al tempio da una povera vedova - perché in esse vedeva un segno, un riflesso dell’amore del Padre. È questa la grande dimensione poetica che Gesù è venuto a rivelarci: c’è un Padre che ci crea per amore e che per amore ci dona cose buone, tutte segno dell’amore di Lui. Fra me e la mia stessa vita c’è Qualcuno che me la dona: diventare consapevoli di ciò significa diventare consapevoli della bontà intrinseca della vita e del fatto che nulla, neppure la morte, potrà togliermela, poiché essa ha in Dio la sua origine e il suo destino».
Può proseguire la riflessione sullo sguardo di Gesù?
Penso a come Gesù guardava le persone: non le riduceva ai loro peccati o alla loro vita disordinata. Guardava ogni persona come un dono ricevuto dal Padre, un dono da accogliere e da riconsegnare al Padre. Ogni persona per Lui era un mistero che lo riempiva di gratitudine e di stupore: lo stupore eterno fra il Padre e il Figlio che, nello Spirito, mettono al mondo creature che sono altro da sé. Gesù diceva: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29): la mitezza e l’umiltà sono il modo divino, e quindi veramente umano, di accogliere le persone e la realtà nella loro dimensione di dono. Purtroppo oggi molti giovani pensano di valere poco o fanno dipendere il loro valore dal consenso ottenuto sui social. Hanno disperatamente bisogno di essere raggiunti da uno sguardo così, da uno sguardo che li riconosce come un dono prezioso, che vede in loro la dignità assoluta di essere voluti e amati per sempre da Dio. Raggiunti da questo sguardo che li rende consapevoli del loro autentico valore, potranno poi, a loro volta, guardare gli altri allo stesso modo, con delicatezza e rispetto. La fraternità si edifica scoprendosi figli amati da Dio».
Uno stile di vita più frugale per stare meglio tutti!
Dopo due anni di stallo pandemico, al via la campagna ecumenica 2022 di Azione Quaresimale.
Nel 2020 il lockdown totale, nel tentativo di arrestare la pandemia, ha di fatto congelato la campagna ecumenica sul nascere. Tutte quelle iniziative che avevamo imparato a conoscere e a collegare con «Sacrificio Quaresimale», «Pane per tutti» e «Essere solidale»: pranzi poveri, calendari tematici, buste rosse e blu, vendita di rose, inviti alla preghiera e alla condivisione, hanno dovuto essere annullati. L’anno dopo qualcosa di più è stato fatto, ma la pandemia ha continuato a condizionare presentemente tutte le proposte.
Ora siamo nel 2022: e la campagna ecumenica che ci accompagnerà durante tutto il periodo della Quaresima non solo ha potuto essere lanciata, ma si presenta con diverse novità. La prima riguarda un cambio di nome, di logo e l’aggiunta di un sottotitolo. «Sacrifico quaresimale » che lo scorso anno ha festeggiato sessant’anni dalla sua fondazione, dall’inizio di quest’anno si presenta come «Azione quaresimale », estendendo a tutta la Svizzera – naturalmente nelle rispettive lingue – la denominazione con cui era conosciuta nella Romandia. Anche il logo è stato leggermente ritoccato, mentre per rendere ancora più evidente l’obiettivo per cui «Azione quaresimale» si impegna sul terreno, è stata aggiunta la frase «Insieme porre fine alla fame». Se questi sono tre cambiamenti che riguardano unicamente uno dei partner che annualmente propongono la campagna ecumenica, si registra anche una new entry, tra questi ultimi. Accanto a «Pane per tutti» e ad «Essere solidale», è entrato a far parte del gruppo anche l’ente umanitario delle Chiese evangeliche riformate svizzere, HEKS.
Presentate queste novità, passiamo ora la parola a Bernd Nilles, direttore di «Azione Quaresimale» , affinché ci presenti la Campagna ecumenica 2022, che si terrà dal 2 marzo al 17 aprile. Il tema è quello del triennio 2021-2023: «Giustizia climatica, adesso!», mentre il sottotema di quest’anno sono le fonti di energia rinnovabili.
«Avvertiamo come un’ingiustizia profonda che si continui ad emettere così tanto gas serra, procurando forti disagi alla gente del sud del mondo, che ne paga il prezzo più alto. È vero, anche qui ne stiamo già soffrendo, ma lì stanno avendo effetti ancora più devastanti. Il fatto è che siamo troppo lenti: certo, si fanno dei progressi, ma ancora troppo pochi. Emettiamo ancora troppo CO2: in Svizzera 13 tonnellate per persona: il che fa sì che il nostro Paese abbia una delle impronte ecologiche più alte in Europa. Ecco perché abbiamo pensato di continuare a proporre il tema dei cambiamenti climatici per un secondo anno e mettere un po’ di pressione ai politici. Vogliamo però anche mostrare alla gente che ogni singolo individuo può fare la differenza. Se la politica è troppo lenta, è la gente che deve pigiare sull’acceleratore ». Bernd Nilles, con una delegazione di «Azione quaresimale» ha anche partecipato alla recente conferenza COP26, a Glasgow, dove tra qualche delusione – per misure e interventi ritenuti ancora troppo blandi – alcuni risultati sono stati ottenuti: a partire dalla volontà di fermare la deforestazione entro il 2030, di ridurre le emissioni di metano e di uscire dal «carbone». Tutto questo per contenere il limite del surriscaldamento entro 1,5 °C, il valore massimo di sopportazione per la terra.
La recente impennata dei prezzi del petrolio, del gas e dell’elettricità sta suscitando non poca preoccupazione anche in Europa e anche in Svizzera dove si sono levate voci che suggeriscono di puntare nuovamente sul nucleare per evitare futuri black-out o vere e proprie penurie. Come risponde «Azione quaresimale» a queste domande, a queste paure?
«Mi sento di dire: sì, ci sarà abbastanza energia per tutti, soprattutto se cominciamo subito e smettiamo di occuparcene solo a parole! Abbiamo già sprecato troppo tempo. Sono decenni che sappiamo che le energie rinnovabili sono la soluzione migliore ma non abbiamo fatto nulla per realizzarle. Ora basta discutere. È la migliore risposta tecnologica che abbiamo per noi e il pianeta, in questo momento. È un’energia sicura, che non mette in pericolo nessuno e dà una risposta importante al cambiamento climatico. E c’è anche un altro aspetto – e questa è perfettamente in linea con la campagna quaresimale: ci viene richiesta anche una maggiore sobrietà. Recenti studi hanno dimostrato che noi cittadini, noi singole persone, possiamo ridurre di circa il 20% delle emissioni di CO2 in Svizzera, solo attraverso dei cambiamenti di comportamento. Non dobbiamo aspettare la politica o nuove grandi e costose centrali elettriche. Possiamo iniziare subito!».
E quindi, Bernd Nilles, quale fioretto per questa quaresima? «Proviamo a vivere in maniera più sobria. Non è detto che se consumo meno, la mia vita sia peggiore».
di Corinne Zaugg
Per informazioni vedere-e-agire.ch
Gli appuntamenti in Ticino
14 marzo: cena povera nella parrocchia di San Nicolao a Besso, a seguire presentazione della Campagna ecumenica.
24 marzo: presentazione Campagna ecumenica e a seguire cena insieme a Tenero.
25 marzo: pranzo solidale ecumenico a San Nazzaro; cena solidale e presentazione Campagna ecumenica nella parrocchia di Breganzona.
26 marzo: Giornata delle Rose con gruppi presso le seguenti parrocchie: Sacro Cuore a Lugano, Giubiasco, Caslano, Balerna, Poschiavo.
30 marzo: presentazione Campagna ecumenica e progetto Haiti al Centro la Torre, Losone. 1° aprile giornata del Digiuno: “pausa pranzo” (12 – 13) con il Dott. Mauro Frigeri, su digiuno e salute, “merenda” con la pastora Lidia Maggi su magiare e digiunare nella Bibbia (videoconferenza).
8 aprile: cena solidale e presentazione campagna ecumenica, parrocchia di Quartino. Per maggiori informazioni: tel. 091 922 70 47 oppure vedere-e-agire.ch
Un incontro con Rosetta Brambilla, da 50 anni missionaria nelle favelas di Belo Horizonte
All'incontro, che si svolgerà in aula magna dell’ Università della Svizzera Italiana, martedì 11 dicembre 2018 alle ore 20:45, interverranno anche Dante Balbo, autore del CD allegato al libro e Valerio Selle, responsabile di AVAID.
«Ogni volta che mi occupo di un bambino e nel modo in cui lo faccio è come se gli dicessi: – Tu sei importante per me, tu hai un valore –, gli trasmetto, cioè, che la vita vale la pena di essere vissuta» (Rosetta Brambilla)
Cosa muove il cuore di un padre quando vede una figlia spendersi come volontaria in Brasile? Cosa sostiene una missionaria laica che ha trasformato le favelas in un modello di sviluppo? Cosa dicono queste esperienze a ognuno affinché possiamo aprirci al bisogno degli altri?
In occasione della pubblicazione del libro a cura di Claudio Caiata “La bellezza salva il mondo” (Moretti & Vitali, 2018), assieme all’ Associazione Volontari per l’Aiuto allo Sviluppo (AVAID) – con il patrocinio della Città di Lugano – il Centro culturale della Svizzera italiana invita ad un incontro con Rosetta Brambilla, da 50 anni missionaria nelle favelas di Belo Horizonte, fondatrice di una straordinaria rete di opere educative per bambini e ragazzi di strada.
All'incontro, che si svolgerà in aula magna dell’ Università della Svizzera Italiana, martedì 11 dicembre 2018 alle ore 20:45, interverranno anche Dante Balbo, autore del CD allegato al libro e Valerio Selle, responsabile di AVAID.La Passione di Gesù in un’app
Meditazioni, preghiere e riflessioni bibliche sulla celebrazione del Triduo pasquale.
di Luigi Albiniano di Vaticana Insider
Un percorso di preghiera e raccoglimento interiore attraverso il Mistero della Passione.
In concomitanza con le celebrazioni del Triduo pasquale, Passion of Jesus rappresenta uno strumento prezioso per approfondire e meditare sul significato autentico di uno dei momenti più emblematici della fede cristiana. Un’app innovativa e semplice da usare, capace di conciliare la sacralità di un tema così profondo con l’immediatezza e le dinamiche interattive del linguaggio digitale.
Quest’applicazione segue in maniera estremamente fedele la presentazione e la successione degli eventi biblici inerenti alla morte e alla crocifissione di Cristo, ripercorrendoli sia con brani estratti dalle Scritture, sia tramite piacevoli note audio che accompagnano l’utente nel racconto di ogni frangente. Il risultato è una timeline multimediale avvincente e densa di pathos, un focus tematico che si dà come importante occasione di riflessione e discernimento spirituale.
A rendere ancora più incisiva la struttura narrativa sono poi le meditazioni poste a corredo delle immagini: parole e pensieri tratti dall’opera dei grandi santi della tradizione cattolica, quali san Bonaventura, sant’Alfonso e san Giovanni Paolo II.
Usando il menu principale, è possibile accedere alle altre due sezioni – entrambe ampie e assolutamente ricche di contenuti – del programma; una dedicata a meditazioni quotidiane sul valore e sul senso più profondi della Passione, l’altra alle preghiere che caratterizzano questo particolare periodo liturgico.
Dal punto di vista tecnico, la facilità d’uso del software in questione è garantita anche dalla possibilità di impostare e personalizzare praticamente qualsiasi parametro: dalla velocità di scorrimento al volume della banda audio, dalla scelta delle lingue alla durata del programma (naturalmente concepito in una scansione di 24 ore). Si può persino determinare la propria preferenza circa la modalità di navigazione e passaggio alla schermata successiva: operazione, questa, che può concretizzarsi tramite slider o semplicemente con un rapido touch sullo schermo del proprio smartphone.
Passion of Jesus risulta per questo un’applicazione ben concepita e dal grande impatto emotivo, una «finestra» innovativa capace di offrire una visione ulteriore sul significato della Pasqua cristiana.
Al via in Ticino il concorso "buone notizie 2023"
Fino al 23 maggio puoi votare nell'ambito della Domenica dei media della Chiesa in Svizzera una buona notizia, vincere un tablet e far vincere 1000 franchi ad una delle tre realtà solidali che trovi in questa pagina.
In occasione delle domenica dei media 2023 (20 e 21 maggio 2023) voluta dalla Chiesa cattolica per sensibilizzare ad una buona comunicazione viene attribuito da parte della Chiesa Cattolica in Svizzera, specificatamente per la Svizzera italiana, il premio Good News 2023. Il premio viene conferito ad una realtà rappresentata in uno dei servizi selezionati dalla nostra redazione che a parere del pubblico rappresenti una “buona notizia” per la società di oggi. Il premio di 1000 franchi va alla realtà che avrà raccolto più voti da parte del pubblico. Coloro che esprimono il voto partecipano a loro volta al concorso: uno di loro potrà vincere un Tablet che sarà estratto tra i votanti. I servizi giornalistici votati sono abbinati a delle realtà sociali di ispirazione cristiana. Il servizio più votato farà vincere franchi 1000.– alla realtà sociale abbinata.
Per votare invia una mail a concorsobnotizie@gmail.com indicando il titolo del servizio che hai scelto e il tuo cognome e nome e numero di telefono. Ultimo termine per votare: il 23 maggio 2023.
Ma il terrorismo non si vince abdicando ai nostri princìpi
«La vera minaccia per la vita della nazione, nel senso di un popolo che vive in conformità con le sue leggi tradizionali e valori politici, non viene dal terrorismo, ma da leggi come questa. Questa è la vera misura di ciò che il terrorismo può raggiungere.
Avvenire - 20 marzo 2015
«La vera minaccia per la vita della nazione, nel senso di un popolo che vive in conformità con le sue leggi tradizionali e valori politici, non viene dal terrorismo, ma da leggi come questa. Questa è la vera misura di ciò che il terrorismo può raggiungere. Sta al Parlamento di decidere se dare ai terroristi una tale vittoria». Era il 2004, e con queste parole di uno dei suoi più illustri rappresentanti, Leonard Hoffmann, la Camera dei Lords rispediva al mittente – il governo di Tony Blair – la controversa legge che, di fronte all’incubo-terrorismo rappresentato da al-Qaeda, sulla scia del Patriot Act di Geroge W. Bush, individuava nella limitazione "in alcuni casi" dei diritti civili un’arma adeguata a quell’emergenza.
All’indomani della strage di Tunisi, le risposte alle domande sollevate dalla nostra sempre più vacillante sicurezza vanno spesso nella direzione contraria a quella che, contro il governo e contro gran parte di un’impaurita opinione pubblica, i Lords ebbero il coraggio di indicare, e che terra terra, suona così: se per tentare di contrastare il terrorismo devo rinunciare, anche in parte, ai principi che fondano la civiltà che ho costruito e in cui credo, chi sarà alla fine il vincitore? Io o il terrorismo? La risposta culturalmente ovvia è una sola, ed è quella data da Lord Hoffmann; risposta che rimanda immediatamente a quella «bandiera della democrazia» che «proprio nei tempi più bui deve sventolare più alta», invocata da Winston Churchill nei momenti drammatici della Seconda guerra mondiale.
Come quella bandiera, da Guantanamo e Abu Ghraib, sia stata troppe volte ammainata in questi ultimi 15 anni lo sappiamo tutti. E quali siano state le devastanti conseguenze lo vediamo. La verità, infatti, è che se pure il principio affermato nel 2004 dai Lords era e resta sacrosanto, quella che continua a mancare è, per dirla in termini scacchistici, la contromossa. Che l’offensiva del cosiddetto Stato islamico rende di giorno in giorno più urgente. Infatti, soffocare del tutto o parzialmente la nostra civiltà aperta, il mondo in cui crediamo, nel tentativo di fermare il terrorismo, equivale a consegnare tutto ciò che abbiamo costruito nelle mani del fanatismo, perché è inevitabile che in quel modo si inneschi un gorgo che finirà con il risucchiarci tutti. Ma, appunto, qual è la l’alternativa? La prima è la prospettiva della guerra, di uno "scontro di civiltà" che non esiste, ancora, ma che finirebbe con il determinarsi senza possibilità di remissione cadendo in quel gorgo. Una prospettiva che conosciamo nella sua dimostrata inefficacia e che, pure, molti si dicono pronti a rischiare. Ma l’altra strada qual è?
Oggi da molte parti – ha scritto Papa Francesco nell’Evangelii gaudium – si reclama maggiore sicurezza. Ma fino a quando non si eliminano l’esclusione e l’inequità nella società e tra i diversi popoli sarà impossibile sradicare la violenza. Si accusano della violenza i poveri e le popolazioni più povere, ma, senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione. Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità».
Belle parole, è stato detto, e viene detto. E molti però si affrettano a rilevare che «sbaglia», e a proporre correzioni. Eppure, la storia, quella storia più o meno silenziosa che ogni giorno riesce a costruire un domani migliore di ieri, ci dice il contrario. Agli inizi della sua missione a Calcutta, Madre Teresa ospitava i suoi moribondi nel Nirmal Hridy, la "Casa dell’amore puro" che altro non era che il vecchio ostello per i pellegrini che si recavano in visita all’adiacente tempio della dea Kalì. Un affronto, per i fanatici hindu, un candidato dei quali, alla vigilia di una tornata elettorale, promise ai suo sostenitori che, se avesse vinto, avrebbe cacciato di lì "quelle suore". Vinse. E, detto fatto, a pochi giorni dalla sua nomina si recò con uno stuolo dei suoi sostenitori davanti alla casa per occuparla e "restituirla" agli induisti. Madre Teresa lo accolse sulla soglia, lo prese per mano e lo accompagnò lei stessa all’interno, a visitare quei locali pieni solo di moribondi. Quando uscì, l’uomo si rivolse ai suoi sostenitori: «Vi ho promesso – disse – che avrei cacciato di qui queste suore, e lo farò. Ma lo farò quando le vostre madri, e le vostre sorelle, e moglie e figlie, faranno qui ciò che queste suore fanno».
Sì, va bene, ma Madre Teresa era Madre Teresa. Eppure – altro emisfero, altra epoca, altra scena, altri attori – è lo stesso che accadde nella Polonia di Karol Wojtyla, quando Solidarnosc, riuscendo a coagulare attorno a sé l’anelito di libertà della gente, seppe prendere per mano un popolo intero (nemici compresi, uno dopo l’altro) e riuscì a condurlo alla democrazia, senza mai imboccare la strada della violenza, e senza mai rispondere alla violenza subita. Ma con l’Is, si dice, è un’altra cosa. Con l’islam è diverso, si dice. E si ignora deliberatamente la storia secolare di quei Paesi, che racconta chiaramente che l’Is (e al-Qaeda prima) sta all’Islam come le sette paracristiane che sparavano ai medici abortisti stanno al cristianesimo. Ignorando che dal Pakistan al Nord Africa i terroristi della bandiera nera sono denunciati come eretici e apostati.
E non è un caso che nelle cosidette "scuole" messe su dall’Is non si insegnino arte, storia, letteratura: perché il peggior nemico dello stato islamico è la cultura, è l’emancipazione dei popoli, lo sviluppo. Il premio Nobel per l’Economia Joseph Stigliz, in un libro scritto a quattro mani con Linda Bilmes (The Three Million Dollars War) già nel 2008 denunciava che per la guerra in Iraq negli Stati Uniti s’erano già spesi almeno 3.000 miliardi di dollari, ossia 12,5 miliardi al mese, e di soli costi operativi. E poi ci sono le spese in Gran Bretagna, Francia, Italia, Spagna... Di che cosa potremmo oggi parlare se una porzione di quei soldi fosse stata investita in sviluppo e lotta all’analfabestismo e alla fame?
Un mese prima della sua rinuncia, parlando per l’ultima volta davanti al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, Benedetto XVI ammonì i suoi interlocutori affermando che «se preoccupa l’indice differenziale tra i tassi finanziari, dovrebbero destare sgomento le crescenti differenze fra pochi, sempre più ricchi, e molti, irrimediabilmente più poveri. Si tratta, insomma – aggiunse – di non rassegnarsi allo "spread del benessere sociale", mentre si combatte quello della finanza». E a Westminster, nel settembre di tre anni prima, con altrettanta cruda efficacia aveva osservato: «Quando è in gioco la vita umana, il tempo si fa sempre breve: in verità, il mondo è stato testimone delle vaste risorse che i governi sono in grado di raccogliere per salvare istituzioni finanziarie ritenute "troppo grandi per fallire". Certamente lo sviluppo integrale dei popoli della terra non è meno importante: è un’impresa degna dell’attenzione del mondo, veramente "troppo grande per fallire"».
Certo, tutto questo richiede pazienza, costanza, investimenti. Ma da Giovanni Paolo II, da Benedetto XVI e fino a Francesco, dietro l’insistita, invocata esortazione al dialogo, al tendere la mano all’aggressore – al fidarci, alla fine, della forza invincibile della misericordia di Dio – quale unico strumento efficace per prevenire e risolvere i conflitti, giace alla fine la stessa domanda di fondo: a cosa siamo disposti a rinunciare per un mondo finalmente umano? Ai princìpi della nostra civiltà, con tutte le conseguenze di una tale scelta? O alle illusioni di un’economia che ci promette tanto, ma ci fa solo più aridi e lontani e arma sempre nuove guerre?
Vescovi del Messico dal Papa: incontro su migranti e tutela minori
Il Pontefice ha ricevuto in udienza i vertici della Conferenza episcopale del Messico. Al termine, i presuli hanno diffuso una nota in cui riferiscono tra l’altro dell’impegno a favore dei migranti e della partecipazione del loro presidente all’Incontro sulla protezione dei minori.
Un saluto “di cuore” e una benedizione per tutto il popolo del Messico. È quanto affidato da Papa Francesco ai vertici della Conferenza episcopale del Paese latinoamericano (Cem), ricevuti in udienza oggi in Vaticano. In un comunicato, a firma di mons. Rogelio Cabrera Lopez, arcivescovo di Monterrey e presidente dei vescovi messicani, e di mons. Alfonso Gerardo Miranda Guardiola, vescovo ausiliare di Monterrey e segretario Generale della Cem, i presuli riferiscono del colloquio col Pontefice giunto al termine dell’Incontro su “La protezione dei minori nella Chiesa”, conclusosi domenica scorsa.
L’aiuto ai migranti
Tra gli argomenti toccati dai vescovi, riferisce la nota, la “realtà” che vivono i migranti nel “loro difficile passaggio” attraverso il territorio messicano e l’“aiuto che la Chiesa offre loro”. Ricordato pure il lavoro che la Chiesa svolge “soprattutto riguardo al tema della pace” in Messico. I vescovi hanno poi consegnato al Papa una copia del Progetto globale di pastorale 2031 - 2033: il documento fa seguito ad una precisa richiesta del Pontefice. Durante la sua visita in Messico del 2016, Francesco incontrò i vescovi a Guadalupe, chiedendo loro “un serio e qualificato progetto pastorale”, per rispondere profeticamente alle attuali sfide del popolo messicano.
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Il nunzio del Papa in Siria, il card. Zenari, si racconta in esclusiva a catt.ch e Catholica
Uno sguardo agli ultimi e più recenti avvenimenti nel Paese mediorientale e una riflessione sul ruolo dei cristiani nella sua ricostruzione. Con un appello: "Aiutiamo la Siria a rimettersi in piedi, a ricostruirsi: lo sviluppo porta la pace".
di Cristina Uguccioni
È cominciata una nuova era per la Siria. Dopo decenni di dittatura, l’8 dicembre scorso è finito il regime di Bashar al-Assad. Ora il Paese è guidato da Abu Mohammed al-Jolani, leader del gruppo Hts (Hayat Tahrir al-Sham). In questa conversazione con Catholica e catt.ch, il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria dal 2009, racconta il volto di Paese prostrato che sta cercando di risorgere.
Come giudica quanto accaduto?
«Gli avvenimenti dello scorso dicembre costituiscono una svolta storica per Siria. Tutto è accaduto in una manciata di giorni: è stata quindi una svolta inattesa e improvvisa, che ha trovato tutti impreparati. Credo che si siano sentiti impreparati anche coloro che hanno preso il potere: non si aspettavano di riuscirci in così breve tempo. Fino a quel momento avevano guidato solo una piccola provincia, quella di Ibdil: dirigere, praticamente all’improvviso, un intero Paese è però un’altra cosa. Di fronte a quanto accaduto bisogna evitare di essere esageratamente ottimisti o pessimisti; personalmente nutro un cauto ottimismo. Certamente ciò che oggi posso dire è che il futuro della Siria, dopo 54 anni di dittatura, è nelle mani dei siriani. Ed è una cosa buona».
Quali sono le maggiori difficoltà che deve fronteggiare la popolazione?
«La Siria è un Paese distrutto e la ricostruzione non è ancora cominciata. Vi sono tredici milioni di profughi, più della metà della popolazione non vive nella propria casa. Centomila persone sono scomparse. Le principali infrastrutture – a cominciare da ospedali e scuole – sono distrutte o gravemente danneggiate; la corrente elettrica viene erogata solo per due al giorno. L’economia è al collasso. Anche il tessuto sociale è gravemente compromesso, c’è molta corruzione, manca sicurezza. E manca lavoro, c’è povertà. Questa è la Siria che i nuovi leader del Paese si trovano a dover guidare e ricostruire. La strada è tutta in salita: anzi, è più di una salita: è un’ arrampicata su una parete rapidissima. Vi è poi l’altro grande problema: la Siria, sinora, è stata un mosaico di etnie e religioni: ora questo mosaico traballa, dunque bisognerà che si lavori a costruire unità. Però, e lo ribadisco, dopo 54 anni i siriani hanno per la prima volta la Siria nelle loro mani. Pur distrutta, essa potrà essere come loro la vogliono. Certo, hanno bisogno dell’aiuto della comunità internazionale. Desidero fare un accorato appello affinché la comunità internazionale tolga le sanzioni economiche imposte alle Siria».
Vi sono segnali che lasciano intendere che ciò accadrà?
«Sì, qualche settimana fa è stato compiuto qualche passo dall’amministrazione degli Stati Uniti, il Paese che ha imposto le sanzioni più dure: non conosco i dettagli tecnici, so che si è intervenuti nel campo delle transizioni finanziarie, alleggerendo le disposizioni che sino a quel momento erano in vigore. Anche l’Unione Europea deve fare la sua parte, naturalmente».
Subito dopo aver preso il potere, i nuovi leader hanno voluto rassicurare le autorità cristiane promettendo una Siria inclusiva. Ci sono stati sviluppi da allora?
«Sì: dopo aver incontrato le autorità religiose cristiane di Aleppo e Homs, il 31 dicembre Al-Jolani ha invitato le autorità religiose cristiane del Paese nel suo palazzo, a Damasco, e ha rinnovato la promessa di una Siria inclusiva, in cui c’è posto per tutti. Ciò lascia ben sperare per il futuro. Usciti da quell’incontro, noi cristiani eravamo animati da un cauto ottimismo: ed è ancora così. Tuttavia i fedeli cristiani hanno ancora paura, ed è comprensibile. Un conto è il dialogo aperto e costruttivo tra leader religiosi, un conto è la vita di tutti i giorni, nella quale, ad esempio, può capitare che una ragazza cristiana a passeggio a capo scoperto sia guardata male e criticata».
Quale appello ha fatto ai cristiani?
«Negli ultimi 14 anni di guerra, più di due terzi dei cristiani sono emigrati: è la ferita più grande della comunità cristiana della Siria, che si aggiunge alle persecuzioni, alle minacce, alle violenze. Dopo quanto accaduto l’8 dicembre, ho fatto un appello ai cristiani invitandoli caldamente a restare, pur riconoscendo che, naturalmente, ciascuno è libero di partire o rimanere. E ho fatto un appello anche a quanti sono emigrati, affinché facciano ritorno, se possono. I cristiani devono essere in prima fila nella ricostruzione della Siria, in quanto cittadini a pieno titolo di questo Paese. Non è tempo di piangere, è tempo di rimboccarsi le maniche e lavorare insieme, con spirito ecumenico, per il bene comune. È importante che i cristiani diano il loro qualificato contributo anche alla redazione della nuova Costituzione. Chi ha competenze in questo ambito, si faccia avanti. Dopo la seconda guerra mondiale l’Europa ha avuto grandi statisti: penso a De Gasperi, a Schuman, dichiarato venerabile, ad Adenauer. Spero che anche in Siria sorgano figure di quello spessore. Purtroppo, la popolazione, dopo 54 anni di dittatura, ha perso l’attitudine all’impegno politico. Occorre recuperare il tempo perduto. Prima della dittatura, però, vi sono state figure politiche significative, esiste dunque una tradizione: va ripresa».
Mentre la Chiesa celebra il Giubileo, lei cosa spera?
«In settembre parlando con il Papa del Giubileo, gli confidai che in Siria la speranza era morta, soprattutto nei giovani. Gli dissi inoltre che speravo che la Chiesa universale pregasse per il ritorno della speranza nel cuore dei siriani. Poi, dopo l’8 dicembre, d’un tratto, dalle macerie, è spuntato il fiorellino della speranza. Le persone hanno ricominciato a sperare e a respirare aria di libertà. Ma questo fiorellino, così tenero, è ancora piccolo, debole, bisogna proteggerlo. Io mi auguro vivamente che la Siria sia concretamente aiutata dagli altri Paesi a rialzarsi; attualmente la comunità internazionale mostra cauto ottimismo e usa un’espressione inglese: “wait and see”, aspetta e vedi. Ma i siriani hanno bisogno adesso di pane, di medicine, di lavoro! L’espressione giusta è: “work and see”, lavora e vedi. È questo l’atteggiamento che dovrebbe avere la comunità internazionale. San Paolo VI, nel 1967, diceva che la pace ha un nuovo nome: sviluppo. Aiutiamo la Siria a rimettersi in piedi, a ricostruirsi: lo sviluppo porta la pace».
Fraternità sacerdotale San Pietro: imminente visita apostolica del Vaticano
Ne dà notizia il giornale La Croix. In comunione con Roma gli aderenti alla FSSP privilegiano il rito tridentino. La Casa generalizia ha sede a Friburgo.
Il 27 settembre 2024, la Fraternità Sacerdotale di San Pietro (FSSP) ha annunciato l'imminenza di una visita apostolica da parte del Vaticano, come riporta il giornale francese La Croix. L'obiettivo sarebbe quello di conoscere meglio il più importante istituto tradizionalista in comunione con Roma.
“Questa visita non nasce da problemi interni alla Fraternità, ma ha lo scopo di permettere al Vaticano di conoscere chi siamo, come stiamo e come viviamo, in modo da poterci offrire tutto l'aiuto di cui abbiamo bisogno”, ha dichiarato la Casa Generalizia dell'Istituto, che ha sede a Friburgo. I motivi della visita e i nomi dei visitatori non sono ancora stati specificati. Tuttavia, il Vaticano ha descritto la visita come un processo “ordinario”.
La visita come parte della Traditionis Custodes?
La FSSP - come si legge nel loro sito web - è una società di vita apostolica di diritto pontificio, cioè una comunità di sacerdoti che, senza prendere i voti religiosi, esercitano insieme la loro missione nella Chiesa cattolica, sotto l'autorità della Santa Sede. La Fraternità è stata fondata il 18 luglio 1988 presso l'Abbazia di Hauterive (FR) da una dozzina di sacerdoti e alcuni seminaristi.
Secondo La Croix, la visita potrebbe essere legata al motu proprio Traditionis Custodes (2021), che ha limitato drasticamente la celebrazione della Messa in rito straordinario, noto anche come rito “tridentino”, in uso prima del Concilio Vaticano II (1962-1965), forma liturgica privilegiata dalla FSSP.
Il motu proprio ha anche trasferito la responsabilità degli istituti tradizionalisti al Dicastero vaticano per la Vita consacrata, anziché a una commissione apposita. "Il dicastero potrebbe anche voler conoscere meglio queste comunità”, ha dichiarato una fonte romana al quotidiano francese. Questa visita apostolica, che segue quella all'Abbazia di Lagrasse, potrebbe essere interpretata non come un'indagine su problemi strutturali, ma come un modo per conoscere meglio questi istituti.
I tempi
La Fraternità afferma che questa visita avrà luogo “entro i prossimi dodici mesi” e che è stata notificata dal prefetto del dicastero per la vita consacrata, il cardinale João Braz de Aviz, il 24 settembre. "Sono consapevole che questo annuncio vi causerà qualche preoccupazione”, ha scritto il superiore. (…) Molti dettagli pratici di questa visita non sono ancora stati definiti”.
Messa in latino a Broc (FR)
L'ultima visita apostolica alla FSSP è stata effettuata nel 2014 da Mons. Vitus Huonder, ex vescovo di Coira, morto nell'aprile del 2024. Huonder si sa che era vicino agli ambienti tradizionalisti. Addirittura da vescovo emerito scelse di entrare nelle file della Fraternità San Pio X fondata da mons. Lefebvre). Huonder aveva voluto che i suoi funerali fossero celebrati a Écône (VS), sede dei lefebvriani.
La FSSP ha partecipato al pellegrinaggio “Notre-Dame de la foi”, ispirato al pellegrinaggio di Chartres, che ha attirato circa 125 persone il 21 e 22 settembre 2024 tra Friburgo e la cappella di Notre-Dame des Marches (Broc, FR). Nel luogo di culto è stata celebrata una messa in rito straordinario. La celebrazione è stata approvata dal vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo (LGF) (cath.ch/cx/arch/rz).
Raphaël Zbinden/traduzione e adattamento redazionecatt