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    Papa Francesco e la Chiesa Contemporanea 1

    Benvenuti in questo dossier dedicato a Papa Francesco e la Chiesa Contemporanea 1.

    Qui troverete una selezione curata di articoli, eventi e contenuti multimediali che esplorano questo tema da diverse prospettive.

    Contenuti del dossier

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    Contenuti del dossier

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    Foto di archivio

    Il Papa: fidiamoci di Dio, compagno di viaggio che ci dice "non temere, vai avanti"

    All’udienza generale Francesco riprende il ciclo giubilare su “Gesù Cristo nostra speranza” e sviluppa la sua catechesi sull’ascolto e la disponibilità di Maria all’annuncio dell’angelo Gabriele.

    Maria, che ha ascoltato l’annuncio dell’angelo Gabriele e ha fatto spazio a Dio abbandonandosi a Lui, che ha accolto “il Verbo nella propria carne” lanciandosi “nella missione più grande che sia stata mai affidata a una donna, a una creatura umana”, si è messa “al servizio" dell'Onnipotente. All’udienza generale tenutasi oggi, 22 gennaio, nell’Aula Paolo VI, riprendendo il ciclo giubilare iniziato il 18 dicembre scorso sul tema “Gesù Cristo nostra speranza”, dopo due riflessioni sulla tutela dei minori, nella seconda catechesi dedicata a “L’infanzia di Gesù”, il Papa approfondisce “L’annuncio a Maria. L’ascolto e la disponibilità” e si sofferma sugli “effetti della potenza trasformante della Parola di Dio” e su tutto quello che la Vergine, chiamata ad essere la madre del Messia, ci insegna.

    Impariamo da Maria, Madre del Salvatore e Madre nostra, a lasciarci aprire l’orecchio dalla divina Parola, ad accoglierla e custodirla, perché trasformi i nostri cuori in tabernacoli della sua presenza, in case ospitali dove crescere la speranza.

    La grazia di Dio in Maria

    Andando a ritroso lungo i secoli, il Papa riflette su quanto è accaduto nel piccolo villaggio di Nazaret, nella Galilea, “alla periferia di Israele, zona di confine con i pagani e le loro contaminazioni”. In questo luogo, all’epoca sconosciuto ai più, “l’angelo reca un messaggio dalla forma e dal contenuto del tutto inauditi, tanto che il cuore di Maria ne viene scosso, turbato”, fa notare il Pontefice, aggiungendo che Gabriele non la saluta con il classico “pace a te”, ma “si rivolge alla Vergine con l’invito ‘rallegrati!’, ‘gioisci!’”, quello stesso usato dai profeti nell’annunciare “la venuta del Messia” e che “Dio rivolge al suo popolo quando finisce l’esilio”.

    Inoltre, Dio chiama Maria con un nome d’amore sconosciuto nella storia biblica: kecharitoméne, che significa «riempita dalla grazia divina». Maria è piena della grazia divina. Questo nome dice che l’amore di Dio ha già da tempo abitato e continua a dimorare nel cuore di Maria. Dice quanto lei sia “graziosa” e soprattutto quanto la grazia di Dio abbia compiuto in lei una cesellatura interiore facendone il suo capolavoro: piena di grazia.

    “Non temere”

    Le parole dell’angelo turbano Maria, che subito viene rassicurata, “Non temere!”. 

    Sempre la presenza del Signore ci dà questa grazia di non temere e così lo dice a Maria: “Non temere!”. “Non temere” dice Dio ad Abramo, a Isacco, a Mosè, nella storia: “Non temere!”. E lo dice anche a noi: “Non temere, vai avanti; Non temere!”. “Padre io ho paura di questo”; “E cosa fai, quando…”; “Mi scusi, padre, le dico la verità: io va dallo strega…”; “Tu vai dalla strega!”; “Eh sì mi faccio leggere le mani…”. Per favore, non temere! Non temere! Non temere! È bello questo. “Io sono il tuo compagno di cammino”.

    A Maria Gabriele annuncia la missione di Cristo, spiega Francesco, che il bambino di cui sarà madre "sarà re ma non alla maniera umana e carnale, ma alla maniera divina, spirituale".

    Il suo nome sarà “Gesù”, che significa “Dio salva”, ricordando a tutti e per sempre che non è l’uomo a salvare, ma solo Dio.

    Fidarsi di Dio

    La giovane Maria, chiamata ad una “maternità assolutamente unica”, “cerca di comprendere, di discernere ciò che sta capitando” e "non cerca fuori ma dentro", conclude il Papa, e "nel profondo del cuore aperto e sensibile, sente l’invito a fidarsi di Dio".

    Il Papa: ho chiamato la parrocchia di Gaza

    Francesco, a fine udienza generale, dice di aver telefonato alla comunità della Sacra Famiglia, tornata alla normalità dopo la tregua avviata domenica.

    Lenticchie con pollo. In un menù così semplice c’è tutta la felicità di un popolo, quello di Gaza, tornato, dopo i massacri, le violenze, la paura e la fame di questi quasi quindici mesi, ad una parvenza di normalità con la tregua di domenica scorsa. Si fa portavoce il Papa di questa contentezza raccontando, al termine dell’udienza generale di oggi, 22 gennaio, in Aula Paolo VI, dell’ultima telefonata con i parrocchiani della Sacra Famiglia di Gaza, assistiti dal parroco, l’argentino padre Gabriel Romanelli, e dal vice parroco, l’egiziano padre Yusuf Asad.

    Ieri ho chiamato – lo faccio tutti i giorni – alla parrocchia di Gaza. Erano contenti, lì dentro ci sono 600 persone tra parrocchia e collegio. E mi hanno detto oggi abbiamo mangiato lenticchie con pollo, eh, una cosa che in questi tempi non erano abituati a fare. Soltanto qualche verdura, qualcosa… Erano contenti

    "Preghiamo per la pace, la guerra sempre una sconfitta"

    Sì, la tregua. Quella che però, come hanno detto in tanti, non è sinonimo di pace. All’udienza, infatti, il Papa ha esortato ancora una volta i fedeli di tutto il mondo a non interrompere le preghiere per Gaza come per tutti gli altri luoghi flagellati da conflitti: dall’Ucraina, al Medio Oriente, al Myanmar.

    Ma preghiamo per Gaza, per la pace lì, in tante parti del mondo. La guerra sempre è una sconfitta, non dimenticatevi. La guerra è una sconfitta. E chi guadagna? I fabbricanti delle armi! Per favore, preghiamo per la pace

    Un pensiero per gli anziani in Ucraina 

    Pensando all’Ucraina, come sempre definita “martoriata” da una guerra che da quasi tre anni non ha visto interruzione e che prosegue con attacchi di droni russi e morti e ferimenti di civili, Papa Francesco chiede – sempre in Aula Paolo VI – un pensiero speciale per la popolazione anziana. Lo fa nel saluto ai pellegrini polacchi che in questi giorni esprimono “una particolare gratitudine” alle nonne e ai nonni celebrandone la festa: “Sia un’occasione per costruire e rafforzare una nuova alleanza tra generazioni”, dice.

    Vatican News

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    Il Papa durante un'udienza

    Giovani delle due Coree da Papa Francesco

    Esibizione in piazza San Pietro durante l'udienza generale di un gruppo di atleti delle due Coree. Il Papa ha definito il loro "un messaggio di pace per tutta l'umanità". Davanti a 15 mila fedeli il Papa parla dello Spirito Santo e affida ai giovani polacchi il compito di "baciare la loro terra come faceva San Giovanni Paolo II".

    “È stata una mostra di volontà di pace, le due Coree insieme. È stato un messaggio di pace per tutta l’umanità”. Con queste parole, pronunciate a braccio, il Papa ha commentato l’esibizione, in piazza San Pietro durante l'udienza generale di oggi, di un gruppo di atleti della federazione internazionale e mondiale di Taekwondo, formato da ragazzi della Corea del Nord e del Sud, a cui i 15mila presenti all’udienza hanno assistito, insieme a Francesco, prima dei saluti ai fedeli di lingua inglese. A quel punto, infatti, sono saliti sul sagrato alcuni atleti vestiti col tipico kimono sportivo bianco o nero, con la cinta del colore inverso, e hanno dato un saggio dell’arte marziale eseguendo movimenti ritmati al suono dell'”Ave Maria” di Schubert. Gli atleti delle due squadre, al termine dell’esibizione, si sono abbracciati due a due, fondendo così il colore bianco con il colore nero, e si sono tenuti per mano. Poi una bimba vestita di bianco, con le trecce, ha fatto volare una colomba e le braccia di tutti i ragazzi si sono alzate per salutare il suo volo, simbolo di pace. “One world, one Taekwondo. La pace è più preziosa del trionfo" recita lo striscione a caratteri cubitali, scritta nera in campo bianco, che i ragazzi della Corea del Nord hanno issato tutti insieme, prima di circondare affettuosamente, ma rigorosamente in assetto di squadra, Papa Francesco per la foto di gruppo.

    Durante l'udienza del mercoledì il tema affrontato dal Papa è stato lo Spirito Santo. Francesco ha ricordato che lo Spirito "distribuisce i molteplici doni che arricchiscono l'unica Chiesa: è l’autore della diversità, ma allo stesso tempo il creatore dell’unità”. Bergoglio si è poi soffermato sul Sacramento della Cresima, che ha spiegato "conferma e rafforza la grazia del battesimo". Per questo "i cresimandi sono chiamati a rinnovare le promesse fatte un giorno da genitori e padrini". Francesco ha voluto riprendere con i fedeli i gesti e le parole del sacramento della confermazione. "La venuta dello Spirito - ha spiegato il Papa - richiede cuori raccolti in orazione, dopo la preghiera silenziosa della comunità, il vescovo, tenendo le mani stese sui cresimandi, supplica Dio di infondere in loro il suo santo Spirito Paraclito". "Uno solo è lo Spirito, ma venendo a noi porta con sé ricchezza di doni: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e santo timore di Dio". "Abbiamo sentito il passo della Bibbia con questi doni che porta lo Spirito Santo", ha aggiunto il Papa riferendosi alla lettura proclamata durante l'udienza. "Secondo il profeta Isaia, queste sono le sette virtù dello Spirito effuse sul Messia per il compimento della sua missione, anche san Paolo descrive l’abbondante frutto dello Spirito che è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé".

    Alla fine dell'udienza il Papa ha salutato un gruppo di giovani polacchi ricordando loro San Giovanni Paolo II. "Baciate anche a nome mio la terra polacca, come era solito fare San Giovanni Paolo II. Siate sicuri: il Signore vi vede come un tesoro prezioso per il mondo”. “Allo stesso tempo anche voi fissate lo sguardo sul volto del Figlio di Dio, ovunque vi troviate e in qualunque cosa vi tocca fare. Soltanto allora sarete in grado di vedere come siete veramente. Donategli la vostra mente, le vostre mani, il vostro corpo, affinché, grazie a voi, possa raggiungere chiunque è nel bisogno”.

    (fonte: agenzie/red)

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    L’amore insostituibile del padre e della madre

    di Suor Sandra Künzli In un libro che raccoglie varie testimonianze ("Medjugorje il trionfo del cuore" di suor Emmanuel Maillard, ed. Shalom), ho letto la seguente storia che commuove e fa riflettere.

    di Suor Sandra Künzli In un libro che raccoglie varie testimonianze ("Medjugorje il trionfo del cuore" di suor Emmanuel Maillard, ed. Shalom), ho letto la seguente storia che commuove e fa riflettere. Un bambino neonato, anni fa, fu abbandonato dalla mamma in un cassonetto della spazzatura. Il bambino piangeva senza sosta. Un uomo passava di lì e udì piangere. Trovò il bambino, ne ebbe compassione e chiese alle autorità di poterlo adottare. Quell’uomo era gay e conviveva con un altro uomo. Il bimbo crebbe in un ambiente maschile, senza conoscere mai la sua vera mamma. Un giorno il giovane ormai grande, si ritrovò al cinema a guardare un documentario che parlava della Madonna. Il ragazzo iniziò a piangere. Per la prima volta in vita sua, si era finalmente sentito avvolto e abbracciato dal calore di una madre. Maria era la sua vera mamma! Quel giovane si convertì alla fede cattolica e oggi è prete. Scriveva Kahlil Gibran: “La parola più bella sulle labbra del genere umano è “madre” e la più bella invocazione è “madre mia”. E’ la fonte dell’amore, della misericordia, della comprensione, del perdono. Ogni cosa in natura parla della madre.” Ogni bambino ha bisogno di avere davanti a sé il modello, la guida tenera del padre e l’amore premuroso di una madre, guide insostituibili nel cammino della vita.   di Suor Sandra Künzli

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    Svizzera: AVAID lancia la sua campagna annuale

    Svizzera: AVAID lancia la sua campagna annuale

    Nel nuovo numero del suo periodico “Buone Notizie” AVAID lancia in questi giorni la sua raccolta fondi annuale, dal titolo “Giòcati con noi. Generazioni nuove, protagoniste del mondo”.

    Nata nel 1995 a Friborgo, dove prende il nome di AVAID (www.avaid.ch), l’Associazione Volontari per l’Aiuto allo Sviluppo, dopo i primi passi per sostenere la presenza missionaria di alcune famiglie ticinesi in Africa, oggi, con sede a Lugano, ha gruppi di sostegno in tutta la Svizzera e progetti in Kenya, Uganda, Brasile, Haiti e Libano. Sostiene inoltre anche i progetti di AVSI (www.avsi.org), network di Ong attive in cinquanta Paesi del mondo.

    Nel nuovo numero del suo periodico “Buone Notizie” AVAID lancia in questi giorni la sua raccolta fondi annuale, dal titolo “Giòcati con noi. Generazioni nuove, protagoniste del mondo”. La Campagna è una proposta annuale di sensibilizzazione e di raccolta fondi a sostegno di vari progetti di aiuto allo sviluppo promossi dall’Associazione. Quest’anno sosterrà sei progetti – in Libano, Amazzonia, Siria, Venezuela, Kenya e Mozambico – accomunati dal fatto “di essere in grado di innescare un cambiamento nella vita delle persone più vulnerabili”. La proposta è di aiutare soprattutto i giovani a “immedesimarsi più facilmente in chi cerca di uscire da povertà, guerra, abbandono, per vivere in pienezza” per riconsegnare alla società “generazioni nuove, protagoniste del mondo”.

    A ispirare AVAID le parole stesse di San Giovanni Paolo II scritte nella sua enciclica Novo Millennio Ineunte: “È l’ora di una nuova fantasia della carità, che si dispieghi non tanto e non solo nell’efficacia dei soccorsi prestati, ma nella capacità di farsi vicini, solidali con chi soffre, così che il gesto di aiuto sia sentito non come obolo umiliante, ma come fraterna condivisione”.

    Molti i contesti in cui AVSI, seguendo questa filosofia si trova ad operare: dal progetto “Ospedali aperti” che permette ad AVAID, dal 2017, di operare concretamente in aiuto del popolo siriano alla scuola agricola di Manaus, che dal 1974 insegna ai giovani indigeni a coltivare la terra, passando per la formazione di giovani disoccupati, la costruzione di mense e aule scolastiche in Kenya, per un totale di “migliaia di persone che hanno beneficiato dell’aiuto dei sostenitori svizzeri”.

    Il metodo AVAID si concentra su cinque pilastri: “La persona al centro”, “Partire dal positivo”, “Fare con”, “Sussidiarietà”, “Partnership”. “Da oltre vent’anni – scrive Valerio Selle, responsabile AVAID l’opera AVAID si svolge nel mondo, in modo piuttosto silenzioso eppure reale e costante, in luoghi distanti e diversi. Luoghi e situazioni tenuti insieme da un unico “fil rouge”, in fondo sottile e fragile, che è quello dell’amicizia concreta e della solidarietà desiderosa di affrontare il bisogno, spesso estremi, di moltissimi uomini, donne, giovani, bambini, famiglie”.

    Laura Quadri

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    Il lavoro di prendersi cura del mondo

    Il lavoro di prendersi cura del mondo

    Quest’anno la giornata del lavoro invita a riflettere sulle realtà e gli aspetti diversi che la crisi del coronavirus ha messo più in rilievo.

    Quest’anno la giornata del lavoro invita a riflettere sulle realtà e gli aspetti diversi che la crisi del coronavirus ha messo più in rilievo: che nel mondo sono tantissime le persone buone, che il progresso deve andare unito a un dominio della natura che contemporaneamente corrisponda a rispettarla, che dipendiamo gli uni dagli altri, che siamo vulnerabili e che una società, per essere umana, deve essere anche solidale.

    Nella risposta alla pandemia vengono messe in evidenza soprattutto le professioni che si occupano della cura delle persone. I titoli dei giornali contengono parole collegate a “prendersi cura”: tenere compagnia, piangere, proteggere, ascoltare... Questa situazione ci fa riflettere sul “perché” e sul “fino a che punto” di qualsiasi lavoro. In qualche modo comprendiamo meglio che il servizio è l’anima della società, ciò che dà un senso al lavoro.

    Il lavoro è qualcosa di più di una necessità o di un prodotto. Il libro della Sacra Scrittura che racconta le origini dell’umanità informa che Dio creò l’uomo “perché lavorasse” e custodisse il mondo (cfr. Genesi 2, 15). Il lavoro non è un castigo, ma la situazione naturale dell’essere umano nell’universo. Lavorando, stabiliamo una relazione con Dio e con gli altri, e ognuno può crescere meglio come persona.

    La reazione esemplare di tante e tanti professionisti, credenti o meno, in occasione della pandemia ha messo in evidenza questa dimensione di servizio e di aiuto pensando che il destinatario ultimo di qualunque attività o professione è qualcuno con nome e cognome, qualcuno con una dignità irrinunciabile. Ogni lavoro nobile è riconducibile, in fin dei conti, al lavoro di “prendersi cura delle persone”.

    Quando ci sforziamo di lavorare bene e a vantaggio del prossimo, il nostro lavoro, qualsiasi lavoro, acquista un significato completamente nuovo e può diventare la strada per un incontro con Dio. Fa molto bene inserire nel lavoro, anche il più ripetitivo, la prospettiva della persona, che è quella del servizio, che va ben oltre l’impegno dovuto per la retribuzione da ricevere.

    Come nei primi tempi del cristianesimo, anche ora si avverte con forza il potenziale di ogni laico che cerca di essere testimone del Vangelo, gomito a gomito con i propri colleghi, condividendo la passione professionale, l’impegno e l’umanità in mezzo all’attuale sofferenza provocata dalla pandemia e dall’incertezza per il futuro.

    Ogni cristiano è “chiesa” e, malgrado i propri limiti, in unione con Cristo può immettere l’amore di Dio “nel torrente circolatorio della società”, secondo un’immagine usata da san Josemaría Escrivá, che predicò il messaggio della santità attraverso il lavoro professionale. Anche con il nostro lavoro e il nostro servizio possiamo fare capire quanto Dio si preoccupi per ognuno di noi.

    Oggi la celebrazione del 1° maggio è anche preoccupazione per il futuro, vista l’insicurezza lavorativa a breve o medio termine. Noi cattolici ricorriamo con particolare forza all’intercessione di san Giuseppe Lavoratore, affinché nessuno perda la speranza e si sappia adeguare alla nuova realtà, illumini coloro che debbono prendere le decisioni e ci aiuti a capire che il lavoro è per la persona e non il contrario.

    Nei prossimi mesi o anni sarà importante “fare memoria” di ciò che abbiamo vissuto, come ha chiesto Papa Francesco, e ricordare che “ci rendiamo conto che siamo tutti nella stessa barca, tutti fragili e disorientati; ma, nello stesso tempo, importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme”.

    Speriamo che questo 1° maggio ci faccia desiderare che la libertà riacquistata al termine dell’isolamento sia veramente una libertà “al servizio degli altri”. Il lavoro consisterà allora, secondo l’originario disegno di Dio, nel prendersi cura del mondo e, in primo luogo, delle persone che lo abitano.

    Fernando Ocáriz

    (mons. Fernando Ocáriz è il Prelato dell’Opus Dei)

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    Il Papa nomina un commissario straordinario per rilanciare Caritas Internationalis

    Il Papa nomina un commissario straordinario per rilanciare Caritas Internationalis

    La decisione contenuta in un decreto di Francesco è frutto di una indagine del Dicastero per lo Sviluppo Umano che ha rilevato carenze gestionali della struttura, con ripercussioni negative sul personale.

    "Rivedere “l’assetto normativo” di Caritas Internationalis per “migliorare” la sua missione nel mondo a servizio dei più poveri e bisognosi, “alla luce del Vangelo e degli insegnamenti della Chiesa Cattolica”. È questo il motivo sostanziale che ha indotto il Papa a firmare, dopo un'indagine promossa dal Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale, un decreto con il quale l’ente che coordina la galassia internazionale di 162 organismi caritativi della Chiesa viene sottoposto a un “commissariamento temporaneo”.

    I compiti del commissario

    Nel documento firmato da Francesco, che fa decadere da oggi tutte le cariche di vertice di Caritas Internationalis - i membri del Consiglio di Rappresentanza e del Consiglio Esecutivo, il presidente, i vicepresidenti, il segretario generale, il Tesoriere e l’assistente ecclesiastico - si assegnano i poteri di governo al commissario straordinario Pier Francesco Pinelli, coadiuvato dalla dottoressa Maria Amparo Alonso Escobar e dal gesuita padre Manuel Morujão, per l’accompagnamento personale e spirituale dei dipendenti. Compito della dirigenza sarà quello di aggiornare gli Statuti e il Regolamento di Caritas Internationalis “per una loro maggiore funzionalità ed efficacia” in vista della prossima Assemblea generale in programma a maggio 2023. In quest’ultimo compito, precisa il decreto, il commissario straordinario sarà affiancato dal cardinale Luis Antonio G. Tagle, finora presidente di Caritas, “che si occuperà particolarmente di curare i rapporti con le Chiese locali e con le Organizzazioni Membro di Caritas Internationalis”.

    Benessere del personale

    Il decreto termina indicando che il commissario straordinario “agirà d’intesa con il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale”, il quale da parte sua, in base alle competenze assegnategli dalla Praedicate Evangelium, aveva disposto nel corso dell’anno una indagine sul lavoro svolto dall’organismo vaticano. L’indagine, condotta da una commissione indipendente presieduta dallo stesso Pinelli coadiuvato da un team di psicologi, don Enrico Parolari e la dottoressa Francesca Busnelli, ha messo in luce - si legge in una nota ufficiale del Dicastero - “carenze relative alle procedure di gestione con effetti negativi anche sullo spirito di squadra e sul morale del personale”. Sono stati ascoltati sia il personale di Caritas Internationalis, sia ex dipendenti e collaboratori e da questa verifica, si afferma, “non sono emerse evidenze rispetto a cattiva gestione finanziaria o comportamenti inappropriati di natura sessuale” - anzi si asserisce che la gestione finanziaria è stata “corretta” e gli obiettivi di raccolta fondi “raggiunti” - quanto piuttosto l’urgenza di intervenire sul “benessere lavorativo" all'interno della struttura e sull'"allineamento con i valori cattolici della dignità umana e del rispetto per ogni persona”, oggetto principale della verifica.

    Czerny: la carità, "abbraccio di Dio"

    Dunque, prosegue il comunicato il commissario Pinelli e la signora Alonso lavoreranno per “assicurare stabilità e una leadership empatica” per “per finalizzare il processo di nomina dei candidati e le procedure di elezione” in base agli Statuti dell'organizzazione. Il comunicato del Dicastero per lo Sviluppo Umano riporta anche una affermazione del cardinale prefetto Michael Czerny, secondo il quale “negli anni più recenti abbiamo visto aumentare notevolmente i bisogni delle molte persone che Caritas assiste”, ed è quindi “indispensabile che Caritas Internationalis sia ben preparata ad affrontare queste sfide. “Papa Francesco - prosegue ancora il porporato - ci invita a considerare ‘la missione che la Caritas è chiamata a svolgere nella Chiesa... La carità non è una sterile prestazione oppure un semplice obolo da devolvere per mettere a tacere la nostra coscienza”, ma “è l’abbraccio di Dio nostro Padre ad ogni uomo, in modo particolare agli ultimi e ai sofferenti”.

    (Vatican News)

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    Il Papa: “Gesù non vi chiama a essere prìncipi, ma a servire”

    Francesco al concistoro per i cinque nuovi cardinali: state di fronte alla realtà, agli innocenti che soffrono per guerre e terrorismo, ai campi profughi che a volte assomigliano più a un inferno che a un purgatorio.

    «Gesù non vi chiama a essere prìncipi nella Chiesa, ma a servire». Francesco “creaˮ cinque nuovi cardinali e ricorda loro il compito a cui sono chiamati. È breve l’omelia che il Papa ha scritto per la consegna della berretta rossa - segno della fedeltà fino all’effusione del sangue per la fede - ai cinque nuovi porporati di questo mini-concistoro, deciso per mantenere sempre al completo il collegio degli elettori del futuro Papa, cioè i cardinali con meno di ottant’anni di età. Hanno ricevuto la berretta Jean Zerbo arcivescovo di Bamako (Mali), Juan José Omella Omella arcivescovo di Barcellona (Spagna), il carmelitano Anders Arborelius, vescovo di Stoccolma (Svezia); Luis Marie-Ling Mangkhanekhoun, vicario apostolico di Paksé (Laos) e Gregorio Rosa Chávez, vescovo ausiliare di San Salvador (El Salvador).

     

    A parlare, come criterio della scelta, sono le cinque biografie. Zerbo è considerato un protagonista di primo piano nell’opera di riconciliazione del Paese, con il suo stile sempre aperto al dialogo e all’incontro e la sua nomina lancia un messaggio di concordia e di unità al popolo del Mali che spera in una pace finora mai completamente raggiunta. Un mese fa, poco dopo l’annuncio della nomina, il nome di Zerbo era comparso in un reportage sugli “Swissleaksˮ pubblicata su Le Monde a proposito di conti milionari in Svizzera a disposizione della diocesi. La sua presenza a Roma sembra indicare che l’inchiesta interna ha chiarito la sua posizione.

     

    Omella è un parroco con esperienza di missionario in Africa nello stile dei padri bianchi, impegnato nelle organizzazioni solidali ma anche con forte esperienza di governo con molti anni alla guida di importanti diocesi spagnole. Arborelius, uomo di dialogo, è il primo vescovo cattolico di origine svedese dai tempi della riforma luterana e primo cardinale dei Paesi nordici europei. Ling Mangkhanekhoun, ordinato sacerdote in un campo profughi, nel pieno della guerriglia che insanguinava il suo Laos, è stato a lungo prigioniero: Francesco lo aveva incontrato lo scorso gennaio rimanendo commosso dai suoi racconti e dalla sua fede profonda, priva di sentimenti di rivalsa e di recriminazione come in ogni vera esperienza di martirio. Rosa Chavez è stato amico e stretto collaboratore del vescovo beato e martire Oscar Arnulfo Romero: è la prima volta che un ausiliare ancora in carica viene creato cardinale.

     

    Il discorso iniziale di ringraziamento al Papa non è stato fatto dal primo della lista dei nuovi porporati Zerbo, ma dallo spagnolo Omella, che a nome di tutti ha detto: «A differenza dei pregi mondani, nella Chiesa non ci sono altri titoli di quelli che segnano il cammino di un servizio più solerte ed impegnato per l’annuncio del Vangelo e il riscatto nel nome del Signore di tutti, soprattutto dei più bisognosi... Non vogliamo essere una Chiesa autoreferenziale. Vogliamo essere - ha aggiunto - una Chiesa pellegrina per le strade del mondo alla ricerca di tutti».

     

    Papa Bergoglio ha iniziato l’omelia partendo dalle parole del Vangelo appena proclamato, che descrivono Gesù mentre cammina davanti ai discepoli e va verso Gerusalemme, cioè verso la sua Passione e morte. Ma tra il cuore di Gesù - ha spiegato Francesco - e i suoi seguaci, «c’è una distanza, che solo lo Spirito Santo potrà colmare». Essi infatti sono «distratti da interessi non coerenti con la “direzione” di Gesù, con la sua volontà che è un tutt’uno con la volontà del Padre. Ad esempio – abbiamo sentito – i due fratelli Giacomo e Giovanni pensano a come sarebbe bello sedere alla destra e alla sinistra del re d’Israele. Non guardano la realtà! Credono di vedere e non vedono, di sapere e non sanno, di capire meglio degli altri e non capiscono…».

     

    La realtà invece, ha continuato il Pontefice, è tutt’altra, «è quella che Gesù ha presente e che guida i suoi passi. La realtà è la croce, è il peccato del mondo che Lui è venuto a prendere su di sé e sradicare dalla terra degli uomini e delle donne. La realtà sono gli innocenti che soffrono e muoiono per le guerre e il terrorismo; sono le schiavitù che non cessano di negare la dignità anche nell’epoca dei diritti umani; la realtà è quella di campi profughi che a volte assomigliano più a un inferno che a un purgatorio; la realtà è lo scarto sistematico di tutto ciò che non serve più, comprese le persone».

     

    È questo, ha sottolineato il Papa, che «Gesù vede, mentre cammina verso Gerusalemme. Durante la sua vita pubblica Egli ha manifestato la tenerezza del Padre, risanando tutti quelli che erano sotto il potere del maligno. Adesso sa che è venuto il momento di andare a fondo, di strappare la radice del male, e per questo va risolutamente verso la croce».

     

    Francesco ha ricordato ai nuovi cardinali: «Gesù “cammina davanti a voi” e vi chiede di seguirlo decisamente sulla sua via. Vi chiama a guardare la realtà, a non lasciarvi distrarre da altri interessi, da altre prospettive. Lui non vi ha chiamati a diventare “prìncipi” nella Chiesa, a “sedere alla sua destra o alla sua sinistra”. Vi chiama a servire come Lui e con Lui. A servire il Padre e i fratelli. Vi chiama ad affrontare con il suo stesso atteggiamento il peccato del mondo e le sue conseguenze nell’umanità di oggi. Seguendo Lui, anche voi camminate davanti al popolo santo di Dio, tenendo fisso lo sguardo alla croce e alla risurrezione del Signore».

     

    Insieme al “biretum rubrumˮ, il classico tricorno color porpora, e all’anello cardinalizio, i cinque nuovi porporati hanno ricevuto anche la pergamena con il “titoloˮ, cioè l’assegnazione di una chiesa della diocesi di Roma, della quale orano entrano a far parte. Zerbo ha avuto quello della parrocchia di Sant’Antonio da Padova sulla Tuscolana; Omella quella della basilica di Santa Croce in Gerusalemme (la chiesa dove sono custodite le reliquie ritrovare da sant’Elena, la madre di Costantino, durante le sue ricerche in Terra Santa); Arborelius il titolo di Santa Maria degli Angeli; Ling Mangkhanekhoun quello di San Silvestro in Capite; infine Rosa Chavez quello del Santissimo Sacramento a Tor de’ Schiavi. Al termine della celebrazione del concistoro, Papa Francesco e i nuovi cardinali - come già era accaduto all’ultimo concistoro celebrato l’anno scorso - si sono recati al monastero “Mater Ecclesiaeˮ per incontrare l’emerito Benedetto XVI.

    Andrea Tornielli (VaticanInsider)
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    Dallo spazio un aiuto per conservare gli antichi testi del Vaticano

    Dallo spazio un aiuto per conservare gli antichi testi del Vaticano

    Presentati i primi risultati del progetto di digitalizzazione di manoscritti della Biblioteca Apostolica, grazie alla collaborazione con l’Agenzia Spaziale Europea.

    Il Vaticano chiede “aiuto” alle missioni spaziali per la conservazione del patrimonio culturale del pianeta attraverso la digitalizzazione di antichi manoscritti e codici. I due campi del sapere uniscono gli sforzi grazie alla collaborazione nata cinque anni fa tra l’Agenzia Spaziale Europea (Esa) e la Biblioteca Apostolica Vaticana, che, fondata nel 1475, è una delle più antiche istitutizioni del pianeta.

    Obiettivo del progetto - i cui primi risultati sono stati presentati pochi giorni fa in Vaticano - «è digitalizzare gli 82mila manoscritti vaticani», come ha spiegato il prefetto della Biblioteca Apostolica, Cesare Pasini. Alcuni di questi risalgono anche a 1.800 anni fa e sono circa 1,6 milioni i documenti stampati. «Al momento siamo a circa il 15% del totale», ha informato Pasini.

     

    «Abbiamo cominciato la digitalizzazione già da anni e stiamo collaborando con diversi Paesi», ha sottolineato invece l’arcivescovo Jean Louis Brugues bibliotecario e archivista della Biblioteca Apostolica vaticana. Digitalizzare tutto il materiale, spiega, è utile e necessario «sia per conservare meglio i nostri tesori sia per renderli fruibili anche a distanza al nostro pubblico, “democratizzando” le procedure burocratiche».

     

    I costi, però, «sono davvero enormi»: «Stiamo cercando sponsor, dal Giappone agli Usa alla Germania, perché la Santa Sede non ha la possibilità di sostenere questo sforzo economico», spiega il prelato. «La nostra istituzione ha sempre manifestato un interesse molto forte per l’aspetto scientifico della vita umana, penso ad esempio al fondo per l’astronomia o alla sala Gregoriana della torre dei venti dove è stato corretto il calendario internazionale. Con l’Esa stiamo scambiando dati e tecniche, prefigurando un ruolo più forte in futuro».

     

     

    Da parte sua Josef Aschbacher, direttore del centro Esa per l’Osservazione della Terra Esrin di Frascati, afferma che la collaborazione con il Vaticano è «davvero molto importante e interessante». «Come noi dell’Esa, la Santa Sede ha il problema di possedere una grande mole di documenti e di scritture da digitalizzare e aprire a tutto il mondo: così, abbiamo applicato una tecnologia spaziale che noi già usiamo per l’osservazione della Terra e dell’Universo, lavorando insieme con costi davvero ridotti al minimo».

     

    Più nel dettaglio, ha riferito Aschbacher, «il progetto facilita la conservazione e l’accesso futuro alle antiche collezioni della Biblioteca Vaticana grazie a un software sviluppato negli anni 70 da Nasa ed Esa per archiviare la grande mole di dati raccolta dalle missioni spaziali».

     

    Basti pensare che solo i satelliti del progetto Copernicus per il monitoraggio della Terra, ha spiegato Simonetta Cheli, una delle responsabili della collaborazione, «a partire dal 2014 hanno prodotto 53 petabyte di dati, all’incirca quelli prodotti ogni giorno da Facebook». Grazie ai progressi nella tecnologia di archiviazione dei dati, spiegano gli esperti dell’Esa, è possibile conservare a lungo termine le immagini in formato elettronico. «Le istruzioni per leggere e decodificare i dati archiviati sono contenute negli stessi file digitalizzati - ha aggiunto Cheli - in modo da permettere anche in futuro di accedere alle informazioni».

    VaticanInsider
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    Così in Ciad dialoghiamo con i musulmani, all'ombra di Boko Haram

    Padre Luca Bel Bo, missionario in Ciad fino a fine maggio (poi rientrerà in Europa per studi), ci ha inviato questa testimonianza in cui descrive sommariamente il pericolo di Boko Haram nella sua zona, ma soprattutto racconta i suoi rapporti con la comunità musulmana.

    Pime.org - 25 marzo 2015

    Padre Luca Bel Bo, missionario in Ciad fino a fine maggio (poi rientrerà in Europa per studi), ci ha inviato questa testimonianza in cui descrive sommariamente il pericolo di Boko Haram nella sua zona, ma soprattutto racconta i suoi rapporti con la comunità musulmana. Ci pare un racconto di grande interesse perché, al di là dei facili schematismi dei media, ancora una volta si può osservare come la forza del dialogo e della fiducia reciproca possono prevalere sulla diffidenza e la paura dell’altro.

     

    Anche il Ciad non è immune dalla furia di Boko Haram. In passato sembrava quasi che ci fosse un tacito consenso: “voi non attaccate e noi vi lasciamo in pace!”.

    Poi, a metà gennaio Boko Haram ha attaccato la città di Baga, in Nigeria, al confine col Ciad, provocando 2000 morti. Ma pochi hanno detto che i Boko Haram erano interessati alla base militare che c’è in questa città e che controlla dei giacimenti di petrolio, pochi hanno detto o ricordato che qualche mese prima i Boko Haram avevano tagliato la testa a una quarattina di commercianti di pesce e di pescatori di questa cittadina perché non volevano vendergli il pesce a un prezzo stracciato; pochi hanno detto che è una zona sorvegliata dagli Usa  a causa di questi giacimenti di petrolio.

    La perdita di questa base militare non è piaciuta al presidente ciadiano Idriss Deby, che attaccato i Boko Haram; nel discorso ufficiale fatto alla nazione per giustificare l’entrata in guerra contro gli islamisti ha detto chiaramente che il fine era di riprendersi la base militare perduta. Da quel momento i controlli dei soldati ciadiani della polizia segreta e di tutte le forze armate sono diventati rigidi e evidenti; posti di blocco sono stati istituiti all’entrata dei centri abitati più significativi. Per qualche tempo è stato persino introdotto il coprifuoco dopo le 21.

    Il sindaco di una cittadina vicina alla missione di recente ha riunito i capi religiosi per dire che ci sono notizie di un gruppo simpatizzante dei Boko Haram nei dintorni (il nome in arabo di questo gruppo significherebbe “la rinascita” o “la ripresa”); ha esortato quindi ad essere vigilanti e a segnalare alle forze dell’ordine tutti gli stranieri che sono presenti in città. Ma a parte queste notizie, la vita qui continua come sempre, non ci sono tensioni o eccessiva preoccupazione.

    La nostra relazione con i musulmani è buona; io ho un ottimo rapporto con il grande iman e con gli altri iman e musulmani: sia quelli fulbé (un etnia molto moderata e per natura aperta al dialogo, sono d’altra parte la maggioranza) e sia gli arabi del nord, più integralisti (se vogliamo definirli così) ma, che non vogliono avere nulla a che fare con i Boko Haram e il Califfato!

    Le visite di cortesia si fanno con estrema semplicità; dopo alcuni anni, ultimamente con l’iman e con il Consiglio degli affari islamici (di cui sono “membro amico”) riusciamo a condividere e a trattare anche aspetti del nostro credo più profondo, della storia della salvezza dei profeti, dell’insegnamento di Maometto e di Gesù.

    Non c’è competizione in questo, ma scambio di idee e di notizie. È vero: a volte mi chiedono perché non mi faccio musulmano (poiché dicono che sono davvero un uomo di Dio), io controbatto dicendo che potrei loro chiedere perché non si fanno cristiani, visto che anch’essi sono uomini di Dio! Solitamente concludiamo che Dio - essendo “il Grande, e il più Grande, il Misericordioso, Il Creatore, Colui che tutto può e che tutto dirige” - ha deciso che esprimiamo la nostra fede in Lui, la nostra sottomissione e la nostra amicizia in Lui, in modi differenti, affinché vivendo assieme l’uno accanto all’altro (cristiani e musulmani) possiamo esprimere davvero la sua grandezza e la sua bellezza, cercando di comprenderlo un po’ di più, e realizzando quel suo sogno di essere in ogni uomo e per ogni uomo l’unico Dio.

    Lo so che non è un discorso teologico tanto valido, e che forse sono al limite del dialogo interreligioso, ma non saprei in quale altro modo giustificare il nostro incontrarsi, cercare di convivere assieme, in pace e nel rispetto la nostra fede, che resta - per ciascuno di noi - la cosa importante.

    Una volta all’anno invito l’iman e il comitato islamico in sacrestia per una cena o un pranzo amicale; è un’occasione anche per invitare i responsabili delle comunità cristiane per uno scambio di conoscenza e rinforzare la nostra amicizia. Di questa iniziativa il grande iman ne va davvero contento, infatti quando può invita a sua volta degli altri grandi iman a partecipare a questo momento di convivialità, semplice e spontanea, dove preghiamo e mangiamo.

    In occasione delle grandi feste musulmane, io vado a fare gli auguri all’iman e al comitato islamico, per festeggiare assieme con ricchi piatti di montone e riso e dolci vari, e soprattutto vogliono che vada con loro dalle autorità amministrative e militari per auguragli la buona festa; sempre vogliono che dica due parole alle autorità sul nostro essere assieme. Questo è sempre apprezzato da tutti e contribuisce a rendere la festa veramente occasione di pace e di gioia.

    Certo ci sono anche altri musulmani, quelli più integralisti, (che provengono dal nord e che parlano malapena francese). Con loro le relazioni sono state all’inizio più difficili, ho dovuto usare un’altra tecnica. Essendo tutti dei grandi commercianti o avendo dei ristorantini, ho iniziato a fare i miei acquisti e a prendere qualcosa da mangiare da loro. Un po’ alla volta si è iniziato a parlare, del più e del meno. Poi c’è stata la fase della “provocazione” (con frasi tipo: “il cristianesimo è una religione non vera, voi preti non siete sposati quindi non siete uomini di Dio, bisogna che divieni musulmano, Allah è l’unico”….); ad esse rispondevo con toni amicali, scherzosi. Passata questa fase si è arrivati alla fase dell’amicizia e dello scambio, anche con loro, ma con molta più cautela e delicatezza si discute del nostro credo. Una cosa bella cui assistiamo è che anche loro cominciano a ridere un po’ sui discorsi religiosi (segno di una riflessione che inizia). Certo, non si va lontano con i discorsi, ma per aprire una finestra non ci vogliono d’altra parte molti movimenti!  Ogni tanto si ritorna alla fase della provocazione e allora la risposta da parte mia diventa un po’ più impegnativa, ma senza troppo spingere, poiché bisogna lasciare all’interlocutore il suo spazio di respiro e non “scombussolarlo” troppo, solo quel tanto che basta per fare piccoli movimenti per decidere di aprire la finestra. Se riuscirà ad aprire la finestra sarà una sua conquista, e quello che vedrà dall’altra parte sarà “un affare tra lui e Dio”.

    Concludo con un piccolo aneddoto, che mi è successo poco tempo fa. Sono andato a salutare un Allaji che ritornava per l’ennesima volta dall’Arabia Saudita, e ogni volta che ritorna è sempre più duro e “fondamentalista”, ma il ricordo della nostra amicizia e delle belle relazioni lo mette sempre un po’ in discussione. Dopo aver parlato un po’, pensando di fargli piacere gli ho detto che tra due mesi andrò a studiare l’arabo e il Corano! Lui subito è diventato pensieroso, e mi ha chiesto: “è per diventare musulmano?”. Io gli ho risposto “No, è solo per studiare il corano” e allora lui mi ha risposto che questo non era possibile perché solo i musulmani possano toccare con le mani (dopo di essersi lavati) il santo Corano! Ero in imbarazzo, non sapevo come uscirne… Poi ho notato che il mio interlocutore aveva in mano un cellulare ultimo modello della Samsung… Allora gli ho risposto con tono scherzoso, “ Ma Alaji Mussa, siamo nel 2015, il Corano lo proiettano sul muro e ce lo insegnano senza doverlo toccare!”. Subito ha fatto un respiro di sollievo e ha detto “Se è così non c’è problema… buono studio!”.

    E la discussone è finita lì.

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    Auguri di Natale dalla Siria

    Auguri di Natale dalla Siria

    Nelle parole di mons. Antoine Audo vescovo caldeo di Aleppo la situazione nel nord- est che i militari USA stanno per lasciare e gli auguri per il prossimo Natale.

    "La lotta all'Isis non è finita in Siria, ma siamo sicuri che il ritiro dei soldati Usa dal nord - est sia il segno di una nuova fase, l'inizio della fine della guerra": sono le parole con cui mons. Antoine Audo vescovo caldeo di Aleppo ed ex presidente Caritas Siria, spiega i sentimenti del popolo siriano di fronte alla decisione del presidente Donald Trump di portare via dal Paese, entro trenta giorni, circa duemila soldati.

    Il motivo arriva da twitter: "Abbiamo sconfitto l'Isis" scrive Trump "per la mia presidenza l'unica ragione per essere lì". Non poche le critiche giunte in primis da Israele ma anche dallo stesso Pentagono che, insistendo sulla lotta agli estremisti islamici, starebbe cercando di dissuadere il presidente con la carta del" tradimento" delle milizie alleate curde a rischio ora di una offensiva turca. Diversa la reazione della Russia che invece parla della scelta USA come di un viatico per una "reale prospettiva di accordo politico".

    In cammino verso la pace definitiva

    "Per noi siriani l'impressione generale in questo momento è di aver intrapreso un cammino verso la fine della guerra nonostante la presenza ancora di gruppi armati" e il ritiro dei soldati statunitensi andrebbe in questa direzione. Nelle parole del vescovo caldeo di Aleppo non prevale dunque il timore. Visitando nei giorni scorsi proprio le popolazioni del nord-est mons. Audo testimonia la cessazione nell'area delle violenze più forti e di una volontà dei curdi, in particolare, di puntare alla presenza dello Stato siriano e non di "uno Stato autonomo". Il presule parla di soluzioni temporanee e rilancia che oggi occorre trovare una soluzione definitiva, "un accordo tra russi e americani per tutta la Regione".

    Leggi gli auguri di mons. Audo per questo Natale.
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    La Commissione di bioetica della CVS esprime preoccupazione per le misure sull’adozione

    La Commissione di bioetica della CVS esprime preoccupazione per le misure sull’adozione

    La Commissione di bioetica della Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) ha reagito a due annunci del Consiglio federale: il divieto di adozione internazionale e la legalizzazione della donazione di ovuli.

    La Commissione di bioetica della Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) ha reagito a due decisioni del Consiglio federale: il divieto dell’adozione internazionale e la legalizzazione della donazione di ovociti. La Commissione ritiene che, in entrambi i casi, il bene del bambino dovrebbe prevalere sul desiderio di avere un figlio.

    Entro la fine del 2026, l’adozione internazionale sarà vietata in Svizzera, ha annunciato il Consiglio federale alla fine di gennaio 2025. Una decisione presa a causa dei numerosi casi di abusi in questo ambito e della difficoltà, per la Svizzera, di attuare misure di protezione sicure per i bambini adottati.

    Una seconda decisione importante riguarda l’elaborazione di una legge che autorizzi la donazione di ovuli, attraverso modifiche alla legge sulla procreazione medicalmente assistita (LPMA). Si intende allentare la regola attualmente in vigore nella fecondazione in vitro, che fissa a dodici il numero massimo di embrioni sviluppabili per ciclo di trattamento. «Così facendo – deplora la Commissione di bioetica della CVS in un comunicato del 19 marzo 2025 – si sacrifica una misura importante di protezione dell’embrione».

    Messaggi contraddittori

    Gli esperti in etica dei vescovi svizzeri chiedono innanzitutto di riconoscere che l’adozione internazionale rappresenta un gesto di protezione dell’infanzia che in passato ha salvato migliaia di bambini, sottraendoli a condizioni di vita insostenibili. «Rimettere al centro delle preoccupazioni l’interesse del bambino – affermano – non significa vietare l’adozione internazionale, ma piuttosto raddoppiare gli sforzi per garantire, a tutti i livelli, che le procedure siano controllate, sia in Svizzera che all’estero».

    Per la Commissione, «il messaggio che il Consiglio federale trasmette con queste due decisioni riguardanti la fondazione di una famiglia è contraddittorio: nel caso del divieto dell’adozione internazionale, prevale il diritto del bambino a conoscere le proprie origini sul desiderio dei futuri genitori adottivi di offrire una casa a un bambino bisognoso; nel caso della legalizzazione della donazione di ovuli e degli altri allentamenti della LPMA ad essa collegati, prevale il desiderio dei genitori, non solo sulla protezione della donatrice e del nascituro, ma anche sulla vita dei numerosi embrioni sacrificati per aumentare le probabilità di successo della tecnica di procreazione».

    «Solo l’adozione permette di difendere il diritto del bambino a una famiglia»

    «Il diritto di conoscere le proprie origini viene sbandierato come motivo sufficiente per vietare l’adozione – prosegue la Commissione – mentre la revisione della LPMA creerà da zero e a migliaia situazioni in cui il bambino avrà sì accesso ai dati dei suoi genitori biologici, per non ostacolare la costruzione della sua personalità, ma solo dopo la maggiore età (quando buona parte della sua personalità sarà presumibilmente già formata)».

    La Commissione di bioetica invita quindi il Consiglio federale a riconsiderare la propria decisione, sostenendo che «il desiderio di avere un figlio espresso dalle coppie dovrebbe applicarsi in entrambi i casi. Ora, solo l’adozione – se le si concedono gli strumenti di controllo necessari – permette di difendere il diritto del bambino ad avere una famiglia, senza sacrificare numerosi bambini non ancora nati, anch’essi degni di protezione!»
    (cath.ch/com/rz/traduzione catt.ch)

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    Ministero del catechista: nel 2020 ACS ne ha sostenuti 18.389 in tutto il mondo

    Con il Motu proprio Antiquum ministerium Papa Francesco ha istituito il ministero del catechista, figura che da sempre sostiene lo sforzo di evangelizzazione della Chiesa.

    Con il Motu proprio Antiquum ministerium Papa Francesco ha istituito il ministero del catechista, figura che da sempre sostiene lo sforzo di evangelizzazione della Chiesa. I benefattori della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) manifestano una costante sensibilità nei confronti dei catechisti impegnati nelle terre di missione, specie quando l’evangelizzazione si scontra con la persecuzione in odio alla fede o con le difficoltà causate dalla povertà, spesso estrema.

    I numeri sono eloquenti. ACS nel solo 2020 ha infatti finanziato progetti per sostenere l’attività di 18.389 catechisti e laici impegnati nella pastorale, in particolare: 9.644 in Asia, 5.660 in Africa, 2.111 in America Latina, 524 nell’Europa centrale e orientale, 450 nel Medio Oriente. La fondazione, nello stesso 2020, ha inoltre finanziato 20 progetti per la fornitura di materiale catechetico e pastorale e 35 programmi di formazione per catechisti in 18 nazioni, tra le quali Pakistan, Etiopia  e Ucraina.

    Per dare un volto e una fisionomia ai 18.389 catechisti sostenuti da ACS nel 2020 citiamo solo due storie. La prima è quella di John Joseph Gasi. La guerra civile in Sud Sudan gli ha strappato la famiglia, la casa e le radici. «Mio padre, mia sorella e mio fratello sono stati uccisi. Tutto è avvenuto nell’arco di pochi minuti», racconta in un colloquio con la fondazione pontificia. John è fuggito in Uganda insieme a un milione di altri rifugiati, gran parte dei quali ha ferite interiori profonde, in particolare quanti tra di loro sono stati impiegati come bambini soldato. «Molti di loro erano colmi di odio e di pensieri di vendetta. Ho parlato loro del perdono», spiega il giovane, compiendo un gesto considerato da molti ingenuo e senza speranza. Lo scetticismo diffuso non lo ha tuttavia paralizzato perché, pur avendo perso tutto, ha conservato la fede. Per questo motivo ha deciso di formarsi per diventare catechista e i benefattori di ACS hanno finanziato la sua formazione. Il Centro Emmaus, con sede vicino Kampala, la capitale ugandese, insegna a giovani come John Joseph Gasi a curare le ferite dei compatrioti. «Ora sono un soldato di Gesù. Combatto per far tornare le anime a Dio», spiega il giovane, che insieme ad altri catechisti ha appreso anche i fondamenti della psicologia per aiutare i rifugiati che hanno ceduto all’alcolismo. «Ringrazio ACS per il suo sostegno. Ora posso portare speranza e amore alla mia gente» conclude John Joseph Gasi. 
     
    Un’altra storia significativa è quella di Santos Tai Gatluk, nato nel 1986, anche lui in fuga dal conflitto del Sud Sudan e rifugiato in Uganda. «Ora vivo a Bidibidi. Sono stato chiamato a dare aiuto con il catechismo della Chiesa». Nel 2019, racconta ad ACS, «sono venuto al Centro Emmaus. Era quando ACS sosteneva un corso di formazione per noi». È stata «una grande esperienza», grazie alla quale ora contribuisce a sanare le ferite interiori dei suoi compatrioti oppressi dalle tragiche conseguenze della guerra.

    La fondazione Pontificia

    «Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN)» è un’organizzazione cattolica internazionale di diritto pontificio fondata nel 1947 con il nome di “Aiuto al clero dell’Est” (Ostpriesterhilfe). Attraverso la preghiera, l'informazione e l'azione, ACN sostiene i cristiani perseguitati, discriminati e bisognosi in circa 140 Paesi del mondo. I suoi progetti vengono finanziati esclusivamente da privati. L'organizzazione è raccomandata per le donazioni dalla Conferenza dei vescovi svizzeri. www.aiuto-chiesa-che-soffre.ch

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    Papa Francesco:

    Papa Francesco: "per i miei 10 anni regalatemi la pace"

    Nel decennale della sua elezione, papa Francesco si racconta in un podcast, anzi in un "popecast".

    “La prima parola che mi viene è che sembra ieri…”

    Santa Marta, tardo pomeriggio. Non è una intervista, sono già tante quelle relative a questo evento. Sono pensieri che riannodano il filo di un periodo ecclesiale intenso, il suo pontificato. Dieci anni: vissuti in “tensione”, dice, in un tempo che è superiore allo spazio e che ha visto avvicendarsi incontri, viaggi, volti.

    Francesco attende in piedi, alla porta, reggendosi al bastone. Sorride davanti al microfono con il logo dei media vaticani e chiede: “Un podcast? Cos’è?”. “Bello, facciamolo”, è la reazione dopo la spiegazione. Quindi la domanda: cosa sente di condividere con il mondo in occasione di questo traguardo per la sua vita e il suo ministero?

    Il tempo è pressuroso… va di fretta. E quando tu vuoi cogliere l’oggi, è già ieri. Vivere così è una novità. Questi dieci anni sono stati così: una tensione, vivere in tensione

    Delle migliaia di udienze, delle centinaia di visite in Diocesi e parrocchie e dei quaranta viaggi apostolici in ogni angolo del globo, il Papa conserva nel cuore un ricordo preciso. Lo identifica come “il momento più bello”: “L’incontro in piazza San Pietro con i vecchi”, l’udienza, cioè, con i nonni di tutto il mondo del 28 settembre 2014.

    I vecchi sono saggezza e mi aiutano tanto. Anche io sono vecchio, no?

    Di momenti brutti invece ce ne sono stati diversi e tutti legati all’orrore della guerra. Prima le visite nei cimiteri militari di Redipuglia ed Anzio, la commemorazione dello sbarco in Normandia, poi la veglia per scongiurare la guerra in Siria e ora la barbarie che si vive da oltre un anno in Ucraina. “Dietro le guerre c’è l’industria delle armi, questo è diabolico”, afferma Francesco.

    Non si aspettava lui, vescovo venuto dalla fine del mondo, di essere il Papa che guidava la Chiesa universale nel tempo della Terza guerra mondiale: "Non lo aspettavo... Pensavo che la Siria fosse una cosa singolare, poi sono arrivate le altre".

    Mi fa soffrire vedere i morti, ragazzi - sia russi che ucraini, non mi interessa - che non tornano. È dura

    Jorge Mario Bergoglio non ha dubbi, quindi, su cosa chiedere al mondo come regalo per questo importante anniversario: “La pace, ci vuole la pace”. 

    Da qui, tre parole che corrispondono ai "tre sogni del Papa" per la Chiesa, per il mondo e per chi il mondo lo governa, per l'umanità:

    Fratellanza, pianto, sorriso...

    Il podcast "Popecast" è disponibile sulla piattaforma Spotify

    Vatican news/red

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    Un momento della Santa Messa in suffragio di Mons. Vitalini.
© Ti-Press / Curia Vescovile / Pablo Gianinazzi

    Lugano: la gratitudine a Dio di tutta una Chiesa locale per don Sandro Vitalini

    Martedì 22 settembre in Cattedrale con i vescovi Valerio e Pier Giacomo una celebrazione solenne con laici, presbiteri, religiosi e religiose alla memoria del prete e teologo ticinese scomparso il 5 maggio 2020.

    A causa delle restrizioni dovute alla pandemia - ha sottolineato il vescovo di Lugano Valerio Lazzeri, aprendo la celebrazione di martedì 22 settembre in Cattedrale a Lugano e nel corso dell’omelia - solo in pochi abbiamo potuto salutare Don Sandro al momento del compimento della sua parabola terrena”. Per questo “era giusto dare l’occasione di celebrare un’Eucaristia di commiato con lui e per lui ai molti che sono stati raggiunti dalla fecondità del suo ministero”. La presenza di diversi concelebranti, fra i quali il vescovo emerito di Lugano Pier Giacomo Grampa e i Canonici del Capitolo, come pure di altrettanti fedeli, è stata la risposta riconoscente al presbitero e teologo ticinese scomparso nel maggio scorso, durante la pandemia.

     “Mia madre e i miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica”. Ancorandosi a questo passaggio evangelico proposto dalla liturgia, mons. Lazzeri ha subito ripercorso, con riconoscenza ed affetto, il cammino generoso e fedele di don Sandro nella Chiesa in Ticino: “Mi pare bello che sia questa affermazione a risuonare fra noi, mentre siamo qui per onorare la memoria di un presbitero, a cui come diocesi a  diversi titoli dobbiamo molto, per i doni d’intelligenza e di bontà ricevuti dal Signore e da lui distribuiti a piene mani, come uomo e presbitero, come padre spirituale e professore di teologia, come Rettore del Seminario e guida di pellegrinaggi, come Provicario generale e Canonico,  e come tanto apprezzato predicatore e divulgatore dell’annuncio cristiano, sui giornali e attraverso la radio e la televisione”. Mons. Lazzeri, ha ricordato che “ascoltare la Parola di Dio e metterla in pratica è stato l’obiettivo di fondo perseguito con più costanza da Don Sandro, a livello di conversione personale, ma anche di predicazione e di impegno pastorale”. Il vescovo ne ha precisato con chiarezza la significativa missione, sottolineando che “quando si trattava di misericordia, di perdono, d’impegno per la pace e la giustizia, di proclamazione della speranza cristiana, il registro preferito da Don Sandro era quello che chiamerei dell’esagerazione pedagogica”. Infatti “amava mettere i suoi ascoltatori, facendoli anche sussultare, a contatto con le angustie che inconsapevolmente abitano gli esseri umani”, nella prospettiva pastorale di rendere tutti “meno timidi nel fare spazio alla novità inesauribile del Vangelo di Dio in Gesù di Nazaret”. Ricollegandosi quindi al Libro dei Proverbi, da cui era stata tolta la prima lettura, mons. Lazzeri ha sottolineato che il cuore di Don Sandro era diventato “un corso d’acqua in mano al Signore” che “lo dirige dove egli vuole”. Un cuore accogliente e generoso come “un fiume in piena nell’esercizio della parola”. Il vescovo ha concluso l’omelia sottolineando che “ci mancherà tanto la sua capacità di affetto debordante, di riconoscenza per tutti, di bontà senza limiti per i poveri, i malati, gli sfruttati, i più sfortunati e deboli”. Per questo, ha proseguito, “con immensa gratitudine lo affidiamo al Signore, confidando in quel legame di famiglia spirituale che la morte non può dissolvere”.

    Alla Comunione il bravo organista Antonio Bonvicini ha eseguito il corale di Bach, “Jesu meine Freude”, come al preciso desiderio di Don Sandro che, come precisato dal Vescovo, aveva esplicitamente chiesto l’esecuzione di questo “Inno alla gioia” ai suoi funerali. La gioia infinita ora lo inonda in pienezza nella Vita di luce e di amore, da lui testimoniata con sincerità ed attesa con viva speranza, come aveva scritto il 2 novembre 2012, nel suo testamento spirituale: “Come prete e docente di Teologia ho vissuto in tensione verso la visione. Il desiderio è cresciuto e si è acuito con gli anni. Il Paradiso non è solo atteso, ma anche pregustato quaggiù nello spirito d’amore, di gioia, di pace. Più si gusta l’anticipo e più si tende alla pienezza”.

    La sua limpida testimonianza, il suo insegnamento, la sua parola luminosa di Vangelo, rimangono nel cuore di molti, come un continuo e prezioso dono di un presbitero tanto buono, generoso e fedele.

    A questo link il testo completo dell'omelia del vescovo Lazzeri.

    • Lugano: Santa Messa in suffragio di Mons. Vitalini. © Ti-Press / Curia Vescovile / Pablo Gianinazzi

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    Kerala, è crisi umanitaria. Raccolta fondi della Catena della Solidarietà

    Kerala, è crisi umanitaria. Raccolta fondi della Catena della Solidarietà

    Il bilancio delle vittime dell’alluvione è arrivato a 370 morti accertati. Più di 724mila persone sono sfollate in campi di fortuna.

    In Kerala è crisi umanitaria: mentre si aggrava di ora in ora il bilancio delle vittime della peggiore alluvione degli ultimi 100 anni, arrivate a 370 durante il weekend appena trascorso. Fra i quasi 800mila sfollati si teme la diffusione di epidemie. Per questo il card. Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai e presidente della Conferenza episcopale indiana (Cbci), ha lanciato un appello urgente a tutti i cattolici, ai vescovi e alle comunità locali, a unirsi in solidarietà con Caritas India, che opera attraverso squadre di soccorso in tutto lo Stato indiano.

    Nel testo della nota si legge: “A nome di tutta la Chiesa cattolica in India, mi appello con fervore a voi, fratelli vescovi e a tutte le gerarchie ecclesiastiche, a unirvi in solidarietà e incoraggiare la comunità di fedeli, le istituzioni e le persone di buona volontà a contribuire in maniera generosa a questa crisi umanitaria ed esprimere la nostra solidarietà in questo momento cruciale”.

    Ieri durante l’Angelus domenicale papa Francesco ha rivolto una preghiera per le vittime e i sopravvissuti del disastro naturale. “Non manchi a questi fratelli – ha detto – la nostra solidarietà e il concreto sostegno della Comunità internazionale”. L’appello del pontefice segue quello diffuso la scorsa settimana dai vescovi indiani, che invitano anche “ad adottare soluzioni urgenti per preservare l’ambiente e prevenire ulteriori danni ecologici alla nostra casa comune, la Madre Terra”.

    Continua a leggere su AsiaNews.

    La Catena della Solidarietà invita dunque la popolazione svizzera a fare una donazione sul conto postale 10-15000-6 (menzione « India ») o direttamente sul sito www.bonheur.ch

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