Papa Francesco e la Chiesa Contemporanea (Storie e Testimonianze) 3
Benvenuti in questo dossier dedicato a Papa Francesco e la Chiesa Contemporanea (Storie e Testimonianze) 3.
Qui troverete una selezione curata di articoli, eventi e contenuti multimediali che esplorano questo tema da diverse prospettive.
Contenuti del dossier
Scorri la lista per scoprire tutti i contenuti collegati a questo dossier.
Contenuti del dossier
Scomparso l'avvocato cristiano contro la rimozione delle croci
«Prelevato» nella notte tra martedì e mercoledì, si teme sia stato arrestato. Aveva fornito assistenza legale ad alcune delle chiese che si sono opposte alla rimozione delle croci ordinata dal governo del Zhejiang.
«Prelevato» nella notte tra martedì e mercoledì, si teme sia stato arrestato. Aveva fornito assistenza legale ad alcune delle chiese che si sono opposte alla rimozione delle croci ordinata dal governo del Zhejiang.
Continua a leggere sul Giornale del Popolo.
Un'ultima data per il Corso di bioetica alla Facoltà di Teologia di Lugano
L'ultimo incontro, tenuto dal prof. Franco Tanzi, della Clinica Luganese Moncucco, toccherà gli aspetti legati alle cure pallative. L'appuntamento è dunque per il 22 novembre alle 19.30. Intanto con il prof. Silvio Ferrari valutiamo il successo dell'iniziativa e la possibilità di riproporne altre in futuro.
Ha preso avviso in settembre e si è protratto per l’intero semestre la nuova proposta serale della Facoltà di Teologia di Lugano: un corso di formazione alla bioetica interreligiosa e interculturale, ideato dai proff. Adriano Fabris, André-Marie Jerumanis e Silvio Ferrari. Tra i tanti temi toccati cristianesimo, islam, ebraismo e bioetica; bioetica laica; circoncisione; direttive anticipate di trattamento; donazione trapianti d'organi. L'ultimo incontro, invece, tenuto dal prof. Franco Tanzi, della Clinica Luganese Moncucco, toccherà gli aspetti legati alle cure pallative, come egli stesso ci spiega:
"Durante il mio intervento del 22 novembre alle 19.30, introdurrò l’argomento facendo una “fotografia” della nuova realtà e cioè l’invecchiamento demografico, l’incremento dell’attesa di vita e – purtroppo – l’aumento del tempo di vita “dipendente” prima della morte. Presenterò in seguito le decisioni mediche in fin di vita, sempre più frequenti, con le corrispondenti definizioni. Concluderò con la mia esperienza presentando le considerazioni etiche e l’attitudine da assumere nell’accompagnare i malati in fin di vita".Con il professor Silvio Ferrari, tra gli organizzatori scientifici del corso, facciamo invece un bilancio sull'andamento generale dell'iniziativa:
Professore, come è andato il corso in generale? I relatori hanno saputo esporre le tematiche con puntualità?
"Di solito non sono un tipo che si entusiasma troppo, ma il corso è andato davvero bene. Buon numero di partecipanti (più di 70 iscritti), tutti molto attenti e pronti a dialogare con il relatore. La composizione del pubblico è molto varia: un buon numero di persone che lavorano nelle strutture sanitarie, qualche studente della Facoltà di Teologia, qualche operatore carcerario, persone interessate ai temi della bioetica. L'impressione generale è che vi sia diffusa soddisfazione, sia tra i relatori che tra i partecipanti, per il livello del dibattito.
I relatori sono stati tutti molto chiari ed incisivi nelle loro esposizioni. In alcuni casi (come nell'incontro dedicato alla "bioetica laica") il dibattito è stato abbastanza acceso, soprattutto sul tema della libertà ed autonomia individuale. Il relatore ha insistito molto sul punto della libertà di autodeterminazione di ciascun soggetto, una parte del pubblico ha sottolineato il carattere relazionale della libertà individuale e quindi il nesso libertà-responsabilità. In altri casi il dibattito è stato più tecnico, come nell'ultimo incontro dedicato al tema delle direttive anticipate di trattamento.
Il dott. Lepori ha comparato la disciplina del Canton Ticino a quella italiana e nel far questo sono emersi una serie di problemi legati alla individuazione del soggetto che può prendere una decisione per conto di una persona che si trovi in stato di incapacità.
Prevedete altre iniziative per il futuro?
"Il buon esito del corso ci induce a riflettere se sia il caso di replicarlo (su altri temi ma sempre nell'ambito della bioetica) e più in generale se la Facoltà di Teologia debba impegnarsi maggiormente in questa attività di formazione diretta ad un pubblico esterno sui temi del pluralismo religioso e culturale. Insieme al prof. Adriano Fabris, sto valutando l'opportunità di presentare al Rettore della Facoltà un progetto di attività più organiche e strutturate in questo campo. Abbiamo anche preparato un questionario che distribuiremo alle persone che hanno partecipato al corso per raccogliere le loro impressioni ed i loro suggerimenti"."Il professor Tanzi (che ha assistito a tutti gli incontri del corso) terrà l'ultima lezione sulle cure palliative e l'accompagnamento al fine vita. E' un tema che è già emerso ripetutamente negli incontri che si sono svolti fino ad ora. Il problema di garantire alle persone affette da malattie incurabili la migliore qualità di vita possibile in relazione alla loro condizione è divenuto sempre più importante con il progresso della medicina, che consente di prolungare la vita di un malato inguaribile anche per un periodo di tempo considerevole. E' una questione che tocca la dignità della persona e gli interrogativi sul significato dell'espressione "vita degna di essere vissuta" e in certa misura le cure palliative rappresentano la risposta più concreta alla scelta di ricorrere al suicidio assistito. Credo quindi che il tema susciterà molto interesse".
“The Mystery Man”, la Sindone in 3D sarà in Italia a Chioggia
Dopo il successo di pubblico in Spagna, approda nella città veneta l’esposizione che dal 31 luglio al gennaio prossimo permetterà di vedere la scultura iperrealistica tridimensionale ricavata dall’immagine custodita dal telo sindonico.
Da quando fu rinvenuta secoli fa, uscita da un oblio storico durante il quale era scampata a pericoli e passaggi di mano, la Sindone ha rappresentato e tuttora costituisce un enigma insuperabile per le possibilità della scienza, nonostante ciclici approcci offerti da mezzi investigativi e tecnologici sempre più sofisticati. Ma da circa un anno quell’impronta indecifrabile dell’Uomo ucciso dopo torture disumane incredibilmente simili a quelle patite da Gesù è “uscita” per così dire dai limiti bidimensionali del telo di lino che la conserva per diventare un volto e un corpo tridimensionali. È questo il risultato prodotto da ArtisSplendore, la società italospagnola autrice di The Mystery Man, la mostra che ha il suo culmine nella scultura iperrealistica che riproduce in 3D l’immagine dell’Uomo sindonico, con un dettaglio accurato e insieme impressionante del complesso delle ferite inferte lungo tutto il corpo.
Lenzuolo che interroga le coscienze
Ospite dall’ottobre scorso nella cattedrale di Salamanca, dov’è stata visitata da 120 mila persone, The Mystery Man si appresta a spostarsi in Italia, a Chioggia, dal 31 luglio al 7 gennaio prossimo. La mostra – che vede Radio Vaticana Vatican News e L’Osservatore Romano come media partner – è stata presentata stamattina nella città lagunare dal sindaco Mauro Armelao, con la partecipazione fra gli altri del vescovo Giampaolo Dianin e di Francisco Moya, ceo di Artisplendore. Armelao, introducendo la conferenza stampa, ha definito l'evento "uno straordinario incontro di arte, scienza, storia e iconografia religiosa", mentre monsignor Dianin si è soffermato sulla "provocazione" della Sindone, un “un lenzuolo che interroga chi crede e anche chi non crede” e che racconta la crudeltà di cui è capace l’uomo. Una sottolineatura è stata fatta anche sulla storica chiesa di san Domenico a Chioggia, al cui interno verrà allestita la mostra, particolarmente appropriata, ha detto il presule, perché custodisce “un altro mistero”, quello rappresentato dall'antico e monumentale crocifisso celebre per il suo “doppio sguardo”, che se a seconda si osservi dal basso il crocifisso dal lato destro o sinistro esprime l’agonia di Gesù oppure la serenità della sua morte che attende la Resurrezione.
Una mostra itinerante
Nei prossimi giorni la mostra verrà allestita secondo un percorso immersivo in sei tappe, che aiutano il visitatore a contestualizzare la figura di Gesù, la sua condanna e la morte, la Sindone, gli studi forensi fino ad approdare alla scultura del corpo in 3D realizzata in silicone e latex. Tutto – dai segni del supplizio, alla postura, al colore dei capelli e della pelle, l’incarnato olivastro di un cadavere originario della Giudea – è frutto di 15 anni di studio e dell’opera di 6 artisti. A spiegarlo in conferenza stampa sono stati due rappresentanti di ArtisSpelondore. Francisco Moya ha spiegato che The Mystery Man è stata ideata “come una mostra itinerante” che potesse “essere vista non solo dai credenti ma anche da non credenti”. Alvaro Blanco, che ha diretto il lavoro degli artisti di varia provenienza, ha fornito invece dettagli tecnici sulla sua realizzazione, eseguita anche tenendo conto dei criteri della scienza forense.
Tornare a narrare Gesù
A chiudere la conferenza stampa è stato il videomessaggio del nostro direttore editoriale Andrea Tornielli, che ha raccontato del contributo di contatti offerto al sindaco della sua città, intenzionato a ospitare la mostra a Chioggia. Quel lenzuolo sul quale sono impressi i segni che ricordano la Passione di Cristo, ha detto Tornielli, ha ancora “tanto da dirci sulle sofferenze di Gesù e dunque in qualche modo è uno specchio delle tante sofferenze dell’umanità di oggi”. L’auspicio finale, condiviso dal sindaco e dal vescovo, è che la mostra non resti “una bella ma isolata iniziativa culturale” e che possa essere invece “di stimolo per un rinnovato dinamismo attorno alla figura di Gesù, che “tante persone inconsapevolmente cercano”, aspettando “una parola di misericordia”.
Il rischio di povertà in Svizzera rimane alto
Caritas Svizzera preoccupata per i nuovi numeri sulla povertà pubblicati dall’Ufficio federale di statistica
Il tasso di povertà in Svizzera rimane elevato. Secondo i dati pubblicati recentemente, le persone a rischio povertà sono 1,34 milioni, pari al 15,6 per cento della popolazione. Le famiglie colpite si ritrovano con l’acqua alla gola e non hanno un margine di manovra finanziario per assorbire il rincaro dei costi per l’affitto, la cassa malati e il cibo.
Secondo i numeri pubblicati lunedì 26 marzo dall’Ufficio federale di statistica - riferisce Caritas in un comunicato - le persone in Svizzera colpite dalla povertà nel 2022 erano 702’000, di cui circa 100’000 bambini, ovvero l’8,2 percento della popolazione. La percentuale dei soggetti indigenti rimane quindi elevata. È aumentato anche il rischio di povertà, che tocca 1,34 milioni di persone in condizioni finanziarie precarie.
Quasi un quinto delle persone in Svizzera non riesce a sostenere i costi per una spesa imprevista di 2500 franchi, ad esempio per una fattura del dentista. Resta alto anche il numero delle persone a rischio di povertà nel mondo del lavoro, i cosiddetti working poor, pari a 298’000 unità. Sono colpiti anche i bambini e i membri dello stesso nucleo familiare che non lavorano. Il numero totale delle persone che sono a rischio di povertà nonostante ci sia un reddito da lavoro in famiglia è pari a 709’000 unità.
«Non siamo preoccupati soltanto per l’elevato tasso, ma anche per l’aumento del rischio di povertà», afferma Aline Masé, responsabile del Servizio Politica sociale presso Caritas Svizzera. «Chi è a rischio di indigenza, si trova quasi allo stesso livello dei soggetti che vivono al di sotto della soglia di povertà. Queste persone non ce la fanno a far fronte all’aumento dei costi per l’affitto e dei premi per la cassa malati.» Un numero di famiglie superiore alla media vive poco al di sopra della soglia di povertà. A causa della situazione precaria, i loro figli subiscono notevoli restrizioni nel loro sviluppo sociale. «Data l’attuale evoluzione dei costi, i genitori devono decidere se spendere i soldi per un’attività ricreativa dei figli o per sfamare la famiglia.»
C’è un urgente bisogno di sgravi sui costi della sanità e degli alloggi
Caritas chiede alla Confederazione, ai Cantoni e ai Comuni azioni mirate per combattere la povertà. «Finora la politica non è riuscita a prendere provvedimenti adeguati contro il rincaro dei costi della vita», critica Aline Masé. L’urgente potenziamento dei sussidi per la cassa malati tarda ad arrivare. Il secondo aumento del tasso di riferimento da aprile farà salire molti affitti del tre per cento. Una mancanza di prospettive si denota anche nella politica degli alloggi: una tavola rotonda a livello nazionale sulle questioni in merito agli alloggi non ha comportato misure che sgraverebbero per davvero gli inquilini. Caritas accoglie con favore il fatto che il Consiglio nazionale durante la sessione primaverile si sia espresso chiaramente a sostegno dello sviluppo di una strategia nazionale contro la povertà e che chieda al Consiglio federale di dare presto un segnale politico in questo senso.
“Nella vecchiaia non abbandonarmi”, tema della Giornata dei nonni e anziani
È tratto dal Salmo 71 il tema scelto da Papa Francesco peril quarto appuntamento mondiale che si celebrerà domenica 28 luglio prossimo. Il cardinale Farrell: la solitudine è condizione irriducibile dell’esistenza umana, occorre vincere ogni forma di cultura dello scarto
“La solitudine è una realtà purtroppo diffusa, che affligge molti anziani, spesso vittime della cultura dello scarto e considerati un peso per la società”, per questo “le famiglie e la comunità ecclesiale sono chiamate a essere in prima linea nel promuovere una cultura dell'incontro, per creare spazi di condivisione, di ascolto, per offrire sostegno e affetto: così si dà concretezza all'amore del Vangelo”. È quanto dichiara il prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, cardinal Kevin Farrell commentando il tema scelto dal Papa per la IV Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani che si celebrerà il prossimo 28 luglio: “Nella vecchiaia non abbandonarmi”.
Costruire legami tra le generazioni
Le parole sono tratte dal Salmo 71. Si tratta di un’invocazione di un anziano che ripercorre la sua storia di amicizia con Dio e in cui si evidenzia come “la solitudine sia, purtroppo, l’amara compagna della vita di tanti anziani che, spesso, sono vittime della cultura dello scarto”, spiega un comunicato del Dicastero. “La celebrazione della Giornata, valorizzando i carismi dei nonni e degli anziani e il loro apporto alla vita della Chiesa”, si legge ancora “vuole favorire l’impegno di ogni comunità ecclesiale nel costruire legami tra le generazioni e nel combattere la solitudine, consapevoli che - come afferma la Scrittura - Non è bene che l’uomo sia solo”.
La condizione di ogni uomo
“La solitudine”, aggiunge il cardinale Farrell esprimendo gratitudine al Santo Padre per il tema scelto, “è anche una condizione irriducibile dell'esistenza umana, che si manifesta in modo particolare nella vecchiaia, ma non solo. Per questo la preghiera del salmista è la preghiera di ogni cristiano che si rivolge al Padre e confida nel suo conforto”.
Il “noi” che vince la cultura dello scarto
La celebrazione della IV Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani, secondo il porporato, “invita dunque a costruire, insieme – nonni, nipoti, giovani, anziani, membri della stessa famiglia – il ‘noi’ più largo della comunione ecclesiale. È proprio questa familiarità, radicata nell'amore di Dio, che vince ogni forma di cultura dello scarto e di solitudine”.
Dio non abbandona mai nessuno
“Le nostre comunità”, conclude Farrell, “con la loro tenerezza e con un'attenzione affettuosa che non dimentica i suoi membri più fragili, sono chiamate a rendere manifesto l'amore di Dio, che non abbandona nessuno, mai”. Da qui l’invito a prepararsi spiritualmente rivolto dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita alle parrocchie, alle diocesi, alle realtà associative e alle comunità ecclesiali di tutto il mondo. A questo scopo un apposito kit pastorale sarà messo a disposizione nei prossimi mesi sul sito web www.laityfamilylife.va
Vatican News
Calo di vocazioni, il Papa: “Non fare campagne, la chiamata di Dio non rientra nel marketing”
Videomessaggio di Francesco ai 700 partecipanti alla Settimana nazionale per gli Istituti di vita consacrata al via da oggi fino all’8 aprile a Madrid.
«Il mio grande timore è che i nostri giovani perdano le radici. Ho paura di questo. Forse il lavoro di oggi è di preparare il cammino affinché si veda quello che annunciò Gioele: “gli anziani sogneranno e i giovani profetizzeranno”». Lo afferma Papa Francesco in un videomessaggio inviato agli oltre settecento partecipanti alla 47esima Settimana nazionale per gli Istituti di vita consacrata, che si è aperta oggi pomeriggio presso la Fundación Pablo VI di Madrid sul tema “Chiamò quelli che amò. Giovani, discernimento e vita consacrata”.
Scopo dell’iniziativa - informa L’Osservatore Romano - è rivolgere lo sguardo al prossimo Sinodo dei vescovi e riflettere su giovani e vocazioni, con un occhio particolare alla vita religiosa. Tra i partecipanti, i cardinali Carlos Osoro Sierra e Óscar Rodríguez Maradiaga, l’arcivescovo José Rodríguez Carballo, fratel Alois di Taizé.
Al centro dei lavori la questione della mancanza di vocazioni. Un problema per cui il Papa tranquillizza gli animi: «Che decida il Signore. Noi facciamo ciò che ci ha chiesto: pregare e testimoniare», dice. In ogni caso, aggiunge, «non possiamo fermarci a questa lamentela, stare lì con la musica di sottofondo di rimpiangere glorie passate quando il Signore ci dice: “Guarda avanti e guarda che cosa devi fare”».
Allo stesso tempo, avverte il Pontefice, bisogna far attenzione a «non fare proselitismo» tantomeno si deve «fare campagna elettorale, né campagne di tipo commerciale, perché la chiamata di Dio non rientra nei modelli del marketing. È un’altra cosa». Piuttosto occorre individuare «modi per aprire strade affinché il Signore possa parlare, affinché il Signore possa chiamare».
Perciò, «fatevi coraggio e andate avanti!», dice Bergoglio. Che, pensando ai giovani, fa riferimento alla traduzione tedesca dell’ultimo libro di Zygmunt Bauman “Die Entwurzelten”, alla lettera “senza radici” (in italiano è uscito con il titolo “Nati liquidi”), per affermare: «Siamo in tempo per recuperare radici. Siamo anche in tempo per far sognare quegli uomini e donne affinché poi diano ai giovani la capacità di profetizzare».
«Oggi più che mai — afferma ancora Francesco nel filmato — è necessario che i giovani abbiano un dialogo con gli anziani». In questo senso, «il dialogo tra i nonni e i nipoti è un dialogo intergenerazionale di alto livello. Siamo ancora in tempo: non perdiamolo». Di qui l’esortazione a trovare «il modo di ascoltare le preoccupazioni dei giovani e anche quelle degli anziani: metteteli insieme e la cosa andrà bene».
VaticanInsider
Una due giorni per trasformare la negatività in azione costruttiva
Azione Quaresimale e PermaSI propongono in 21 e 22 maggio un atelier dedicato al "Lavoro che riconnette", un'opportunità per vedere il mondo in modo diverso.
Si terrà il 21 e 22 maggio a Camperio, in valle di Blenio, sotto la guida di Ellen Bermann, un fine settimana dedicata al “Lavoro che riconnette”. Questo metodo, sviluppato dall’eco filosofa Joanna Macy, vuole aiutare a trasformare la disperazione e l’apatia di fronte alle crisi attuali, in azione collaborativa e costruttiva. L’atelier è organizzato da Azione Quaresimale e PermaSI.
Oggi ci troviamo ad affrontare lo scoraggiamento e l'impotenza di fronte alle dimensioni enormi delle crisi ecologica, sanitaria, sociale e geopolitica. Per trasformare questi stati d’animo in impegno creativo, per rafforzare le nostre radici per sostenere noi stessi, gli altri e la Terra ci viene in aiuto il “Lavoro che riconnette”. Tramite attività in piccoli gruppi si affrontano questi temi combinando la dimensione fisica, emotiva e spirituale con la nostra comprensione razionale del mondo e il nostro impegno nell'azione. Inoltre. siamo aiutati ad adottare un nuovo modo di vedere il mondo e a liberarci dagli atteggiamenti che minacciano la continuità della vita sulla Terra.
Ellen Bermann, italo-tedesca, da oltre 15 anni è attiva su temi inerenti la sostenibilità e il cambiamento paradigmatico. È membro del Consiglio Direttivo del Transition Network un’ong che supporta le iniziative dal basso delle transition towns. Lavora come facilitatrice e formatrice proponendo corsi e laboratori di permacultura, transizione e transizione interiore, dragon dreaming e il “Lavoro che riconnette”.
PermaSI promuove, nella Svizzera italiana, la permacultura, approccio alla progettazione di superfici orticole basato sul collegamento di varie discipline e strategie che lavora con e non contro la natura. Ciò permette di creare ecosistemi e insediamenti agricoli che hanno la diversità, la stabilità e la resilienza simili agli ecosistemi naturali. Sono quindi ecologicamente, economicamente e socialmente sostenibili.
Azione Quaresimale, oltre al suo impegno a favore del diritto al cibo in paesi del Sud del mondo, agisce in Svizzera: per esempio promuovendo uno stile di vita più sobrio e organizzando atelier come questi rivolti. Azione Quaresimale è convinto che per promuovere la giustizia non basti più intervenire con soluzioni puntuali, ma occorre che ognuno di noi operi un profondo cambiamento.
Ci sono ancora posti disponibili. Gli interessati possono contattare Daria Lepori, lepori@azionequaresimale.ch, 091 922 70 47.

Il Sinodo visto dai sinodali svizzeri: una possibilità per il futuro
Il vescovo Gmur, Helena Jeppesen Spuhler e Claire Jonard, esperta e facilitatrice al Sinodo, hanno incontrato la stampa elvetica.
"Durante quattro settimane di intensi scambi al Sinodo, abbiamo imparato molto, condiviso molto e sofferto molto con le testimonianze delle vittime della guerra e della violenza in troppi Paesi del mondo", ha detto il vescovo Felix Gmür in un briefing per la stampa a Roma dopo la Messa di chiusura del Sinodo dei vescovi celebrata il 29 ottobre 2023.
di Maurice Page, cath.ch, inviato speciale a Roma (traduzione e adattamento catt.ch)
I tre partecipanti svizzeri al Sinodo: Mons. Felix Gmür, Presidente della Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS), Helena Jeppesen-Spuhler, rappresentante dei Laici per l'Europa, e Claire Jonard, esperta e facilitatrice al Sinodo, hanno condiviso alcune loro esperienze e le loro prime impressioni sul documento finale di questo Sinodo (una relazione intermedia che guarda al Sinodo del 2024) votata la sera precedente.
"Essere una delle prime donne ad avere il diritto di voto in un sinodo dei vescovi mi fa molto piacere e mi riempie di gratitudine", ha dichiarato Helena Jeppesen-Spuhler. Molte persone in tutto il mondo, e in Svizzera, hanno lavorato per decenni per rendere possibile una maggiore partecipazione ai processi decisionali della Chiesa. Ora abbiamo fatto un passo avanti nella Chiesa cattolica".
Helena Jeppesen ritorna anche sull'accento posto nella relazione di sintesi sulla "supervisione" nei confronti dei vescovi, che ora devono rendere conto non solo al Vaticano, ma anche alla comunità dei credenti. "Sono rimasta sorpresa da questo, ma credo che la pressione della crisi degli abusi sessuali abbia portato a questa salutare presa di coscienza".
Per quanto riguarda il posto delle donne nella Chiesa, la delegata trova la relazione meno "coraggiosa" rispetto alle discussioni dell'assemblea. Ma ci sono piste di riflessione e le porte sono aperte. Spetta alle Chiese locali lavorarci sopra.
Per quanto riguarda gli scambi tra le Chiese, Helena Jeppesen ricorda anche le esperienze sinodali che la Chiesa svizzera ha già in corso da diversi anni e da cui altre Chiese potrebbero trarre beneficio.
Nessuna benedizione per le coppie omosessuali
La questione della benedizione delle coppie omosessuali, che era una delle richieste di molte Chiese occidentali, tra cui la Svizzera, non è stata inclusa nella relazione intermedia. Il termine LGBT non viene usato nel rapporto, che menziona solo la discriminazione basata sull'orientamento sessuale. Per mons. Gmür, questo è un tipico punto su cui le differenze culturali sono profonde. Converrebbe quindi trovare soluzioni pastorali a un altro livello. D'altra parte, il rapporto menziona la poligamia, che non è una realtà per le Chiese in Occidente.
Una Chiesa al fianco di chi soffre
Claire Jonard, che come facilitatrice non ha partecipato alle votazioni, si è soffermata sul metodo. Ricorda i termini conversione, conversazione e circolarità, ma anche ascolto, sofferenza e urgenza. È stata anche colpita dalla scoperta delle Chiese di altri continenti. A volte molto in minoranza, hanno portato un volto diverso. La Chiesa in Occidente non è il centro di tutto. Claire Jonard insiste anche sulla visione compassionevole verso i rifugiati. La Chiesa deve essere al fianco di coloro che soffrono.
"Adorare Dio e amare i nostri fratelli"
Al suo ritorno in Svizzera, Mons. Gmür spera di portare con sé l'immagine di una Chiesa che cammina insieme per annunciare il Regno di Dio. O, come ha detto Papa Francesco nell'omelia della Messa conclusiva del Sinodo, celebrata il 29 ottobre: "Adorare Dio e amare i nostri fratelli e sorelle con il suo amore, questa è la grande e duratura riforma". (cath.ch/mp/traduzione e adattamento redazionecatt)
Maurice Page/traduzione e adattamento redazionecatt
Haiti: intervista ai volontari ticinesi dopo il terremoto
Sono le otto e mezza del mattino ad Haiti, sabato 14 agosto, quando la terra trema. Ogni secondo è impresso nella mente di Maria Laura e Sebastiano Pron, i volontari ticinesi che insieme a Francisco Fabres seguono sull’isola il progetto di sviluppo della diocesi di Lugano.
Sono le otto e mezza del mattino ad Haiti, sabato 14 agosto, quando la terra trema. Ogni secondo è impresso nella mente di Maria Laura e Sebastiano Pron, i volontari ticinesi che insieme a Francisco Fabres seguono sull’isola il progetto di sviluppo della diocesi di Lugano. «Abbiamo sentito questo rumore di fondo, pensavamo fosse un grande camion di passaggio. La terra trema sotto i piedi, d’improvviso realizzi: è un terremoto. “Usciamo! Usciamo!”, e ci precipitiamo fuori di casa». Maria Laura rivive quei momenti terribili: «Ricordo il senso fortissimo di nausea, perché il nostro sistema dell’equilibrio non riesce a orientarsi». Il sisma che ha colpito la zona a sud-ovest di Haiti ha avuto una magnitudo di 7.2 gradi nella scala Richter. Le ultime stime parlano di oltre 2.200 morti e più di 12mila feriti. I ticinesi risiedono a Paillant, un villaggio a una cinquantina di chilometri dall’epicentro del sisma. La loro casa è rimasta in piedi, così come le altre strutture della zona. Ma basta spostarsi poco più a sud per incontrare villaggi devastati ed edifici in rovina.
E come se non bastasse, tra lunedì e martedì è transitata sull’isola la tempesta tropicale Grace. «Chi aveva ancora una casa», spiega Sebastiano, «ha potuto mettersi al riparo. Ma molte persone sono rimaste all’addiaccio per ore, sotto la pioggia scrosciante». I coniugi Pron spiegano come si è attivata la macchina dei soccorsi. «Il territorio qui è montuoso, le strade non sono asfaltate. La Protezione Civile ha fatto un primo censimento dei danni ma non riesce ancora ad avere un quadro completo ». Il ricordo corre al 2010, l’anno in cui la terra tremò nella capitale Port Au Prince. «La situazione è completamente diversa. Il sisma in città uccise molte più persone – si stima circa 230mila – ma paradossalmente era più facile individuare i danni e destinare gli aiuti». Le regioni colpite oggi sono quelle del Nippes (su cui si estende la diocesi di Anse-à-Veau-Miragoâne gemellata con Lugano), del Sud e del Grand’Anse. «Qui lo Stato» prosegue Sebastiano «è praticamente assente. Sono invece ben radicate le chiese, sia la cattolica che le comunità riformate: sacerdoti e pastori diventano punti di riferimento e i cittadini si rivolgono a loro». Nel corso della settimana, Sebastiano e Maria Laura si sono spostati con il loro pick-up per raggiungere la città di L’Asile e gli altri centri più colpiti: «C’è bisogno di acqua potabile, cibo, medicinali e tendoni. Le Ong internazionali cominciano ad arrivare, noi stessi abbiamo incontrato alcuni cooperanti.
Ma le strade impervie rendono difficile i trasporti. E alcuni villaggi, a cui si giunge solamente a piedi, restano quasi esclusi dalle operazioni di soccorso». Non c’è pace ad Haiti, dove le disgrazie sembrano arrivare in serie. In uno dei Paesi più poveri al mondo, le tensioni sociali hanno portato nel mese di luglio all’assassinio del Presidente Jovenel Moïse. Nella capitale Port Au Prince spadroneggiano le gang, mentre il nuovo primo ministro Ariel Henry, in carica da circa un mese, deve subito fare i conti con una nuova emergenza. Dopo il terremoto del 2010, nulla è cambiato? Per i coniugi Pron, in realtà, dei passi avanti ci sono stati. «In questi anni, chi ha potuto ha costruito le case seguendo le regole antisismiche. Però c’è un grosso problema: una sola stanzetta costruita “a norma” costa come minimo intorno ai 2000 dollari americani.
Bisogna comprare il cemento e il ferro per “armare” la struttura, entrambi molto costosi. E lo stipendio medio, qui, si aggira sui 30 dollari al mese…». Non è insomma la volontà che manca al popolo haitiano: sono le condizioni di vita a essere strutturalmente difficili. E quali conseguenze ci saranno per la missione ticinese?
«Un 20% delle strutture in cui operiamo», spiegano Maria Laura e Sebastiano, «sono inagibili. Dovremo spostare alcuni appuntamenti previsti a settembre, altri incontri li faremo all’aperto. Le nostre attività di sviluppo nell’ambito dell’educazione e della salute, tuttavia, restano fondamentali: una volta che le persone acquisiscono una formazione, nessun terremoto o ciclone può spazzarla via». Un’attività a lungo termine, di cui Haiti ha e avrà sempre più bisogno.
di Gioele Anni
Chi desiderasse fare un'offerta può indirizzarla a Conferenza Missionaria della Svizzera Italiana (CMSI) conto postale 69-868-6 (IBAN CH21 0900 0000 6900 0868 6) con la causale terremoto Haiti.
Leggi anche: Terremoto ad Haiti: l’appello del vescovo di Lugano mons. Valerio Lazzeri
Scuole cattoliche, un nuovo documento su identità, sfide e punti critici
Pubblicata oggi l’istruzione della Congregazione per l’Educazione cattolica: l'importanza di un Patto Educativo Globale, il dialogo tra ragione e fede, la collaborazione tra scuola e famiglie.
Educare è una passione che si rinnova sempre: parte da questo principîo l’istruzione della Congregazione per l’Educazione cattolica diffusa oggi e intitolata "L’identità della scuola cattolica per una cultura del dialogo". Uno strumento sintetico e pratico basato su due motivazioni: "La necessità di una più chiara consapevolezza e consistenza dell’identità cattolica delle istituzioni educative della Chiesa in tutto il mondo" e la prevenzione di "conflitti e divisioni nel settore essenziale dell’educazione".
L’importanza di un Patto educativo globale
Suddiviso in tre parti, il documento analizza la missione evangelizzatrice della Chiesa come madre e maestra; si sofferma sui vari soggetti che operano nel mondo scolastico e analizza alcuni punti di criticità, nel contesto del mondo globalizzato e multiculturale contemporaneo. Se triplice è la struttura, unico tuttavia è l’orizzonte dell’Istruzione, ovvero quel Patto educativo globale fortemente voluto da Papa Francesco, affinché la Chiesa, forte e unita nel campo della formazione, possa portare avanti la sua missione evangelizzatrice e contribuire alla costruzione di un mondo più fraterno.
La Chiesa è madre e maestra
Nella prima parte del documento, intitolata "Le scuole cattoliche nella missione della Chiesa", si sottolinea che la Chiesa è "madre e maestra": la sua azione educativa, dunque, non è "un’opera filantropica", bensì parte essenziale della sua missione, basata su determinati principî fondamentali: il diritto universale alla formazione; la responsabilità di tutti — in primo luogo dei genitori che hanno il diritto di compiere in piena libertà e secondo coscienza le scelte educative per i loro figli, e poi dello Stato che ha il dovere di rendere possibili differenti opzioni educative nell’ambito della legge — il dovere di educare, precipuo della Chiesa, nel quale si intrecciano evangelizzazione e promozione umana integrale; la formazione iniziale e permanente degli insegnanti, affinché siano testimoni di Cristo; la collaborazione tra genitori e docenti e tra scuole cattoliche e non cattoliche; il concetto di scuola cattolica come "comunità" permeata dello spirito evangelico di libertà e carità, che forma e apre alla solidarietà. In un mondo multiculturale, inoltre, si ricorda anche "una positiva e prudente educazione sessuale", elemento non trascurabile che gli studenti devono ricevere, man mano che crescono.
Il dialogo tra ragione e fede
Radicata su principî evangelici che sono, al contempo, "norme educative, motivazioni interiori e insieme mete finali", la scuola cattolica — sottolinea l’Istruzione — è quella che pone Gesù Cristo al centro della concezione della realtà e pratica il dialogo tra ragione e fede per aprirsi alla verità e "dare risposta ai più profondi interrogativi dell’animo umano che non riguardano soltanto la realtà immanente". Aperta a tutti, in particolare ai più deboli nell’ottica di "una profonda carità educativa", la scuola cattolica ha bisogno di educatori, laici e consacrati, che siano "competenti, convinti e coerenti, maestri di sapere e di vita, icone imperfette, ma non sbiadite dell’unico Maestro". Professionalità e vocazione, quindi, dovranno andare di pari passo per insegnare ai giovani la giustizia, la solidarietà e, soprattutto, "la promozione di un dialogo che favorisca una società pacifica". Ciò è quanto mai importante oggi, dato che "la scuola cattolica si trova in una situazione missionaria anche in Paesi di antica tradizione cristiana" e quindi la sua testimonianza deve essere "visibile, incontrabile e consapevole". Soggetto ecclesiale che mette in pratica "la grammatica del dialogo", gli istituti formativi cattolici diventano così "una comunità educativa" in cui si respira, con fiducia, l’autentica concordia e la convivialità delle differenze.
L’educazione alla cultura della cura
Ma non solo: la missione educativa della Chiesa rientra in un progetto pastorale più ampio, quello dell’essere “in uscita” e “in movimento”. Quest’ultimo sarà "di squadra, ecologico, inclusivo e pacificatore", ovvero partirà dalla collaborazione di ciascuno; contribuirà all’equilibrio con il sé, con gli altri, con il Creato e con Dio; includerà tutti e genererà armonia e pace. La scuola cattolica ha anche il compito di educare alla "cultura della cura", per veicolare quei valori fondati sul riconoscimento della dignità di ogni persona, comunità, lingua, etnia, religione, popoli e di tutti i diritti fondamentali che ne derivano. Vera e propria "bussola" della società — conclude la prima parte dell’Istruzione —, la cultura della cura forma persone dedite all’ascolto, al dialogo costruttivo e alla mutua comprensione.
La promozione dell’identità cattolica
La seconda parte del documento è dedicata, invece a "I soggetti responsabili per la promozione e la verifica dell’identità cattolica". Partendo dal presupposto secondo il quale "tutti hanno l’obbligo di riconoscere, rispettare e testimoniare l’identità cattolica della scuola, esposta ufficialmente nel progetto formativo", si sottolinea l’importanza di proteggerne principi e valori, anche con "la coerente sanzione di trasgressione e di delitti, applicando rigorosamente le norme del diritto canonico, nonché del diritto civile".
Cristiani perseguitati in Asia, perché il Natale fa paura
Padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews, l’agenzia del Pime, parla della situazione delle comunità in Cina, India, Indonesia, Yemen e Pakistan, che non possono celebrare il Natale. Ma in Indonesia ci sono anche musulmani che le difendono, e “nulla le può fermare nella loro fede”.
“Quest’anno la persecuzione dei cristiani avviene cercando di soffocare il Natale, che è visto come una festa pericolosa, perché ricorda che la dignità dell’uomo è Dio e non il potere”. Padre Bernardo Cervellera, pugliese, missionario del Pontificio istituto missioni estere e direttore dell’agenzia AsiaNews, ha scritto nel suo ultimo editoriale “Natale e il rifiuto” che fa parte del mistero del Natale l’essere rifiutati e calpestati, come Maria e Giuseppe a Betlemme, Gesù che nasce fra gli animali della stalla, e poi la persecuzione di Erode con la strage degli innocenti e la fuga in Egitto. Come Gesù, primo migrante “cristiano” che sfugge al massacro, i profughi di Mosul, prima braccati, poi cacciati dalle loro case, vivono da tre anni in alloggi di fortuna, sperando di poter tornare nella loro città liberata dall’Isis.
Dal suo osservatorio sul mondo missionario, padre Cervellera ci racconta questo mistero del Natale vissuto nel rifiuto, con la persecuzione, le violenze, i silenzi obbligati inflitti alle piccole comunità dell’Asia.
D. – Padre Cervellera, Papa Francesco ha ribadito più volte che oggi nella Chiesa ci sono più martiri rispetto ai primi secoli: come è stato il 2017?
R. – Bè, è stato un anno molto difficile anche questo: io guardo all’Asia, soprattutto con AsiaNews, e con le persecuzioni in Siria, le persecuzioni in Pakistan, adesso sta crescendo la persecuzione anche in India e le persecuzioni in Cina, in Corea del Nord. E’ veramente una situazione molto, molto tesa. Ci sono ovunque dei segnali di un rifiuto dei cristiani e un rifiuto della fede cristiana. Nello stesso tempo, in tanti Paesi i cristiani soffrono quello che soffre tutta la popolazione: in Iraq o in Siria in pratica i cristiani sono stati spazzati via come il resto della popolazione.
D. – Alla vigilia del Natale e della festa di Santo Stefano, il primo martire, quali comunità cristiane perseguitate vuole ricordare?
R. – Quello che è impressionante quest’anno, proprio, è il fatto che la persecuzione avviene cercando di soffocare il Natale, cioè il Natale come una festa pericolosa, perché ricorda che la dignità dell’uomo è Dio e non il potere. E quindi, per esempio, ci sono comunità cristiane in Cina che non possono celebrare il Natale, addirittura giovani universitari che non possono pronunciare la parola Natale, non possono fare incontri con i loro compagni per festeggiare il Natale … Ci sono gruppi di cori che vengono proibiti in India, perché li si accusa di voler convertire la gente … E ci sono poi anche tantissime situazioni in Indonesia, in Yemen e in Pakistan dove le comunità hanno grandi difficoltà nell’ esprimere liberamente la propria fede. Devo dire che però, per esempio, per Natale in Indonesia ci sono tantissimi musulmani che si sono offerti di custodire le comunità cristiane e custodire, appunto, la pace durante le celebrazioni. E questa è una cosa che dà speranza.
D. – Però, dietro a questo odio per i cristiani ci può essere la stessa ragione per cui veniva odiato Gesù? Perché portava la luce di Dio e il mondo in realtà preferisce nascondere nelle tenebre le sue opere, come ha detto Papa Francesco lo scorso 26 dicembre?
R. – Ah, questo è evidente! Io trovo che il motivo per cui i cristiani vengono perseguitati è perché affermano – appunto – la dignità della persona e quindi la giustizia per la persona, e affermano che la persona non appartiene al potere. Ormai nel mondo c’è un potere politico, un potere economico che usa le persone come oggetti: le usa e le getta via in modo facile. Ma perché avviene, questo? Perché, appunto, Dio viene eliminato e quindi viene eliminato anche l’uomo. I cristiani, che con il Natale portano Dio dentro la vita umana, dentro la carne umana, sono i primi bersagli.
D. – Il Papa ha detto ad aprile, nella Veglia per i nuovi martiri, che comunque i martiri non sono degli eroi, perché sono sostenuti dalla grazia di Dio, non dal loro coraggio …
R. – Devo dire che appunto questa grazia di Dio, che dà loro coraggio, ai cristiani – ripeto, io guardo soprattutto l’Asia, ma si potrebbe dire la stessa cosa per l’Africa, per i cristiani egiziani, per esempio, o per tantissime parti dell’America – la cosa incredibile è la forza con cui tutto cresce, per cui non vengono fermati da nulla. Si possono mettere delle pietre sopra il loro sepolcro, ma crescono invece nuove conversioni, cresce nuova vita e gli stessi martiri, gli stessi cristiani perseguitati non sono fermati da nulla. Perché portano una forza che è più grande di loro!
Alessandro Di Bussolo - Vaticannews