Storia delle Parrocchie Ticinesi (Storie e Testimonianze) 15
Benvenuti in questo dossier dedicato a Storia delle Parrocchie Ticinesi (Storie e Testimonianze) 15.
Qui troverete una selezione curata di articoli, eventi e contenuti multimediali che esplorano questo tema da diverse prospettive.
Contenuti del dossier
Scorri la lista per scoprire tutti i contenuti collegati a questo dossier.
Contenuti del dossier
Padre Fiorito: arrivano gli scritti del padre spirituale di Bergoglio
Miguel Angel Fiorito era un gesuita argentino scomparso nel 2005. Fu maestro di generazioni di gesuiti in America latina, tra i quali anche Bergoglio. In arrivo un volume che raccoglie i suoi scritti, con la prefazione del Papa.
La Civiltà Cattolica pubblica a cura di padre Josè Luis Narvaja, gli “Scritti” di padre Miguel Ángel Fiorito (1916-2005), uno dei grandi maestri di spiritualità della Compagnia, il cui insegnamento ha formato generazioni di gesuiti latinoamericani, compreso Papa Francesco. Il quale nella prefazione al volume scrive: questi suoi scritti sono un dono, “faranno un grande bene a tutta la Chiesa”. Non è una novità che Jorge Mario Bergoglio firmi la prefazione di un testo di uno dei maestri della sua anima e di quelle di tanti giovani gesuiti argentini e uruguayani. Già nell’85 aveva accettato di introdurre il secondo dei due libri scritti da padre Miguel Ángel Fiorito, intitolato “Discernimento e lotta spirituale”, facendo tra l’altro un’osservazione: “Discernimento spirituale è avere il coraggio di vedere nei nostri volti umani le tracce divine”.
Se Papa Francesco ha sviluppato la devozione per Pietro Favre (tanto da autorizzarne la canonizzazione equipollente), se Papa Francesco parla di meticciato; se Papa Francesco guarda con interesse e attenzione ai popoli indigeni, tutto questo si deve all’influenza di padre Miguel Angel Fiorito. I suoi Escritos sono ora pubblicati da Civiltà Cattolica, in cinque volumi curati da padre Luis José Narvaja. E Papa Francesco, in una prefazione densa di amore per il suo maestro, ne descrive i tratti in maniera ammirata.
La prefazione è solo uno dei segni di attenzione per Padre Fiorito. La raccolta sarà presentata il prossimo 13 dicembre presso la Curia Generalizia della Compagnia di Gesù, in un giorno simbolico, perché segna il cinquantesimo anniversario di ordinazione sacerdotale di Papa Francesco. Il Papa celebrerà una messa con i cardinali presenti a Roma la mattina alle 7, ma la sera sarà proprio alla sede della compagnia, per presentare lui stesso questo volume, ma soprattutto parlare di padre Fiorito, avviando così anche il calendario di celebrazioni per i 170 anni di Civiltà Cattolica 1850 – 2020).
(...) continua a leggere
L'ultimo saluto nella cattedrale di Lugano a mons. Ernesto Storelli, sacerdote innamorato di una liturgia per il popolo
È stato il vescovo emerito Pier Giacomo a presiedere oggi, 7 dicembre, in Cattedrale a Lugano i funerali del sacerdote ticinese, scomparso martedì a 94 anni.
Una bara semplice, con una croce, depositata sul pavimento, senza nessuna corona, né cuscini floreali: è questa l'immagine che si è presentata ai numerosissimi fedeli che hanno voluto dare l'ultimo saluto, oggi, 7 novembre, nella Cattedrale di Lugano, a mons. Ernesto Storelli, deceduto lo scorso martedì. Erano le ultime volontà testamentarie del sacerdote ticinese, nato a Brissago il 21 luglio 1929 e ordinato presbitero il 13 settembre 1952, e che è stato per la Diocesi di Lugano una colonna portante, in particolare quale vicario episcopale e vicario generale (leggi anche: Si è spento mons. Ernesto Storelli). Unici annunci funebri sulla stampa quello della Diocesi e quello della famiglia, ha indicato mons. Storelli. I costi risparmiati per annunci e fiori, ha specificato, si tramutino in offerte per la Chiesa Sacra Famiglia di Locarno. Questo già dice molto dell'uomo e del prete, tratti che si possono ritrovare anche nell'omelia pronunciata da mons. Pier Giacomo Grampa durante il funerale.
È stato proprio il vescovo emerito a presiedere l'ultimo saluto, affiancato da mons. Valerio Lazzeri e da mons. Alain de Raemy. Presenti anche numerosi sacerdoti. Non poteva essere altrimenti: la lunga amicizia tra i due, dai tempi dove entrambi approdarono al Seminario minore, Storelli come vicerettore e Grampa come docente, agli anni nel Locarnese, mons. Storelli parroco a Losone e arciprete a Locarno, don Mino al Papio. Poi l’episcopato, Grampa vescovo e Storelli vicario generale. L’eco forte di questa bella e fruttuosa amicizia che tanto ha dato alla Chiesa in Ticino si è sentito nella capacità con cui don Mino ha tracciato nell’omelia dei funerali il ritratto di don Ernesto, ricordando dell’amico e confratello scomparso «l’uomo dell’ordine e dell’organizzazione». Un aspetto, un tratto di don Storelli unito a tanti altri, in primo luogo quelli del «pastore» e del prete del Concilio Vaticano II che mons. Pier Giacomo ha così riassunto descrivendo «l’incessante ministero di un pastore della Chiesa, chiamato a far conoscere a tutti gli uomini quel “progetto eterno”, prima nascosto e ora compiuto “in Cristo Gesù nostro Signore”, nel quale otteniamo la grazia di poter accedere a Dio “in piena fiducia mediante la fede in lui”». «Questo – ha sottolineato mons. Grampa – è il Vangelo al quale don Ernesto diede tutta la sua vita per annunciarlo e viverlo secondo l’indicazione del Concilio Vaticano Secondo». Don Storelli nel suo ministero, ha sottolineato il vescovo emerito, fu «il Buon Pastore legato alle pecore dalla conoscenza personale e dall’amore». Poi il Concilio Vaticano II di cui fu soprattutto fedele allo stile della prima Costituzione conciliare, quella sulla Sacra Liturgia. «Don Ernesto – ha continuato mons. Grampa – si meravigliava dell’incomprensione e non condivideva l’ostilità che questo primo documento del Concilio aveva incontrato. Non riusciva a condividere l’opposizione all’uso delle lingue proprie dei diversi popoli per incontrare e vivere il mistero vivo di Cristo Salvatore. La liturgia doveva tornare ad essere azione del popolo di Dio, non una “ritualità” formalista, ma azione di accoglienza del mistero di Dio che si rivela, si comunica, viene celebrato, perché doni vita, sia comunicazione di grazia, promuova pienezza di vita, per cui l’uso della lingua del popolo diventava mezzo indispensabile di comunicazione». Da ultimo un ricordo di mons. Storelli nei giorni della malattia. «Il libro che più aveva tra le mani, che giaceva sul suo comodino d’ospedale, era il Libro delle Ore, nella versione integrale dei quattro volumi tradizionali. In essi trovava le parole della Scrittura: dei Profeti, degli Evangelisti, degli Apostoli e dei Padri della Chiesa. Lì viveva i misteri dell’incarnazione, lì trovava l’ispirazione della sua attività pastorale, a servizio dei fedeli, lì trovava l’aiuto per non lasciare mai mancare l’autenticità alla preghiera». Il vescovo emerito ha infine espresso il suo commosso grazie a don Ernesto «per l’amicizia, la fedeltà, la generosità, l’impegno con cui ha collaborato nella conduzione della Diocesi».
Mons. Ernesto Storelli è stato sepolto nel cimitero di Losone. "Il primo amore non si scorda mai", ha evidenziato Pier Giacomo Grampa, a chi si chiedeva come mai questa scelta. È stato forte il legame con il borgo del Locarnese. A Losone si sono trasferiti anche molti dei suoi famigliari.


La storia dietro la “Madonna nera”
Celebrare lo spirito contemplativo di Maria con Nostra Signora di Einsiedeln.
di Silas Henderson
Il 21 gennaio 861, due ladri uccisero brutalmente un anziano monaco benedettino che viveva da decenni come eremita nella Foresta Nera svizzera. Il monaco, Meinrado, aveva offerto ai due ladri cibo e rifugio, pur avendo avuto una premonizione sul fatto che avevano intenzione di ucciderlo.
Il piccolo eremo di San Meinrado – ora onorato come il “Martire dell'Ospitalità” - è diventato un luogo di pellegrinaggio e casa di altri eremiti, incluso il beato Benno di Metz. Un'abbazia benedettina è stata costruita sul posto nel 934 sotto la cura del primo abate, il beato Eberhard. Nel corso dei secoli, questa importante e storica abbazia – l'abbazia di Maria Einsiedeln – ha goduto di molti privilegi ed è stata la casa di numerosi santi, come il vescovo San Wolfgang di Regensburg, gli abati San Thietland, San Gregorio e Sant'Adalgott e i monaci beato Kuno, beato Ulrich e Sant'Alarico. Oggi un altro dei monaci di Einsiedeln, il venerabile Meinrad Eugster (d. 1925), è un candidato alla beatificazione.
Nel 1854, due monaci missionari viaggiarono dalla Svizzera alle colline dell'Indiana meridionale, stabilendo un monastero che alla fine sarebbe diventato l'arciabbazia di San Meinrado. Quei monaci svizzeri portarono con loro l'immagine della nota “Madonna nera” che era stata venerata per secoli nella loro abbazia originaria, introducendo questa devozione negli Stati Uniti.
La parola “einsiedeln” significa “eremo”, e si riferisce alla dimora originaria di San Meinrado. Un'antica tradizione riferisce che una statua della Madre di Dio nell'eremo del santo divenne il centro di preghiere e pellegrinaggi e venne tramandata da una generazione di monaci all'altra. Purtroppo l'immagine originaria è andata perduta (forse in uno degli incendi che hanno devastato l'abbazia nel corso degli anni); la statua della Madonna col Bambino ora venerata nell'abbazia di Einsiedeln è stata scolpita da un ignoto artigiano alla metà del XV secolo e si erge in una cappella marmorea splendidamente adornata costruita sul luogo dell'eremo di San Meinrado. Nella cappella sono custodite anche le reliquie del santo.
L'immagine attuale, annerita da secoli di fumo di candele e incenso e nota come Nostra Signora di Einsiedeln, è un riverito simbolo di Maria, onorata con quel titolo da monaci, suore e sorelle benedettini in tutta Europa, negli Stati Uniti e in America Latina. La sua festa si celebra il 16 luglio, osservato più in generale come la commemorazione di Maria sotto il titolo ispirato dai Carmelitani di Nostra Signora del Monte Carmelo.
Oggi il Santuario di Maria all'abbazia di Einsiedeln attira più di 200.000 pellegrini ogni anno e ha la caratteristica di essere sia una tappa importante lungo il Cammino di Santiago che il terzo santuario mariano più popolare in Europa.
Se il titolo di Maria di Nostra Signora del Monte Carmelo celebra splendidamente la protezione materna di Maria (simboleggiata dallo scapolare marrone), la tradizione di onorare Maria come Nostra Signora dell'Eremo potrebbe essere ritenuta in onore allo spirito contemplativo di Maria, come il santo eremita la cui storia è alla base di questa antica devozione.
In due passi, il Vangelo di Luca ci dice che Maria ponderava ciò che stava accadendo nella sua vita – e in quella di suo Figlio - “nel suo cuore”. Il primo è immediatamente successivo al racconto lucano della nascita di Gesù, con gli angeli che cantano e i pastori che gli vanno a far visita (2, 19), l'altro è quando Maria e Giuseppe trovano nel Tempio di Gerusalemme Gesù dodicenne che si era perso: “Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore” (2, 51).
Se Maria ha goduto di un rapporto con Cristo che nessun'altra persona può avere – quello di una madre –, provava stupore e meraviglia di fronte ai grandi eventi nei quali aveva acconsentito ad avere un ruolo. Possiamo anche immaginare che la Maria del Sabato Santo, piangendo la morte del proprio Figlio crocifisso, avrà guardato nel suo cuore per trovare un senso a tutto ciò che era accaduto. Era lo stesso cuore che Simeone tanti anni prima aveva promesso che sarebbe stato trafitto quando lei e Giuseppe avevano presentato Gesù al Tempio. Il suo era un cuore che aveva conosciuto sia le gioie della maternità che la devastante spada del dolore.
Abbiamo poi Maria per come viene presentata negli Atti degli Apostoli, riunita con gli amici e i seguaci più stretti di Gesù mentre guarda e prega nella sala superiore nel giorno di Pentecoste (cfr. Atti 1, 14). Maria aspetta ancora una volta una nascita miracolosa, ma non la nascita di un bambino, quanto quella della Chiesa.
Marie era una donna dell'attesa, che guardava e aspettava, ma era anche una donna di preghiera. E il suo modo di pregare ci insegna qualcosa su come dovremmo pregare anche noi.
È significativo che San Luca dica che Maria si volgeva alla preghiera nei momenti di cambiamento, di sfida e di possibilità. Era sostenuta dalla preghiera pubblica, liturgica, della sua fede ebraica, ma al di là di questo ci vengono dati anche dei cenni della fede di Maria attraverso la sua apertura a ciò che Dio le stava chiedendo e i suoi stessi momenti di preghiera.
La festa annuale di Nostra Signora di Einsiedeln è un invito a onorare e imitare lo spirito contemplativo di Maria, vissuto da tanti monaci e da tante suore nel corso dei secoli. Riflettendo su Maria come modello di contemplazione, San Giovanni Paolo II ricordava che “la contemplazione di Cristo ha in Maria il suo modello insuperabile. Il volto del Figlio le appartiene a titolo speciale. È nel suo grembo che si è plasmato, prendendo da Lei anche un'umana somiglianza che evoca un'intimità spirituale certo ancora più grande. Alla contemplazione del volto di Cristo nessuno si è dedicato con altrettanta assiduità di Maria” (Rosarium Virginis (RV), n. 10).
La preghiera è sia la base che il grande dono del nostro rapporto con Gesù, il figlio di Maria. Le grandi feste della Chiesa – molte delle quali sono radicate nelle storie e nei simboli del passato – ci incoraggiano a impegnarci sempre nei misteri della nostra fede in modi nuovi, permettendo loro di aprirsi come i boccioli di un fiore si aprono per incontrare il sole. Celebrando l'amore materno di Maria, possiamo anche imitare il suo spirito contemplativo e riflessivo mentre cerchiamo dei modi per far sì che Cristo sia presente e attivo negli eventi della nostra vita e nella vita della Chiesa: “Cristo è il Maestro per eccellenza, il rivelatore e la rivelazione. Non si tratta solo di imparare le cose che Egli ha insegnato, ma di 'imparare Lui'. Ma quale maestra, in questo, più esperta di Maria?” (San Giovanni Paolo II, RV n. 14).[Traduzione dall'inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]
sources: ALETEIA
Francesco: Benedetto XVI, grande maestro di catechesi "acuto e garbato"
Il Pontefice, all'udienza, ha chiesto di unirsi a tutti coloro che in questo momento stanno pregando per il Papa emerito. E ha sottolineato che il suo pensiero non è stato “autoreferenziale ma ecclesiale perché sempre ha voluto accompagnarci all’incontro con Gesù”.
Persone provenienti da tutto il mondo continuano a rendere omaggio, nella Basilica di San Pietro, a Benedetto XVI per un saluto nell’ultimo giorno in cui il corpo del Papa emerito è esposto alla devozione dei fedeli. A questo silenzioso e toccante cammino si accompagnano le parole pronunciate all’udienza generale, nell’Aula Paolo VI, da Papa Francesco che domattina presiederà la cerimonia di esequie in Piazza San Pietro, il cui inizio sarà preceduto alle 8.40 dalla recita del Rosario dal sagrato della Basilica vaticana.
“Prima di iniziare questa catechesi vorrei che ci unissimo a quanti, qui accanto, stanno rendendo omaggio a Benedetto XVI e rivolgere il mio pensiero a lui, che è stato un grande maestro di catechesi. Il suo pensiero acuto e garbato non è stato autoreferenziale, ma ecclesiale, perché sempre ha voluto accompagnarci all’incontro con Gesù. Gesù, il Crocifisso risorto, il Vivente e il Signore, è stata la meta a cui Papa Benedetto ci ha condotto, prendendoci per mano. Ci aiuti a riscoprire in Cristo la gioia di credere e la speranza di vivere”.
Chi crede non è mai solo!
Dopo la catechesi, salutando i pellegrini di lingua tedesca, Papa Francesco ha ripreso le parole “del nostro caro defunto Benedetto XVI”: “Chi crede non è mai solo! Chi ha Dio come Padre ha molti fratelli e sorelle. In questi giorni sperimentiamo in modo particolare quanto questa comunità di fede sia universale e che non finisce neanche con la morte”.
Non stanchiamoci di pregare per il popolo ucraino
Rivolgendosi ai pellegrini di lingua italiana, Papa Francesco ha ricordato la prossima solennità dell’Epifania: “Come i Magi, sappiate cercare con animo aperto Cristo luce del mondo e Salvatore dell’umanità”. Il Pontefice ha infine esortato tutti “a perseverare nella vicinanza affettuosa e solidale con il martoriato popolo ucraino che tanto soffre, invocando per esso il dono della pace”. “Non stanchiamoci di pregare. Il popolo ucraino - ha detto a braccio - soffre. I bambini ucraini soffrono”. Dopo la benedizione apostolica preceduta dalla preghiera del padre Nostro in latino, è infine risuonato nell’Aula Paolo VI un grido condiviso da molti fedeli: Benedetto! Benedetto!
Vatican News
È Pasqua per tutti
Domenica 20 aprile tutti i cristiani, di Oriente e di Occidente, celebreranno la Resurrezione. Dopo quella di quest’anno, la prossima Pasqua celebrata lo stesso giorno sarà il 13 aprile 2031.
di Gino Driussi
Quest’anno tutte le Chiese cristiane commemorano il 1700.o anniversario del primo Concilio ecumenico, quello tenutosi nel 325 a Nicea (oggi Iznik, in Turchia), su convocazione dell’imperatore Costantino I. Tra le numerose decisioni, quel Concilio fissò i criteri per stabilire la data della Pasqua, in vigore ancora oggi: deve cadere la prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di primavera. Siccome le Chiese d’Occidente usano il calendario gregoriano (introdotto nel 1582 da papa Gregorio XIII) e le quelle d’Oriente sono rimaste fedeli – almeno per quanto riguarda la Pasqua – al calendario giuliano, le due date raramente coincidono, il che da molti è considerato uno scandalo.
Provvidenzialmente è il caso proprio quest’anno e in occasione di questa significativa concomitanza è tornata d’attualità la questione – di grande importanza per l’ecumenismo – di trovare una data che permetta a tutti i cristiani di celebrare la Pasqua lo stesso giorno. Tra i responsabili delle Chiese cristiane troviamo in prima linea, a questo proposito, il segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, pastore Jerry Pillay, il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I e papa Francesco. Proprio in occasione dei vespri tenuti lo scorso 25 gennaio a San Paolo fuori le Mura, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, il pontefice ha rinnovato il suo appello affinché questa coincidenza serva da richiamo a tutti i cristiani a compiere un passo decisivo verso l’unità intorno a una data comune per la Pasqua, una data che la Chiesa cattolica è disposta ad accettare.
Dopo quella di quest’anno, la prossima Pasqua celebrata lo stesso giorno da tutti i cristiani sarà il 13 aprile 2031. Un piccola curiosità: se nulla cambierà, non ci sarà più nessuna concomitanza tra il 2099 e il 2900, ossia per ben 801 anni!
Il messaggio della CLCCT
In un messaggio per la Pasqua 2025, la Comunità di lavoro delle Chiese cristiane nel Canton Ticino (CLCCT) afferma che la coincidenza di quest’anno «è motivo di gioia e di speranza e ci ricorda che ciò che ci unisce è molto più grande di ciò che ci divide».
Iscrizioni e programma del Festival della Dottrina Sociale della Svizzera italiana 2021
"Audaci nella speranza, creativi con coraggio. Verso una società carbon free: quale speranza e quale responsabilità per la Svizzera?" Questo il titolo e il tema dell'edizione ticinese del festival che si terrà in presenza dal 22 al 25 novembre a Lugano e online.
"Audaci nella speranza, creativi con coraggio. Verso una società carbon free: quale speranza e quale responsabilità per la Svizzera?" Questo il titolo e il tema dell'edizione ticinese del festival che si terrà in presenza dal 22 al 25 novembre a Lugano e online.
Programma 2021 definitivo in PDFDownloadInformazioni utili
Tutti gli eventi del Festival sono pubblici. L'entrata è libera (offerte sono gradite). L’iscrizione è obbligatoria, sia in presenza tramite doodle, sia in remoto tramite Zoom (vedi sotto i link ai singoli eventi nel programma). L’iscrizione è effettiva con l’inserimento dei dati richiesti che verranno utilizzati unicamente con lo scopo di garantire la tracciabilità. L’iscrizione tramite Zoom prevede che il sistema mandi in automatico una e-mail di conferma, contenente il link con il quale si può partecipare agli eventi prescelti.
Per informazioni o richieste è possibile rivolgersi all’organizzazione del Festival ai seguenti recapiti:
Festival della dottrina sociale della Svizzera italiana, Rete Laudato si’, c/o Alessandro Simoneschi · Casella postale 414, CH-6908 Massagno, 079 375 82 45, rete.laudatosi@gmail.com
PROGRAMMA
Lunedì 22 novembre - Sala B – 1. Piano – Palazzo dei Congressi – Lugano
ore 17.45 Accoglienza dei partecipanti
ore 18.00 Cerimonia di apertura
Prof. Markus Krienke, Rete Laudato si’ e Cattedra Rosmini
Cristina Zanini Barzaghi, municipale a Lugano
Mons. Nicola Zanini, vicario generale
ore 18.30 Il Green Deal per i Grigioni: una storia di successo
Evento organizzato dall’Osservatore Democratico
Presentazione di Dr. Jon Domenic Parolini, Consigliere di Stato del Cantone dei Grigioni, Direttore del Dipartimento dell’educazione, cultura e protezione dell’ambiente dei Grigioni
ore 19.00 Tavola rotonda moderata e condotta da Roberto Porta, giornalista RSI, con:
Dr. Jon Domenic Parolini, Consigliere di Stato,
Dr. Christian Vitta, Consigliere di Stato,
Maddalena Ermotti-Lepori, Deputata in Gran Consiglio
20.00 Rinfresco offerto
20.30 Quale etica per costruire il futuro?
Evento organizzato da Associazione biblica della Svizzera italiana(ABSI) e Cattedra Rosmini
Dante, la Bibbia e l’etica per una comune umanità con il Prof. Ernesto Borghi, biblista, presidente Associazione biblica della Svizzera italiana (ABSI)
Dante e la relazione con l’altro con Filippo La Porta, saggista, giornalista e critico letterario italiano e autore del libro “Come un raggio nell’acqua. Dante e la relazione con l’altro”, Salerno Editore, Roma 2021
Moderazione: prof. Markus Krienke, Rete Laudato si’ e Cattedra Rosmini
ore 22.00 Fine della serata
Link Zoom per partecipazione in remoto
Link a Doodle per partecipazione in presenza
Martedì 23 novembre - Sala eventi OCST – Lugano
ore 18.15 Accoglienza dei partecipanti
ore 18.30 Saluti di benvenuto
Prof. Markus Krienke, Rete Laudato si’ e Cattedra Rosmini
Vieri Parmantier, Consigliere UCIT e responsabile UCIT Accademy
ore 18.35 Una speranza che passa da un cambiamento possibile. Il ruolo di imprese virtuose e azioni responsabili
Evento organizzato dall’Unione cristiana imprenditori ticinesi (UCIT)
Saluti:
Luca Rappazzo, presidente ACLI Ticino
Alessandro Simoneschi, coordinatore Rete Laudato si’
Vieri Parmantier, Consigliere UCIT e responsabile UCIT Academy
Intervento di contesto: Barbara Antonioli Mantegazzini, docente di economia all’Università della Svizzera Italiana
Moderazione: Gianfranco Fabi, giornalista, già vicedirettore del Sole24Ore
Interverranno:
Stefania Padoan, CEO Padoan Swiss SA
Franco Burlando, Co-fondatore Lighthouse Tech Sagl
Marialuisa Siccardi, Membro di Direzione di Medacta SA, della Fondazione Medacta for Life e di My School Ticino
Elisa Filippi, CEO TicInsect Sagl
Gian Carlo Cocco, Presidente Time to Mind SA e docente università E- campus
ore 20.00 Rinfresco offerto
ore 20.30 Saluti di benvenuto
Prof. Markus Krienke, Rete Laudato si’ e Cattedra Rosmini
ore 20.35 Una speranza che si fa concreta: Serata con sportivi paralimpici
Evento organizzato dalla Cattedra Rosmini
Interverranno:
Chiara Devittori, atleta paraolimpica svizzera, sci nordico
Massimo De Lorenzi, insegnate e psicologo dello sport
Cecilia Camellini, campionessa paralimpica di nuoto via Zoom
Modera: Cristina Vonzun, giornalista e direttrice del Centro Cattolico Media di Lugano (ComEc)
ore 22.00 Fine della serata
Link Zoom per partecipazione in remoto
Link a Doodle per partecipazione in presenza
Mercoledì 24 novembre - Istituto Elvetico - Lugano
ore 11.40 Il Festival delle scuole: speranza è responsabilità per il futuro con il Prof. Markus Krienke con le classi di IV Liceo
Link Zoom per partecipazione in remoto
Mercoledì 24 novembre - Sala eventi OCST – Lugano
Evento organizzato da Organizzazione cristiano sociale ticinese (OCST) e Associazioni cristiane lavoratori internazionali Ticino (ACLI Ticino)
ore 17.00 Tavoli pensanti dei partecipanti alla tavola rotonda “Giovani, responsabilità, ambiente: quale speranza per il futuro?”
ore 17.45 Accoglienza dei partecipanti
ore 18.00 Saluti di benvenuto
Luca Rappazzo, Rete Laudato si’ e ACLI Ticino
Benedetta Rigotti, responsabile OCST per la comunicazione
ore 18.05 Il lavoro che ci salverà. Quali prospettive per il Canton Ticino? – Evento organizzata da Acli Ticino e OCST
Interverranno:
Marco Bentivogli, sindacalista e autore del saggio “Il lavoro che ci salverà. Cura, innovazione e riscatto: una visione prospettica”
Andrea Puglia, sindacalista OCST
Modera e conduce Erica Lanzi, giornalista del Corriere del Ticino
ore 20.00 Rinfresco offerto da OCST
ore 20.30 Saluti di benvenuto
Prof. Markus Krienke, Rete Laudato si’ e Cattedra Rosmini
Alessandro Simoneschi, Rete Laudato si’ e Osservatore Democratico
ore 20.35 Giovani, responsabilità, ambiente: quale speranza per il futuro? – Evento organizzato dall’Osservatore Democratico e Cattedra Rosmini
Intervengono, tra gli altri: Damiano Oleggini, Angelo Sanker, Cristiano Calì, Giorgia Teser, Tommaso Merlini, Raffaele Danieletto, Emanuele Mobiglia, Camillo Jelmini (online), Nicole Agustoni, Fabio Sala
Modera e conduce: Prof. Emanuele Di Marco, docente FTL
ore 22.00 Fine della serata
Link Zoom per partecipazione in remoto
Link a Doodle per partecipazione in presenza
Giovedì 25 novembre - Collegio Papio – Ascona
ore 13.45 Il Festival delle scuole: speranza è responsabilità per il futuro con il Prof. Markus Krienke con le classi di III e IV Liceo
Link Zoom per partecipazione in remoto
Giovedì 25 novembre – Sala eventi OCST – Lugano
Eventi organizzato dall’Osservatore Democratico, da Sacrificio Quaresimale , da Cattedra Rosmini e dalla Conferenza Missionaria della Svizzera italiana (CMSI)
ore 17.45 Accoglienza dei partecipanti
ore 18.00 Saluti di benvenuto
Daria Lepori, Rete Laudato si’ e Sacrificio Quaresimale
Alessandro Simoneschi, Rete Laudato si’ e Osservatore Democratico
Prof. Markus Krienke, Rete Laudato si’ e Cattedra Rosmini
ore 18.05 Donne, futuro: speranza
Interverranno:
Lisa Boscolo, studente di master in sociologia e consigliera comunale
Valeria Camia, giornalista, Presidente dell’Osservatore Democratico
Bianca Martellini Bianchi, giurista, co-presidente FTAFPlus
Corinne Zaugg, giornalista e presidente dell’Unione cattolica femminile ticinese
Modera e conduce: Sara Tognola giornalista RSI
ore 20.00 Rinfresco
Ore 20.30 Voci dal mondo: Solidarietà, cooperazione, responsabilità.
Interverranno in presenza:
Frantel Antonio Soffiantini, missionario comboniano
Mauro Clerici, Presidente della Conferenza Missionaria della Svizzera italiana
e da remoto:
Don René Cabag CICM, docente di teologia alla Maryhill School of Theology di Manila
Don Stanislaw Skobel, docente di teologia all’Università Stefan Wyszynski di Varsavia
Prof.ssa Marijana Kompes, docente di teologia all’Università Cattolica di Zagabria
Prof. Gherardo Girardi, docente di economia e finanza alla St. Mary’s University di Londra
Don Jean Paulin Mbida Ngono, Direttore degli studi del seminario maggiore di Yaoundé Nkolbisson
Moderazione: Prof. Markus Krienke, docente FTL
Link Zoom per partecipazione in remoto
Link a Doodle per partecipazione in presenza
Durante l’evento aspettiamo il messaggio di Papa Francesco per il Festival 2021
Veglia d'Avvento della Diocesi di Lugano, mons. Lazzeri: "Gesù ci chiama a risollevarci dall’agitazione che ci ruba la vita”
Inizia con l’invito a “stupirci della luce” la Veglia d’Avvento con i giovani della Diocesi di Lugano, tenutasi questa sera nella Chiesa collegiata di Bellinzona, “per poter attendere con più speranza e più calma”. Moltissimi i giovani presenti, alcuni dei quali hanno dialogato a tu per tu con il Vescovo, mons. Lazzeri. Dopodiché, alcune profonde testimonianze dal Medio Oriente sul senso dell'attesa.
Inizia con l’invito a “stupirci della luce” la Veglia d’Avvento con i giovani della Diocesi di Lugano, tenutasi sabato sera nella Chiesa collegiata di Bellinzona, “per poter attendere con più speranza e più calma”.
[esf_wordpressimage id="30570"][/esf_wordpressimage]
Divisa in quattro momenti, il primo dei quali è stato la proclamazione del Vangelo e il commento del Vescovo mons. Lazzeri rivolti ai moltissimi giovani accorsi: “Siamo qui – ha esordito mons. Lazzeri – per operare una sorta di salvataggio dell’Avvento, dato che nel nostro odierno contesto è in pericolo, quasi un’immagine “inesistente”. Ricordo di aver letto, di recente, un titolo di giornale allarmante “L’albero è accesso ed è già Natale”. L’Avvento, nel nostro immaginario, non c’è più, è stato “inghiottito”. È a questo punto, allora, che vale la pena ricordare le parole della volpe al Piccolo Principe, nella favola di Saint-Exupery: “"Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore". È proprio questo a cui ci chiama l’Avvento: a pensare a quello che sta per avvenire. Un tempo speciale che vuole aprire i nostri orizzonti”.[esf_wordpressimage id="30572" height="auto" parallax="true" speed="0.2"][/esf_wordpressimage]
“Ogni epoca storica ci parla di popoli e gente preoccupati per il futuro, un futuro che non è più promessa, ma minaccia che incombe. Così, rischiamo di affrontare tutte le nostre giornate nell’angoscia, con la morte nel cuore. Ma noi sappiamo che l’orizzonte è molto più ampio, è la venuta di qualcuno e il nostro cuore è teso verso quella presenza, quel volto, quel nome, verso cui tutto il cosmo tende. Dunque, questa sera siamo qui per educarci, educarci a questa presenza e ad alzare la testa”.[esf_wordpressimage id="30571"][/esf_wordpressimage]
Dopodiché, una decina di ragazzi tra i 15 e i 30 anni, proprio perché le parole del Vangelo potessero essere attualizzate e restituire un senso anche questa sera, hanno esposto al Vescovo i loro dubbi, le loro domande, sorte dalla lettura del Vangelo di Luca:“Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. A me questa frase ha posto molti interrogativi – afferma Giovanni – Perché, mi chiedo, il cambiamento ci fa sempre paura e sempre lo associamo alla distruzione? Perché un cambiamento deve sempre essere qualcosa di negativo? Da dove arriva tutta questa paura?”[esf_wordpressimage id="30569"][/esf_wordpressimage]
“Andando avanti nella lettura del Vangelo, si legge che gli uomini moriranno per la paura dell’attesa”, sottolinea Marta. “Io sto per finire il liceo e devo scegliere cosa fare della mia vita. È un cambiamento forte. Sto entrando pienamente nel mondo e mai come prima d’ora ne percepisco la consistenza, anche i suoi dolori, e mi chiedo: come posso farvi fronte? Certo, un giorno saremo liberati da Gesù, ma fino a quel momento, come agire?”“A me – confida invece un altro ragazzo al Vescovo – ha colpito la frase State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano. È un ammonimento all’uomo, che spesso vive nella presunzione di potersela cavare senza essere aiutato. L’uomo fondamentalmente vive in uno stato di superbia. Invece, a confronto di una malattia di un mio caro, ho capito che è una necessità esistenziale sapere che la nostra vita non è solo nelle nostre mani”.[esf_wordpressimage id="30568" height="auto" parallax="true" speed="0.2"][/esf_wordpressimage]
“Ho capito che devo aggrapparmi a Cristo – dice un suo compagno – ma la Chiesa è fatta di uomini, che conoscono anche la corruzione. In che modo, dunque, la Chiesa può essere presenza di Dio sulla terra? E, secondariamente, dove sta il confine tra quello che dobbiamo fare noi e quello che deve fare Lui?”Poi Valentina: “Spesso nella vita sono sommersa dalle cose che mi succedono, ma quando mi rendo conto che da sola non ce la posso fare, è allora che mi affido e le cose iniziano ad andare meglio. Per me è questo che significa Vegliate in ogni momento”.Da ultimo, un giovane seminarista della Diocesi: “Ho deciso di dare tutta la mia vita al Signore ma spesso mi trovo confrontato con persone che non condividono la mia scelta, che mi mettono in difficoltà elencandomi i problemi che essa può comportare. Mi chiedo, allora, come mai sono io agli occhi della società quello strano, pur avendo fondato le mie sicurezze su Qualcuno che è eterno?”[esf_wordpressimage id="30574"][/esf_wordpressimage]
E quindi la risposta illuminante, rassicurante, paterna del Vescovo, mons. Lazzeri: “Una cosa è certa, cari ragazzi. Queste vostre domande mostrano bene come il Vangelo parli a noi oggi. E c’è, in fondo, l’esigenza di trovare il centro di questo Vangelo. Dalle vostre domande straordinarie, emerge una questione fondamentale del cuore dell'uomo, che si chiede: "dove posso appogiarmi? Infatti, tutto intorno a noi è in continuo movimento, in continua evoluzione. L’uomo antico guardava il cosmo e individuava nelle stelle l’immagine della stabilità. Ma si è presto reso conto che questo grande meccanismo celeste non soddisfava la sua sete di stabilità fino in fondo. Noi vogliamo essere profondamente sicuri. E Gesù lo sapeva. Anche noi oggi non sappiamo su cosa poggiarci. Ma con Lui c’è la solidità dell’amore. La mia relazione con Gesù non passerà mai. L’Avvento è questo: l’annuncio di un orizzonte solido, che sin da ora intuisco”.“Parlate anche nelle vostre domande di cambiamenti grossi, come quelli climatici, che causano paura. Appena intuiamo che le cose non sono stabili, ci lasciamo prendere dalla paura, invece di compiere il vero gesto rivoluzionario: credere. Dio ci ha dato la libertà di sottrarci dalla paura, questa è la verità. Si preoccupa l’uomo che non conosce il Vangelo. Ma noi scegliamo di sperare nonostante tutto. Dunque, torno a ripeterlo, l’Avvento è un tempo per educare il cuore. Chiediamoci: quante volte abbiamo perso energie inutili per preparare il nostro futuro, che poi non si è neanche compiuto come avevamo previsto? Quante energie spese ad inseguire la voce della nostra paura? Per cercare di dimenticare che abbiamo paura facciamo di tutto. Ma la scelta della fede fa intuire qualcosa di nuovo. Possiamo accendere una luce che trasforma. Avete forse mai visto una candela, per quanto piccola, essere spenta dalle tenebre? Gesù ci chiama a risollevarci dall’agitazione che ci ruba la vita”.[esf_wordpressimage id="30573"][/esf_wordpressimage]
Quindi, da parte del Vescovo, la proposta a tutti i giovani, di un piccolo esercizio per questo tempo d’Avvento: “Lo chiamerò il gioco del 3, del 5, del 7 e del 10: durante la prima settimana di Avvento, prendetevi del tempo per fare durante le vostre giornate 3 minuti di silenzio, per passare “dalla sponda della paura” alla “sponda della fiducia” e fare un regalo a Colui che viene; la seconda settimana ne farete 5, la terza 7 e l’ultima ben 10. Così, darete al Bambino che nasce un morbido silenzio su cui riposare”.A concludere la serata, alcune testimonianze video dal Medio Oriente sul senso dell’attesa, suggeriti dagli organizzatori di Ogni20alle20. “Per me l’attesa – racconta padre Ielpo, Commissario della Custodia di Terra Santa – è quotidiana. È l’attesa che il Signore si manifesti nella vita di tutti i giorni, come lo sposo che aspetta la sposa. Il nostro cuore è nutrito da un eterno desiderio”. Un sacerdote caldeo, invece, consiglia “di non maledire la tenebra ma essere luce”.
Insomma, una Veglia, anche quest’anno, davvero coinvolgente (a partire dalla presenza di un folto gruppo di cantori), ricca di spunti di riflessione, ma soprattutto molto umana, di quell’umanità viva e fresca che solo i giovani con i loro interrogativi – ma che sono per finire gli interrogativi di tutti, anche di chi non li ammette – riescono a dare. Con un insegnamento profondo: interrogare il Vangelo è il primo passo verso la conversione del cuore.
Anche dalla nostra redazione i migliori auguri per un buon cammino d’Avvento!
(red)
Il commento ai Vangeli domenicali del calendario romano e ambrosiano
«Il Vangelo in Casa» di Caritas Tv prosegue la sua navigazione tra i flutti delle Sacre scritture con un nuovo nocchiero. Don Sergio Carettoni racconterà le domeniche di maggio dal parco della Clinica Luganese Moncucco, dove da qualche anno è cappellano. Per il calendario ambrosiano invece la voce di Madre Sofia Cichetti, Abadessa del monastero benedettino di Claro.
Calendario romano - Domenica 5 maggio: Gv 21, 1-19
Dalle sponde del lago di Lugano a quelle del lago di Tiberiade. «Il Vangelo in Casa» di Caritas Tv prosegue la sua navigazione tra i flutti delle Sacre scritture con un nuovo nocchiero. Don Sergio Carettoni racconterà le domeniche di maggio dal parco della Clinica Luganese Moncucco, dove da qualche anno è cappellano. «La terza domenica di Pasqua» esordisce Dante Balbo «ci propone un Vangelo particolare: è lunghissimo, quasi tutto il ventunesimo capitolo del testo di Giovanni. Poi, perché racconta di una pesca». Che diventerà miracolosa, ma prima non lo è affatto: lo sa bene Pietro. «Infatti tutto nasce dal suo progetto di tornare a pescare e di coinvolgere, in questo, gli apostoli» racconta don Sergio. «Nel fallimento di una pesca a reti vuote compare Gesù. Che nel frattempo, da bravo ospite, aveva preparato sulle sponde il necessario per mangiare». Il suo arrivo non è solo provvidenziale per le sorti del banchetto, ma anche per illuminare gli apostoli con la vista di una nuova prospettiva dopo un fallimento, efficacemente metaforizzata dall’inversione del lato della barca da cui gettare le reti.
«Ma questo è anche il Vangelo delle grandi domande che Gesù fa a Pietro» ricorda Dante Balbo «che fanno da contraltare alle tre volte in cui egli rinnega Gesù. Un dialogo anomalo, con la ripetizione della stessa domanda tre volte». Don Sergio non ha dubbi sul motivo di quella insistenza: «Gesù rispetta la posizione di Pietro e i suoi piedi conficcati nel terreno: ti voglio bene, sei tutto per me. Il Messia, invece, scende i gradini di un amore che è prima totale, poi è passione, poi affezione, fino ad incontrare Pietro dove sono le sue convinzioni». Quella giornata, in cui per la terza volta Gesù si manifesta ai discepoli dopo la resurrezione, la immaginiamo conviviale, tra il crepitio delle braci e il profumo del pesce arrostito.
«Questo perché Gesù realizza le sue relazioni anche a tavola, dove si spezza il pane, dove è Lui a spezzarsi per noi invitandoci alla cena eucaristica », sottolinea don Sergio Carettoni. «L’eucarestia ci coinvolge. Non siamo in quella pagina di Vangelo di duemila anni fa, ma abbiamo ricevuto lo stesso invito: vieni a mangiare». In quell’invito, anche la dimensione di servizio. «Infatti, alle domande seguono le missioni che Gesù affida al suo discepolo prediletto: pascere e custodire la comunità. È un chiaro collegamento alla missione di Pietro, che da pescatore di pesci lo diventa di uomini: un raccolto che capovolge l’esperienza con la barca e le reti. Qui il discepolo raccoglierà uomini dal mare della vita, portandoli a riva, verso la salvezza».
Cristiano Proia
Calendario ambrosiano - Domenica 5 maggio: Gv 8, 12-19
In questo passo evangelico mi sembra che il tema centrale, insieme con quello della vita e del rapporto unico di Gesù con il Padre, sia quello della luce. Gesù stesso si proclama Luce, anzi la luce dell’universo per eccellenza. «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». Gesù pronuncia queste parole nel Tempio alla fine della Festa delle Capanne, in cui scandalizza i farisei per le sue affermazioni rivoluzionarie e secondo loro blasfeme, contro Dio. Infatti nel Vecchio Testamento la «luce» indicava tutto ciò che rischiarava la via verso Dio, come la Legge, la Sapienza, la Parola stessa di Dio. Ma ora nel Nuovo Testamento luce è Cristo stesso paragonabile alla nube luminosa dell’Esodo, e nel contempo ogni cristiano che manifesta Dio agli occhi del mondo. La luce è il simbolo della vita, della pienezza della gioia, della felicità, perciò Gesù può dire ben a ragione che Lui stesso è la luce del mondo e chi lo segue non cammina nelle tenebre, ma nella luce della vita. Infatti le tenebre sono il simbolo della morte, di tristezza e di tribolazione, anche a livello fisico, basti pensare ad una piantina chiusa per giorni in una stanza buia. Alle tenebre si oppone decisamente la luce del Cristo-luce che non solo illumina, ma libera e dona vita nuova per andare al Padre.
[caption id="attachment_34571" align="alignright" width="295"] Suor Maria Sofia Cichetti, Abbadessa di Claro.[/caption]A questo punto possiamo chiederci: noi siamo figli della luce o delle tenebre? Viviamo sotto l’influsso della luce di Cristo o delle tenebre, del male, di Satana? Domanda che dobbiamo farci coraggiosamente perché la venuta di Gesù-Luce ci obbliga a prendere una decisione esistenziale pro o contro di essa, ma sempre con l’ispirazione e il sostegno dello Spirito Santo che ci dona la certezza di fede che le tenebre del male imperanti nel mondo, e talvolta anche in noi stessi, spariranno e saranno vinte dalla Luce del Cristo morto e risorto per la nostra salvezza. All’accusa dei Farisei che la testimonianza di Gesù su se stesso non è vera, Egli risponde che il vero testimone del Figlio è Lui stesso, perché Egli solo conosce il mistero soprannaturale del suo essere Figlio del Padre con cui intesse un mistero eterno di amore. Essi giudicano secondo la carne, un giudizio puramente umano secondo le apparenze, e perciò non riescono ad attingere la sua vera identità divina. S. Agostino a tal proposito afferma che «essi non vedono risplendere nella carne la gloria del Figlio di Dio». Cerchiamo di camminare come figli della luce e, come dice S. Benedetto nella sua aurea Regola, «cingiamo i nostri fianchi con la fede e con la pratica delle buone opere e guidati dal Vangelo incamminiamoci per le sue vie, per meritare di vedere Colui che ci ha chiamati al suo regno».
Madre Sofia Cichetti
Una donna diventa Segretario Generale del Governatorato della Città del Vaticano
Quella attribuita a suor Raffaella Petrini è la carica più alta fino ad oggi assegnata ad una donna in Vaticano.
Papa Francesco ha nominato segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano suor Raffaella Petrini, delle Suore Francescane dell'Eucaristia, dal 2005 officiale della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Nata a Roma il 15 gennaio 1969, ha conseguito la Laurea in Scienze Politiche presso la Libera Università Internazionale degli Studi Guido Carli e il Dottorato presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, dove è attualmente Docente. Quella a segretario generale è la carica più alta fino ad oggi attribuita ad una donna in Vaticano.
Atrapasueños ~ Acchiappasogni
Orfanotrofio. Spesso ne hanno solo sentito parlare le orecchie, li hanno visti gli occhi nei film. Ora le mie mani hanno toccato, gli occhi visto senza un televisore di mezzo, le orecchie ascoltato i pianti e le loro voci.
Orfanotrofio. Spesso ne hanno solo sentito parlare le orecchie, li hanno visti gli occhi nei film.. Ora le mie mani hanno toccato, gli occhi visto senza un televisore di mezzo, le orecchie ascoltato i pianti e le loro voci. Sapete quando vedete cadere una stella cadente, che si dice "esprimi un desiderio"? O quando una coccinella si poggia sul dorso della mano? Quando soffi le candele sulla torta del tuo compleanno? Da anni non ho il desiderio da esprimere. Ho già tutto, e mi sento anche troppo fortunata. Ho una mamma, un papà, un fratello che non smetto di amare anche se non mi ama come lo amo io, una nipotina che è il sorriso dei cuori, un fidanzato che mi aiuta a camminare come fosse diventato la mia gamba destra ed io la sua sinistra, Amici da contare sulle dita di una mano. Io una famiglia ce l'ho, anche se sparsa qua e là come pezzi di un puzzle. Ma entrata fra quelle mura avrei voluto riavere indietro tutti i miei desideri inespressi, il fumo delle candele che si dissolve, la coccinella che mi ha rubato un sorriso, le stelle che illuminano notti. Averlo qui e poter desiderare una famiglia per ogni bambino. Un papà. Perché quei bambini hanno suore e volontarie che fanno loro da mamma. Ma gli manca qualcosa, qualcuno. Nulla potrà mai ridargli la sua mamma e il suo papà. Io su quelle candeline voglio chiedere una famiglia che possa crescere nell'Amore quei figli. Quella bambina appena arrivata che non smette di piangere neanche per respirare, che vuole essere presa in braccio e non scendere più, non mollare mai la sua mamma. Chiudo gli occhi e ricordo quell'odore di casa, quell'odore di mamma. Che la tua mamma conserva anche quando sei cresciuta, l'annusi ed è sempre quello. Buono, caldo ed accogliente. Ti rassicura e ti fa sentire protetta. Mi auguro che quel profumo, anche se diverso, possa tornare nei nasi di quei bimbi. Che smettendo di piangere tornino a respirare il candido profumo dei fiori. Niños, è giunta l'ora di augurarvi la "buena noche", e mi è difficile perchè chiudo gli occhi e vi vedo lì, nelle camerate che pensavo fosserò solo la sceneggiatura dei film. In quei letti senza comodini, tutti uguali, in fila, con lo stesso lenzuolo. Ordinato, senza lenzuola stropicciate e letti sfatti. Senza peluche lanciati in giro. Come fanno i vostri sogni a ricordarsi dove dormono? Chissà che questo vento stanotte possa ascoltarmi, venirvi a cantare una dolce buona notte e a cullarvi sopra ad una foglia. Che il soffitto della casa "San Lorenzo" possa diventare il cielo con quelle milioni di stelle che speriamo con il naso all'insù ogni dieci d'agosto. Questa mia ultima notte boliviana, i miei sogni e i miei desideri sono dedicati a voi. Affinché possiate acchiappare quel sogno e trovarvi in un villaggio, correre nei suoi prati verdi, sedervi in grandi tavolate e ricevere la carezza di mamme e babbi. Crescere come girasoli, grandi uomini che sanno piangere e con le proprie lacrime far nascere margherite dai palmi delle mani di Daiana Bisi
Azione cattolica ticinese: nominato l'assistente del settore ragazzi
Il Vescovo, mons. Alain De Raemy, ha ratificato le nomine e scelto l'assistente del settore ragazzi nella persona di don Kamil Cielinski.
Durante l’assemblea diocesana di Azione cattolica del 6 maggio scorso sono stati eletti i responsabili dell’associazione per il prossimo triennio. Ora il Vescovo, mons. Alain De Raemy, ha ratificato le nomine e scelto l'assistente del settore ragazzi nella persona di don Kamil Cielinski.
In un comunicato il vescovo afferma: "Con piacere, richiamati gli opportuni disposti del vigente statuto ACT (21 novembre 2004), in particolare l’Art. 12, ratifico le suddette designazioni nelle persone di: Lara ALLEGRI, Filippo DI PETTO, Alessia FANTONI, Roberto GHIAZZA, Gabriele HESS, Luigi MAFFEZZOLI, Nadine MOLTENI, Carlotta MONTAGNER, Dennis PELLEGRINI, Noemi STANGA BERNASCONI e Giancarlo SEITZ. Inoltre, richiamato l'Art. 22 del predetto statuto, nonché le opportune norme canoniche, confermo il Rev. Angelo RUSPINI quale Assistente generale, e nomino il Rev. Rolando LEO Assistente del Settore giovani e il Rev. Kamil CIELINSKI Assistente del Settore ragazzi. Il mandato ha una durata di tre anni, con scadenza al 5 maggio 2026, conformemente all’Art. 19 dello statuto".
Un’associazione rivolta a tutti
L’Azione cattolica nel mondo è un’associazione di laici voluta dalla stessa Chiesa per l’evangelizzazione delle persone e delle realtà in cui è radicata la parrocchia. In stretta connessione con il vescovo di ogni diocesi. Offre un’esperienza di vita e di fede, personale e comunitaria, attraverso una proposta formativa attenta alla vita, illuminata dal Vangelo e orientata alla missione, nella corresponsabilità. L’Azione cattolica è per tutti: bambini, giovani e adulti, famiglie ed ha dei preti assistenti per le diverse fasce d’età che la costituiscono. Essa rappresenta un ministero laicale associato nella Chiesa, riconosciuto come tale dal Concilio Vaticano II. L’Associazione è presente in una decina di Paesi europei, e in altrettanti in Africa e Americhe. In Ticino è stata fondata nel 1861 ed ha contato negli anni tra i suoi membri figure prestigiose di laici impegnati in politica, nell’educazione e in altri campi, tra questi Giuseppe Motta di Airolo (1871 – 1940) che fu Consigliere federale. L’Azione cattolica ticinese (ACT) ha un ramo femminile, l’Unione femminile cattolica ticinese (UFCT), costituito da donne che nella storia del Ticino sono state importanti pioniere nel campo dei diritti della donna in politica e nella Chiesa. Nel dopo Concilio, negli anni ’70 e ’80, l’ACT affrontò una crisi. Nel 1989, grazie all’allora vescovo di Lugano Eugenio Corecco, l’ACT ebbe un rilancio con un congresso cantonale che contribuì ad una rinnovata aggregazione di laici, soprattutto giovani.
Leggi anche l’intervista alla presidente, Lara Allegri: «L’Azione cattolica ticinese sogna una Chiesa aperta»
Incontro vocazionale dei focolari: la chiamata al di là dei propri limiti
VOCeinAZIONE” ha riuniito giovani di tutto il mondo, dai 18 ai 35 anni, nella “Mariapoli Foco” di Montet (Svizzera) dall’8 al 10 aprile del 2022.
“Il mondo vive momenti di tensioni, guerre e sofferenze.
Ti sei mai chiesto: Qual è il disegno di Dio sull’umanità? Qual è il disegno di Dio su di te?
Più che mai vogliamo ascoltare ‘Quella voce’ per concretizzare “insieme” quel disegno.”
Questo l’invito di “VOCeinAZIONE” indirizzato a giovani di tutto il mondo, dai 18 a1 35 anni, che si è svolto nella “Mariapoli Foco” di Montet dall’8 al 10 aprile del 2022. La risposta positiva dei 300 punti di ascolto e dei partecipanti di oltre 65 nazionalità, collegati via Zoom, attesta l’attualità della proposta.
Affrontando la realtà del mondo piena di tanti rumori, violenze e guerre si è confermata la consapevolezza che anche ora il seminatore, Gesù, non trascura di fare il suo lavoro… cioè di gettare il seme. La sua riuscita dipenderà dalla “terra”, cioè dalla risposta dell’anima, del cuore, di chi lo riceve, per incominciare un cammino di realizzazione personale e comunitaria.
Importante la “passeggiata”, intitolata “Camminare dentro e fuori”, dove si poteva individuare, tra le “priorità” di questo momento della vita personale di ognuno/a, ciò che può essere l’inizio di una scelta. Tommaso Bertolasi, filosofo e ricercatore presso l’Istituto Universitario Sophia , a proposito della paura di non farcela, diceva: “La chiamata la fa Dio, e va al di là delle tue mancanze, dei tuoi limiti e paure…”.
Non c’è vocazione senza “discernimento”. I giovani si sono lasciati guidare dalle parole di Papa Francesco, che in mezzo ad altre indicazioni dice: “Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce (…) perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. (…) spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore»” .
E’ seguito un momento di ‘vita comunitaria’. I giovani partecipanti in presenza hanno vissuto - attraverso momenti di condivisione, di giochi, di preparazione e consumo del pranzo - un’esperienza di comunione.
A conclusione, i focolarini e le focolarine della scuola di formazione, con le loro storie ed esperienze, hanno testimoniato come, avendo ascoltando “quella voce”, hanno “lasciato tutto”. Si sono incamminati al seguito di Gesù, preparandosi a portare dove saranno la vita del Vangelo e dare il loro personale contributo alla realizzazione del testamento di Gesù: che “tutti siano uno” . E far sperimentare al mondo la vera pace.
Il risultato finale della semina, non si conoscerà subito, forse sarà necessario tempo per smuovere la terra, per annaffiarla … e potrà cadere qualche grandinata, con gravi danni alla pianticella appena nata… Ma già, durante o subito dopo l’esperienza di VOCeinAZIONE, tanti dei partecipanti hanno condiviso un primo “segnale” che i semi erano caduti nella buona terra.
Nelson Benitez
VOCeinAZIONE è un incontro vocazionale per giovani realizzato nella Mariapoli Foco, di Montet (Svizzera), nato nel 2019 e arrivato ormai alla sua quinta edizione. È organizzato e realizzato dai giovani della Scuola delle focolarine e dei focolarini. In questo incontro, si fa accenno a tutte le vocazioni … cioè al matrimonio, alla vita religiosa, sacerdotale e alla vocazione al Focolare. Una realtà, nata nella chiesa cattolica nel 1943, in piena seconda guerra mondiale a Trento, Italia, con il Movimento dei Focolari e la sua fondatrice Chiara Lubich. Questi focolarini, sono uomini e donne che si donano concretamente a Dio, in comunità chiamate Focolari. In queste comunità sono presenti anche i focolarini sposati che, fedeli al loro stato di vita, sono anche membri del focolare.
Indirizzo e mail: info@focolari-montet.ch, https://www.sophiauniversity.org/it/
La lectio Divina
La prima lectio Divina della storia è stata impartita da Gesù ai discepoli di Emmaus, quando, lungo il cammino, spiegò loro il senso delle Scritture (profezie dell’Antico Testamento), che si sarebbero realizzate in lui.
La prima lectio Divina della storia è stata impartita da Gesù ai discepoli di Emmaus, quando, lungo il cammino, spiegò loro il senso delle Scritture (profezie dell’Antico Testamento), che si sarebbero realizzate in lui. Nella sua ultima lettera pastorale, il vescovo Valerio, ci invita a riscoprire questa antica pratica. La Parola, infatti, ci plasma, converte le nostre vite e ci aiuta a pensare non secondo la logica umana ma secondo Dio. Personalmente ho sempre avuto difficoltà ad applicare la lectio con i suoi cinque punti. Il mio piccolo metodo è quello di leggere attentamente il testo e di imparare a memoria una frase che mi ha colpito particolarmente, per ricordarla poi durante tutto il giorno, come un sottofondo di una dolce melodia. I protestanti hanno molto più familiarità di noi cattolici con la Sacra Scrittura. Il Concilio esorta i fedeli a ritornare alle origini della nostra fede e a riscoprire il libro Sacro. Molti laici, certamente, attingono regolarmente alle S. Scritture e ne fanno oggetto di meditazione ma forse si può fare di più. “La Scrittura parla di Cristo e ci indirizza all’amore”, così afferma S. Agostino. Il salterio ha il suo inizio con il salmo 1 che così recita: “Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi e non indugia nella via dei peccatori…, ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte”. E’ cosa buona meditare le letture della messa del giorno che la Chiesa di propone, anche per chi non può partecipare alla liturgia quotidiana, o leggere la Bibbia in modo continuato cominciando magari dal Vangeli. Le divine Scritture sono come una lampada che illumina il nostro cammino di viandanti: “ Il nostro cibo quotidiano su questa terra è la Parola di Dio…e come la notte non spegne il brillare delle stelle in cielo, così il male del mondo non abbatta l’animo dei fedeli che rimangono saldi nel firmamento della divina Scrittura…Scrivete la Parola di Dio nei vostri cuori, nei vostri costumi e non si cancellerà mai” (S. Agostino). Che la Bibbia diventi il nostro libro più caro, fonte di saggezza e di sapienza; ispiri le nostre preghiere e le nostre azioni per crescere con lo sguardo fisso su Gesù, autore e perfezionatore della nostra fede. di Suor Sandra Künzli
La povertà in Svizzera rimane elevata
Inflazione, premi della cassa malati e rincaro degli affitti come rischi supplementari di povertà.
Secondo le ultime cifre pubblicate dall’Ufficio federale di statistica, la povertà in Svizzera resta a livelli elevati e tocca 745 000 persone. Caritas Svizzera esprime preoccupazione a riguardo e chiede a Confederazione, Cantoni e Comuni di non lasciare soli i soggetti in difficoltà e di adottare misure mirate per sradicare la povertà.
In Svizzera - come si legge nel recente comunicato stampa di Caritas Svizzera - nel 2021, 745 000 persone, tra cui 134 000 bambini, vivevano in condizioni di indigenza. La percentuale di persone in difficoltà è aumentata rispetto all’anno precedente e rimane a livelli elevati. Quasi un quinto della popolazione in Svizzera non è in grado di pagare una spesa imprevista di 2500 franchi, come ad esempio una fattura del dentista. Il numero di lavoratori poveri (working poor) resta sempre elevato attestandosi a 157 000 unità. Anche i bambini e i familiari che vivono nella stessa economia domestica e che non esercitano un’attività lucrativa sono colpiti da questo fenomeno. Il numero di indigenti, nonostante la presenza di un reddito da lavoro nello stesso nucleo familiare, si attesta complessivamente a 305 000 unità.
«Si tratta di cifre preoccupanti, dal momento che il tasso di povertà in Svizzera è aumentato costantemente e in modo significativo già dal 2014», afferma Andreas Lustenberger, responsabile del settore Studi scientifici e politica presso Caritas Svizzera. Nonostante una buona situazione economica generale, negli scorsi anni non è stato possibile invertire questa tendenza e ridurre l’indigenza in Svizzera. In seguito alla pandemia e all’attuale incremento del costo della vita nonché al forte rincaro dei premi della cassa malati e degli affitti, ancora più persone si ritrovano in difficoltà finanziarie.
Richieste di aiuto in aumento
Sempre più persone si rivolgono a Caritas per chiedere un sostegno. La domanda di prodotti alimentari a prezzi ridotti e di articoli per l’uso quotidiano è salita. Gli acquisti effettuati nei 22 mercati Caritas nel primo trimestre sono aumentati di quasi il 40 per cento rispetto al 2022, anno in cui erano già state registrate cifre record.
In alcune regioni, Caritas non riesce a soddisfare le numerose richieste di consulenza sociale e sul risanamento dei debiti. Anche il ricorso all’aiuto finanziario individuale da parte di coloro che vivono in situazioni di grave difficoltà è più frequente. Motivo di forte preoccupazione è dato anche dall’imminente conguaglio annuale delle spese accessorie che rischia di compromettere i budget di molte famiglie, già di per sé limitati.
Appello alla politica
Caritas chiede a Confederazione, Cantoni e Comuni di non lasciare soli i soggetti in difficoltà e di adottare misure mirate per sradicare la povertà. «Chiediamo l’adozione di provvedimenti adeguati contro l’attuale inflazione e i rincari dei prezzi. In particolare, urge un aumento delle riduzioni dei premi della cassa malati», afferma Andreas Lustenberger. Occorrono inoltre contributi di sostegno individuali per le persone bisognose, ma anche misure a lungo termine per combattere le cause strutturali della povertà, come evidenziato da Caritas nel suo Appello per una Svizzera senza povertà. Queste includono, tra l’altro, salari in grado di assicurare il sostentamento, servizi di accoglienza dell’infanzia finanziariamente sostenibili e un maggior numero di alloggi a prezzi accessibili. «L’indigenza è un problema comune all’intera società che coinvolge diversi settori politici e che va affrontato ad ogni livello», sottolinea Lustenberger. Caritas Svizzera chiede pertanto l’adozione di una strategia nazionale contro la povertà.
Orlando: le armi, un peccato originale USA
L'alba tragica di Orlando in Florida, coi suoi cinquanta morti, non ha cambiato l'ormai consolidata sceneggiatura della liturgia politico-mediatica che segue i "mass shootings" negli Stati Uniti. La classe politica utilizza la preghiera per le vittime come diversivo per non affrontare dal punto di vista legislativo la questione della libera circolazione delle armi.
L'alba tragica di Orlando in Florida, coi suoi cinquanta morti, non ha cambiato l'ormai consolidata sceneggiatura della liturgia politico-mediatica che segue i "mass shootings" negli Stati Uniti: il breaking news in televisione, lo stillicidio di notizie e commenti sui social media, il discorso del presidente a una nazione ormai mitridatizzata a questo tipo di veleno, l'espressione di condoglianze da parte di una classe politica che utilizza la preghiera per le vittime come diversivo per non affrontare dal punto di vista legislativo la questione della libera circolazione delle armi.
È una liturgia che cadeva, dopo il massacro di Orlando, proprio di domenica mattina, a rendere ancora più insopportabile l'ipocrisia di un paese che non vuole dirsi la verità. E non è detto che inizi a dirsi la verità solo perché questa strage al nightclub gay ha battuto tutti i record. L'America non vuole dirsi che c'entrano sia le centinaia di milioni (sic) di armi da fuoco che girano senza veri controlli in America; non vuole dirsi che c'entra l'odio contro gay e lesbiche seminato più dalle chiese che dalle moschee in America; non vuole dirsi che la rabbia espressa dall'elettorato di Trump ha portato ad un clima di paura di alimentare la xenofobia, l'islamofobia e il razzismo che il candidato presidente dei repubblicani porta con orgoglio come il cappello rosso "Make America Great Again".È un'America in grave crisi politica e civile quella di questa estate pre-elettorale 2016; è un'America che pare non riuscire a contare su se stessa, su una questione come quella delle armi su cui solo gli americani possono trovare una soluzione. Sorprende che l'amor d'America dei neoconservatori di casa nostra e la loro desiderante paura di una nuova versione della guerra dell'Islam all'Occidente abbagli anche quelli che tra di loro l'America la conoscono. Spiace dover polemizzare con "Il Foglio" che (come ho già detto in altre occasioni) capisce l'America profonda meglio di altri. Ma accusare il presidente Obama di tacere sulle radici islamiste della strage nel locale gay di Orlando significa a propria volta tacere sulle radici ancora più profonde di questa violenza endemica.Da un lato, è indubbio che non si può comprendere l'attacco al locale di Orlando senza considerare l'odio omofobo (come invece hanno fatto i leader repubblicani). Ma la violenza omicida omofoba in America non nasce con la presenza islamica in America o con il rischio infiltrazione da parte di elementi influenzati dall'Islam radicale. Basti vedere i rapporti tra certi elementi delle gerarchie ecclesiastiche cattoliche e i blogger cattolici omofobi negli Stati Uniti (uno dei quali di recente ha ammesso di aver avuto in passato una relazione omosessuale). Dire che nessun cattolico ha fatto strage di gay e lesbiche in America significa tacere sul clima di violenza verbale e di intimidazione creato attorno a chi nella chiesa cattolica si batte per un nuovo linguaggio sulla questione LGBTQ. Basta chiedere a un gesuita come James Martin (bersagliato quotidianamente da "hate messages"), al giornalista Tony Spence (licenziato dai vescovi americani per aver criticato le leggi sulla libertà religiosa dal chiaro contenuto anti-gay in North Carolina e Georgia). Basti vedere il tipo di accoglienza che ricevette da parte del conservatorismo cattolico americano l'ormai famoso "chi sono io per giudicare?" di papa Francesco nel luglio di tre anni fa.
Dall'altro lato, qualsiasi statistica sulla violenza da armi da fuoco negli Stati Uniti negli ultimi due, cinque, dieci, quindici o venti anni, dice che il problema non è la radice islamista (o cristianista) di chi usa le armi, ma il fatto che le armi sono reperibili e acquistabili in mille modi diversi da chiunque. La questione non nasce con Al Qaeda, con l'11 settembre 2001, o con ISIS, come non nasceva con il Ku Klux Klan. La circolazione delle armi in America è uno dei peccati originali del progetto nazionale degli Stati Uniti, assieme alla colonizzazione che condusse all'eliminazione dei popoli "nativi" e alla schiavitù degli africani in America. L'interpretazione "originalista" del Secondo Emendamento alla Costituzione è una foglia di fico giuridica che non nasconde la simbologia politica del mito del cittadino armato.
Non c'è da stupirsi che Obama sia stato reso inerte di fronte alla questione: eleggere un presidente nero era di per sé un attentato al monopolio del potere dell'America bianca costruito anche da quella tradizione di cittadinanza armata. Gli stessi che ora si strappano i capelli sull'inazione di Obama di fronte alle stragi sono gli stessi che per otto anni (ancora da prima che fosse eletto presidente) hanno montato la campagna di delegittimazione della sua personalità politica anche a base di "Obama verrà a prendere le vostre armi". Negli ultimi anni alcuni stati hanno liberalizzato la circolazione delle armi negli esercizi pubblici, e finanche sui campus universitari; in alcune università si tengono per i docenti dei seminari su come gestire le situazioni pericolose e su come evitare di far scattare la violenza in studenti che potrebbero essere armati. È molto più complicato rifare la patente da uno stato all'altro (come mi sta capitando in questi giorni) che comprare un'arma da guerra. La paralisi sulla questione delle armi non è solo politica, ma anche culturale: tra i cattolici americani, sembra ancora impossibile accordarsi tra cattolici democratici e repubblicani sul fatto che la questione del controllo delle armi è una questione pro-life non meno seria dell'aborto e dell'eutanasia.
Il sottoscritto non è un ammiratore acritico di Barack Obama. Come il kennedismo, l'obamismo è stato più una dichiarazione di stile che un cambio di regime. Per tacere della sua politica estera mediorientale, va detto che il realismo niebuhriano di Obama non lo aiuta quando deve gestire la tensione tra potere dello Stato e legge religiosa, come gli accadde all'inizio della controversia coi vescovi americani circa la legge di riforma sanitaria. Se c'è una critica da fare a Obama, è il suo ritardo nell'affrontare la questione: solo per fare un esempio, nel lungo discorso per la strage di Tucson del gennaio 2011 (che colpì la parlamentare Gabriel Giffords) c'è solo un breve e timido passaggio a proposito del controllo sulle armi. Accusarlo di tacere della radice islamista della strage di Orlando significa ignorare non solo la causa prima della violenza in America, ma anche ignorare i recenti tentativi di Obama di superare l'inazione della classe politica sul controllo delle armi proprio facendo leva sul rischio di individui radicalizzati sul suolo americano http://www.pbs.org/newshour/bb/obama-to-gun-owners-im-not-looking-to-disarm-you/. È inverosimile accusare Obama di essere "soft on radical Islam" - di essere morbido con l'islamismo radicale. A meno che non ci si chiami Donald Trump.MASSIMO FAGGIOLI, Huffington Post, 13 giugno 2016
La riflessione ai Vangeli di domenica 17 ottobre
I commenti di Dante Balbo e don Giuseppe Grampa.
Calendario romano
Anno B / Mc 10, 35-45 / XXIX Domenica del Tempo ordinario
Non c’è primato se non nel donarsi
di Dante Balbo*
Abbiamo un Dio onnipotente, generoso e buono, misericordioso e ricco di grazia. Abbiamo un fratello che ben conosce il patire, che ha condiviso tutto con noi, che è morto per noi, anzi, per noi è risuscitato.
Siamo tentati allora a volte di sentirci in diritto di chiedere e, quando non veniamo esauditi, siamo delusi, tristi, a volte così arrabbiati da abbandonare la fede che ci aveva permesso di fare la nostra richiesta.
Non è una novità del nostro tempo, ci ricorda don Willy Volonté commentando il Vangelo di questa domenica, in cui due fratelli, apostoli, in altro vangelo spinti dalla madre ambiziosa per loro, chiedono un posto speciale nel governo messianico: oggi l'equivalente di primo ministro e ministro degli esteri.
Gesù non li rimprovera, ma pone loro una domanda cruciale: «Siete capaci di bere il calice che io bevo?», quello stesso calice che accetterà dal Padre nell'orto degli ulivi.
Al di là della vicenda particolare, il maestro ne approfitta per riportare l'ambizione anche legittima nella logica che lui stesso applica in modo ferreo e conseguente: non c'è primato se non nel dono.
Il dono non è qualcosa di astratto. Di Gesù dice la lettera ai Filippesi che svuotò sé stesso assumendo la condizione di schiavo, colui che serve senza discutere, che prima dei diritti accoglie il servizio. Non è né Gesù, né la Chiesa a promuovere la schiavitù, che anzi fu condannata fin dall'inizio, anche se ci vollero 19 secoli perché fosse abolita e oggi si ripete con nuove agghiaccianti forme, ma conclude don Willy che forse oggi «vi sono lacune gravi nel corpo sociale e politico, perché pochi sentono di essere servitori degli altri: si vogliono tanti diritti e si riconoscono pochi doveri. Gesù, il Signore di tutti, è venuto nel mondo non per essere servito, ma per servire». Nel giardino del Re, quello della scelta decisiva, «l'erba voglio», non c'è.
*Dalla rubrica televisiva Il Respiro spirituale di Caritas Ticino in onda su TeleTicino e online su YouTube
Calendario ambrosiano
Anno B / Gv 10, 22-30 / Domenica della Dedicazione del Duomo
Credere è appartenere a una comunità viva
di don Giuseppe Grampa
Il 20 ottobre 1577 San Carlo celebrava la Dedicazione del Duomo di Milano e consacrava il magnifico edificio iniziato due secoli prima, facendone la casa del popolo di Dio raccolto attorno al suo Vescovo. Da allora la terza domenica di ottobre ricorda quel gesto e soprattutto il nostro essere Chiesa, anche se per molti questa appartenenza è problematica. Quante volte incontro persone che mi dichiarano: «Credo in Dio, credo in Gesù, nel suo Vangelo che mi affascina ma proprio non posso credere nella Chiesa». In questi casi io rispondo: «Io credo nella Chiesa e la amo per una semplice, decisiva ragione: perché ho conosciuto il Vangelo solo grazie a quelle persone che nel corso della mia vita me lo hanno messo nelle mani». Credo e amo la Chiesa perché io l’ho conosciuta stringendo la mano di mia madre che, da bambino, mi accompagnava alla prima messa del mattino. Allora non lo capivo ma oggi sono certo che la mano della Chiesa per me era la mano di mia madre e le mani di molte altre persone che nel corso della vita mi hanno accompagnato e sostenuto con la loro fede. Poi, adulto, ho letto queste parole del Concilio e vi ho sentito il calore di tante mani che ho stretto, il calore della mano di mia madre: «Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e fedelmente lo servisse» (Lumen Gentium 9). È dentro a questo popolo, dentro a questa Chiesa ambrosiana che le parole della fede sono arrivate fino a me e per questo io non potrò mai separarmi da questo popolo, con le sue luci e le sue ombre, la sua bellezza e le sue miserie. Mi torna spesso alla mente una parola di don Lorenzo Milani, prete fiorentino che molto soffrì per l’incomprensione da parte delle guide della sua Chiesa. Era solito dire: «La Chiesa è nostra madre e se uno ha una madre brutta che importa? È sempre sua madre». Nonostante tutto è bello stare nella Chiesa, è grazia che mette sulle nostre labbra la parola della riconoscenza.
«Insieme a Wojtyla su quelle cime, dove lui dialogava con Dio»
La guida alpina Lino Zani rivisita San Giovanni Paolo II a 100 anni dalla nascita. Per 21 anni lo ha accompagnato nelle escursioni in montagna.
Le uscite in montagna di Giovanni Paolo II non erano solo un momento di svago. «Per lui era l’occasione di avvicinarsi al Signore, pregando e contemplando la bellezza». Parola di Lino Zani, alpinista e ed esperto di montagna: per 21 anni ha accompagnato il Papa polacco nelle escursioni a piedi o sugli sci, dal Trentino all’amato Abruzzo. Nel centenario della nascita di Karol Wojtyla, condivide il ricordo di un’amicizia straordinaria.
Quando ha conosciuto Giovanni Paolo II?
Nel 1984. Gestivo con i miei genitori un rifugio sul monte Adamello: avevamo letto che il Papa era un appassionato di montagna, così gli scrivemmo una lettera. In estate trascorse da noi qualche giorno di vacanza, poi mi chiese di accompagnarlo anche negli anni successivi.
Che importanza aveva nella vita spirituale del Papa l'incontro con la montagna?
Ne amava il silenzio, la possibilità di far viaggiare lo sguardo dalla cima verso le valli. Le escursioni erano momenti ludici, ma anche di riflessione e soprattutto di preghiera. Aveva un modo mistico di isolarsi dal mondo, in quegli istanti dava l’impressione di essere veramente in dialogo col Signore.
Sono diventati famosi i vostri martedì, il giorno in cui il Papa lasciava il Vaticano per recarsi in Abruzzo.
Uscivamo in due macchine: davanti Giovanni Paolo II e il suo segretario, monsignor Dziwisz; dietro io e gli uomini della sicurezza. D’inverno andavamo a sciare, in primavera a passeggiare. D’estate poi lo raggiungevo in vacanza: a Lorenzago in Trentino, oppure a Les Combes in Val d’Aosta.
Mai avuto problemi di sicurezza?
Il Santo Padre era quasi irriconoscibile nei vestiti sportivi. A dire il vero gli impiantisti di Campo Felice, in Abruzzo, ogni martedì facevano trovare le piste battute alla perfezione. Ma hanno sempre mantenuto il segreto.
Ricorda qualche aneddoto in particolare?
Un anno andammo a sciare in Abruzzo il martedì di Carnevale. Si avvicinò un bambino e gli confidammo che quello era il Papa. Sciò con noi tutta la mattina, alla fine la mamma venne a prenderlo e gli chiese: “Con chi stavi sciando?”. E il bimbo: “Col Papa!”. Dato che era Carnevale, la signora pensò a uno scherzo. Quando si trovò davanti Giovanni Paolo II, quasi svenne per l’emozione.
Karol Wojtyla amava la convivialità?
Eccome. Era goloso di formaggi e gli piaceva cantare in compagnia. Durante le passeggiate estive, spesso si fermava a chiacchierare con i contadini o i passanti. Si arrabbiava con gli uomini della sicurezza che camminavano davanti a lui: «Cosa volete che mi facciano queste persone?». Più di una volta non siamo riusciti ad arrivare alla meta stabilita, proprio perché il Papa si attardava con le persone che incontrava.
Qual è l’ultimo ricordo che ha di lui?
Conservo una foto dell’ultima camminata, nell’estate 2004 in Val d’Aosta. Ormai era molto provato dalla malattia: in quelle uscite portavamo sempre una sedia pieghevole, lui faceva giusto pochi passi e poi si fermava in riva a un laghetto a pregare. Sono stato poi alla sua ultima udienza pubblica, il 26 gennaio 2005. Andai a salutarlo, lui mi strinse forte le mani e disse: «Lino, il nostro Adamello…». Sentii il suo desiderio di tornare su quelle montagne, con il corpo e con lo spirito.
Se Giovanni Paolo II fosse stato vivo oggi, come avrebbe vissuto la pandemia?
Credo che non avrebbe sopportato l’idea delle chiese vuote. E avrebbe fatto di tutto per essere vicino alle persone colpite dalla malattia, soprattutto a chi ha vissuto il dolore per la morte di una persona cara costretta ad andarsene nella solitudine.
Dopo le settimane di isolamento, dove sarebbe andato a passeggiare?
Direi a San Pietro della Ienca, nella zona del Gran Sasso. Lì c’era una chiesetta a cui era molto legato, si fermava sempre durante le passeggiate.
Quale sarebbe stato il suo insegnamento in questo momento di crisi?
Ricordo una cosa che mi disse nel 1988, e credo sia adatta anche per questo tempo. Il 1° maggio avevo scalato per la prima volta una montagna di 8mila metri. Al ritorno andai a trovare il Papa, lo facevo sempre perché prima di partire lui mi lasciava una croce da piantare sulla cima della montagna. Quel giorno mi chiese: «Lino, cosa ti spinge ad andare così in alto?». Io risposi: «Santo Padre noi alpinisti vogliamo arrivare alla cima per vedere cosa c’è dall’altra parte». Ricordo che fece una battuta: «Guarda che nella vita, dall’altra parte puoi andare una volta sola…». E poi aggiunse: «La montagna ci dà un grande insegnamento: arrivati in cima, si può solo scendere». Gli chiesi cosa intendesse e mi spiegò: «Bisogna saper rinunciare a quello che si è conquistato, tornare indietro e prendersi delle nuove responsabilità». È forse l’insegnamento più bello che mi ha lasciato, e credo valga per tutti, ora che siamo impegnati nella “scalata” di questo momento difficile.
Che cosa le ha lasciato nel profondo l’incontro con Giovanni Paolo II?
Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo porta nel cuore un ricordo speciale: anche se incontrava migliaia di persone, Giovanni Paolo II lasciava a ciascuno qualcosa di personale. Una parola, uno sguardo, una stretta di mano: anche negli anni della malattia, ha sempre saputo entrare in relazione con le persone. È stata questa la sua vera santità.
Ha raccontato la sua amicizia in un libro: “Era santo, era uomo”. Da cosa traspariva l’umanità di Wojtyla?
Era veramente uomo perché capiva le debolezze, sapeva comprendere le difficoltà della vita concreta. Io vivevo sei mesi all’anno a 3000 metri, andavo a messa ogni tanto quando passava un prete… Gli ho presentato anche diverse fidanzate. Lui scherzava: «Lino, quando metti la testa a posto?». Ma sapeva ascoltarmi, e capirmi in profondità come nessun altro.
Gioele Anni (redattore catt.ch)
Nella semplicità e nell’accoglienza il successo dell’esperienza di Taizé
Rientrati i ragazzi ticinesi dopo un settimana di vita comunitaria. Frequento la comunità di Taizé da circa 25 anni e da più di 15 vi accompagno ragazzi vicini, simpatizzanti e talvolta scettici o lontani da discorsi spirituali. La mia gioia è vederne la metamorfosi e coglierne le reazioni ci racconta don Rolando Leo.
Frequento la comunità di Taizé da circa 25 anni e da più di 15 vi accompagno ragazzi vicini, simpatizzanti e talvolta scettici o lontani da discorsi spirituali. La mia gioia è vederne la metamorfosi e coglierne le reazioni: chi marcia sul posto per anni ma continua a partecipare ai nostri pellegrinaggi, chi (forse pochi) inizia un serio cammino di riavvicinamento o di fede autentica e chi (forse nessuno) torna a casa deluso e non si fa più vedere. Ciò che affascina i ragazzi è la libertà e la fiducia che viene riposta in loro, essendo loro stessi in parte a gestire il soggiorno, la distribuzione dei pasti, il controllo delle aree popolate e le pulizie; li attira anche il silenzio, la bellezza del paesaggio, i canti semplici e dolci, l’accoglienza nella grande Chiesa della Riconciliazione ma anche il misticismo della piccola ed antica Chiesa romanica. A Taizé i giovani si sentono accolti, amati ed ascoltati. Imparano a conoscersi venendo da paesi molto lontani ma scoprendo che hanno tanto in comune! Siamo appena rientrati dalla nostra settimana estiva con un gruppo di giovani ed ancora una volta mi rendo conto che l’accoglienza è il leitmotiv della comunità. Negli anni ‘40, il fondatore della comunità, frère Roger Schuz, è partito proprio da lì: ha accolto rifugiati di guerra, ebrei, povera gente disperata che cercava la pace, la vita. Accogliendo ed incontrando tante persone di cultura diversa, questo movimento ha avuto via via sempre più risonanza, al punto che amici cattolici e riformati hanno iniziato a raggiungerlo, innamorati della semplicità e dell’ideale. Sostanzialmente è il Vangelo di Gesù Cristo e il suo Spirito ad aver fatto il resto per decenni, dando forti impulsi, per natura, alla realtà ecumenica (l’umano e la religione non si possono disgiungere), facendo crescere quasi a dismisura questa oasi di pace e di amore; da qui l’esigenza di regolamentare un progetto educativo per i giovani. Negli ultimi vent’anni anni, anche dopo la tragica scomparsa di frère Roger, non è cambiato molto: i giovani sono costantemente presenti in gran numero, preti e parrocchie ne approfittano per acquistare il pacchetto già pronto, di un ritiro per i ragazzi sulla collina della Borgogna. San Giovanni Paolo II che aveva visitato la comunità nel 1986, l’aveva definita «una sorgente da cui si passa per rinfrancarsi e ripartire». Taizé ancora oggi, è una sfida per l’ecumenismo, per le teologie. Una comunità forse profetica, che ha anticipato e precorso i tempi, forse saltando qualche tappa, in quanto ciò che accade a Taizé non accade ancora in nessuna delle nostre chiese. Ancora stiamo discutendo sull’intercomunione e sull’ospitalità eucaristica che a Taizé, di fatto, già avvengono. Le Giornate mondiali della gioventù (intuizione di Giovanni Paolo II) sono addirittura nate dopo gli incontri europei per i giovani di Taizé! Questa è la storia di Taizé: il seme lasciato da un uomo di Dio e dalla sua comunità, dove davvero -io credo- ha soffiato e continui a soffiare lo Spirito Creatore.
don Rolando Leo
Puntare sulla formazione dei giovani al matrimonio- Pedagogia dell’amore
2017-02-14 L’Osservatore Romano È necessario dar vita a «un nuovo catecumenato in preparazione al matrimonio» come antidoto al moltiplicarsi di celebrazioni del sacramento «nulle o inconsistenti».
2017-02-14 L’Osservatore Romano
È necessario dar vita a «un nuovo catecumenato in preparazione al matrimonio» come antidoto al moltiplicarsi di celebrazioni del sacramento «nulle o inconsistenti». La proposta formulata lo scorso 21 gennaio da Papa Francesco durante l’udienza al tribunale della Rota romana è stata ripresa e rilanciata dal cardinale Lorenzo Baldisseri, ospite nei giorni scorsi a Terni per un incontro sull’Amoris laetitia promosso nell’ambito delle celebrazioni in onore di san Valentino, patrono dei fidanzati.
Per presentare i contenuti dell’esortazione apostolica il segretario generale del Sinodo dei vescovi ha scelto una chiave di lettura (sintetizzata nel tema della conferenza «Chiamati alla gioia dell’amore») particolarmente adatta all’esperienza delle coppie che si preparano a celebrare il matrimonio. Un’esperienza che — ha ricordato — conduce i giovani a comprendere meglio «la bellezza del progetto che sono chiamati a realizzare con gioia e umiltà, consapevoli della loro fragilità e fiduciosi nella potenza della grazia che li accompagna e li sostiene». Non a caso il porporato, dopo un esame sommario di alcune sezioni del documento, ha insistito in modo particolare sul capitolo sesto, nel quale si offrono ai fidanzati indicazioni utili per «avvicinarsi al mistero grande dell’amore coniugale e familiare».
Nello specifico, l’attenzione del cardinale si è rivolta ai percorsi di accompagnamento verso il matrimonio animati dalla comunità cristiana. Con la raccomandazione di non limitarsi a «una serie di incontri tematici dove la preoccupazione prevalente è di comunicare nozioni, dare suggerimenti, fornire indicazioni», ma piuttosto di realizzare «un cammino di autentica iniziazione al sacramento del matrimonio, la cui preparazione remota potrebbe consistere in incontri tra famiglie missionarie e giovani fidanzati, dove scambiarsi idee e vivere esperienze».
Dal confronto con altre coppie e con gli operatori pastorali scaturiscono sostegno e arricchimento reciproco ma — ha avvertito il porporato — possono emergere anche «divergenze che talvolta riguardano questioni di fondo: ad esempio, sul modo di intendere il progetto di vita comune, le prospettive di lavoro, l’educazione dei figli, il rapporto con i parenti del partner». Va messa in conto, perciò, la possibilità di «accorgersi che non è ragionevole puntare su quella relazione» ed «essere pronti anche a rimandare le nozze» qualora emergessero «punti non sufficientemente approfonditi all’interno della coppia»
