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  • David Knecht (Azione Quaresimale) dalla COP30: "Grande impegno delle Chiese, l'eredità di Francesco è viva"

    di Laura Quadri

    «Non è l’Accordo di Parigi del 2015 che sta fallendo, ma siamo noi che stiamo fallendo nella nostra risposta». Così papa Leone ha voluto rivolgersi al mondo politico nel suo videomessaggio in inglese lo scorso 17 novembre ai 198 Paesi partecipanti alla COP30, a Belém, in Amazzonia.

    Notevole è stata la presenza delle Chiese particolari del Sud del mondo, coinvolte da vicino – in modo ancora più significativo rispetto alle passate edizioni – nella riflessione sul clima. Sono stati infatti 120 i rappresentanti di organismi ecclesiali ospitati dall’arcidiocesi di Belém, tra cui il segretario di Stato della Santa Sede, il card. Pietro Parolin, il nunzio apostolico in Brasile, mons. Giambattista Diquattro, otto cardinali, nove arcivescovi, 26 vescovi, oltre a sacerdoti e laici. Mentre la Chiesa cattolica del cosiddetto «sud globale» – gli episcopati di America Latina e Caraibi Asia e Africa – ha presentato le sue proposte alla COP30 durante il simposio nel collegio di Santa Caterina da Siena, a Belém, dal titolo «La Chiesa cattolica alla Cop30, sulle vie dell’ecologia integrale: riflettere sulla giustizia climatica e la conversione ecologica», tracciando i contorni di una nuova «giustizia climatica», attuabile senza scorciatoie o «false soluzioni», nella prospettiva dell’ecologia integrale. Al contempo, lungo tutta la COP, la Chiesa, in dialogo con i rappresentanti delle altre religioni, ha promosso numerosi eventi e dibattiti nei quattro «poli» della città allestiti dall’arcidiocesi di Belém. In un modo del tutto inedito, ovvero nel coinvolgimento di migliaia di indigeni e della popolazione locale, stimolata a partecipare al dibattito dalle molte occasioni di confronto organizzate.

    È proprio questo l’aspetto osservato anche dal delegato di «Azione Quaresimale», presente a Belém, David Knecht: «Rispetto alle edizioni precedenti, alla COP30 la dinamica è stata molto diversa: molto ben partecipata e seguita dal vivo dalla popolazione locale, ha visto più dinamismo e meno blocchi rispetto al passato durante le discussioni, complice il fatto di essersi tenuta in un Paese democratico, per la prima volta da quattro anni a questa parte, permettendo anche alle voci di protesta di farsi sentire». Non un unico dossier discusso ma tanti temi e cantieri aperti, dal «progresso sul fronte della transizione energetica, dando seguito, con indicazioni più concrete, al Global Stocktake adottato alla COP28 di Dubai, il quale si era limitato a un generico invito verso l’abbandono dei combustibili fossili ma senza scadenze precise» agli aspetti concernenti la «finanza climatica, riprendendo le trattative avviate alla COP29 a Baku», mentre un altro capitolo chiave su cui ci si è chinati è «il sostegno ai Paesi più vulnerabili e il Global Goal on Adaptation, il piano che prevede fondi adeguati destinati alle nazioni meno responsabili delle emissioni, proseguendo il lavoro avviato alla COP27 di Sharm el-Sheikh».Provenienti da tutto il Sudamerica, dal Perù all’Ecuador, sono stati in tutto 900 gli indigeni ufficialmente accreditati per prendere parte a queste discussioni. È anche l’eredità di papa Francesco e la sua attenzione all’Amazzonia a farsi sentire? Knecht non ha dubbi: «La Chiesa ha sicuramente avuto il suo peso anche in questa COP. L’eredità di Francesco è viva».

    Particolarmente nel dialogo con i partner locali di «Azione Quaresimale», Knecht ha accresciuto la sensazione «di un riconoscimento maggiore dei diritti degli indigeni e che qualcosa, dal Sinodo panamazzonico del 2019 e dall’esortazione “Querida Amazonia” del 2020, sia cambiato». Da qui la speranza che dalla COP30 «si sia imparato soprattutto l’importanza del rispetto del diritti di ogni minoranza».

     

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