Vangelo: Mt 4,12-23
di Dante Balbo*
Gesù è l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, ricostruendo un legame profondo con l'umanità che vuole salvare, in obbedienza al Padre.
Detto così, sembra un proclama generico, ma fin dall'inizio assume una forma precisa: il Messia non va al cuore delle istituzioni, al centro della ortodossia giudaica, anzi, nel Vangelo di Luca è proprio un percorso a portarlo laddove sarà crocifisso e risorgerà vittorioso.
Parte invece dai confini, in una terra semi pagana, Galilea delle genti, in cui la fedeltà all'ebraismo era piuttosto modesta, l'adesione alla legge piuttosto elastica.
Quando ero ragazzo, la scoperta di Gesù mi ha esaltato, mi sentivo un privilegiato, ma non ho mai riflettuto sul fatto che Lui è venuto a cercarmi in una terra quasi straniera.
Avevo ricevuto una educazione più o meno cattolica, sopportando malamente le regole di un istituto che non mi permetteva di distinguere la sostanza della fede dalle imposizioni dei superiori e mi ha allontanato dall'esperienza dell'incontro con il Signore.
Lui però non mi aveva dimenticato e, attraverso un cammino lento e complesso mi ha permesso di riscoprirne la profondità rivoluzionaria per la mia vita.
Ciò è accaduto per me, non per una scelta particolare del Signore, se non nell'unicità del rapporto che ha con ciascuno di noi, ma per un metodo che da subito ha applicato nel diffondere il suo annuncio.
Convertitevi e credete al Vangelo non è prima di tutto un comandamento morale, ma una promessa, una manifestazione della Grazia.
Gesù sta dicendo agli ebrei che non devono venire a cercare il Salvatore nella grande città, nella ortodossia alla legge di Mosè, perché è Lui ad andare da loro.
Questo è il Vangelo: Dio si fa carne e viene a trovarci dove siamo, nella condizione di stranieri, diseredati, mentre ancora camminiamo nelle tenebre.
Convertirsi significa prima di tutto riconoscere la luce che ci viene incontro e che illumina anche la nostra vita sbagliata.
Gesù non aspetta che ci conquistiamo la cittadinanza, ce la regala per primo e questo è il Vangelo che può cambiarci la vita, per gratitudine.
*Il Respiro spirituale di Caritas Ticino
Vangelo: Lc 2, 22-33
di don Giuseppe Grampa
Per questa domenica, festa della Santa famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe la liturgia ci propone la pagina della Presentazione di Gesù al Tempio di Gerusalemme. Leggendo questa pagina in questa domenica dedicata alla famiglia, possiamo scorgervi due caratteristiche della famiglia. La prima: Giuseppe e Maria in quegli anni trasmettono al figlio con la lingua del Paese, gli usi della tradizione religiosa ebraica e tra questi appunto la presentazione del primogenito al Tempio. Quando Gesù avrà dodici anni saliranno di nuovo a Gerusalemme con lui, per l'annuale pellegrinaggio. La strada per Gerusalemme Gesù l'ha imparata camminando con Maria e Giuseppe. Quando, adulto, deciderà risolutamente di salire alla città santa luogo del compimento della sua esistenza, certo riconoscerà luoghi e percorsi conosciuti grazie ai suoi Genitori. Penso che primo compito della famiglia, dei Genitori, sia quello di trasmettere ai propri figli con la vita i significati, i valori, le ragioni del vivere, trasmettere quel patrimonio di senso che hanno ricevuto e che costituisce il lascito più prezioso di una generazione all'altra. Portando al Tempio il neonato Gesù Maria e Giuseppe non condizionano la sua libertà, come qualcuno potrebbe pensare, lo introducono nella grande storia del loro popolo, lo situano dentro una vicenda umana e religiosa millenaria. Così è stato anche per ognuno di noi: se siamo qui è perché qualcuno ci ha presi per mano e ci ha accompagnati nel cammino della vita e della fede: ricordiamo oggi con gratitudine la mano che ci ha accompagnato, la mano dei nostri genitori. Ma in ogni figlio non c’è solo l’impronta dei suoi Genitori e della storia che essi hanno trasmesso: ogni figlio porta in sé una promessa di futuro, un sogno che non è dato di poter dominare. Ogni figlio custodisce una originale libertà che la famiglia può solo accogliere e accompagnare. Possiamo dire che la famiglia siede tra il passato e il futuro: custodisce e trasmette un passato e si apre fiduciosa ad un futuro che può essere decifrato solo negli occhi dei figli.