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Gio 29 gen | Santo del giorno | Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano
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  • Fra Michele Ravetta

    In carcere, niente pranzi né regali, ma «è il Natale più significativo»

    di Silvia Guggiari

    Niente pranzi sfarzosi, niente abbracci tra parenti e amici, niente scambi di doni… il Natale in carcere è un giorno in cui, se possibile, la mancanza della libertà e degli affetti si fa sentire ancor di più, come ci ha raccontato fra Michele Ravetta, cappellano del carcere maschile La Stampa e del carcere giudiziario La Farera: «Ci sentiamo una comunità, anche se manca il tessuto familiare e amicale, ma questo non ci impedisce di vivere la novità del Natale attraverso la liturgia. Nella cappella carceraria, vivremo sia la Quarta di Avvento la domenica mattina, che sarà animata da un coro esterno di una decina di persone, sia la Messa la mattina di Natale. Al termine, mi trasferirò a La Farera per celebrare la liturgia con le donne che si trovano in regime ordinario».

    Fra Michele, cosa vuol dire per lei celebrare il Natale in un luogo dove manca la libertà?

    Quello in carcere sarà il Natale più significativo che celebrerò, perché nella realtà del convento in cui vivo siamo tutti socialmente liberi. Celebrare la natività in un contesto di carcerazione è qualcosa di molto forte anche per me che sono cappellano da 13 anni. Cambiano le persone, ma non cambia il messaggio che la liturgia ci offre. La possibilità di celebrare il culto durante tutto l’anno ci permette di portare Cristo laddove la società, la giustizia civile e umana priva della libertà e degli affetti.

    Come si può ripartire da un fallimento?

    Spesso si tratta di più di un fallimento da cui rialzarsi: capita che anche la struttura familiare esterna crolli, le mogli chiedano il divorzio, si perdano i diritti di visita dei figli, si perda il lavoro, la casa… si perda la bussola della vita e quando arriva la scarcerazione tanti non hanno più nulla e questo è un dramma nel dramma. All’interno del carcere, siamo una sorta di famiglia ricostituita, dove ognuno dalle proprie strade e dai propri errori si ritrova in unico luogo in cui si riceve l’invito a ripartire e a riprendere «in mano la propria vita e a farne un capolavoro», citando San Giovanni Paolo II, ricordando che i più grandi Santi sono passati dal carcere, partendo da Cristo, da san Francesco, dagli Apostoli. Il carcere può diventare realmente un luogo di profondo rinnovamento della propria vita, pur nella difficoltà.

    Spesso i detenuti affidano a lei le loro confidenze e i loro abbracci…

    Tre volte a settimana visito le celle e spesso in questa occasione ricevo spontaneamente i racconti delle storie dei detenuti e con loro intraprendo dei percorsi di riconciliazione: un cammino che concretamente si ferma a me e che non può arrivare alle persone che sono state ferite, ma questo è comunque un modo attraverso il quale i detenuti si prendono cura di sé e della loro rinascita. Ci sono storie molto pesanti anche solo da ascoltare: da parte mia deve esserci sempre un aspetto mai giudicante, accogliente, rassicurante, e per chi ci crede c’è anche l’aspetto spirituale con l’accompagnamento, a volte molto lungo, verso il sacramento di riconciliazione per poi arrivare all’assoluzione.
    Il carcere è una piccola Betlemme perché si arriva poveri come sono arrivati i pastori ma poi colpisce la novità che viene offerta gratuitamente da parte di Dio. Io invito sempre i detenuti a fare come i pastori che «tornarono a casa loro pieni di gioia».

    Sono in tanti che accolgono questo suo invito?

    Persone impermeabili non ne ho mai trovate anche perché altrimenti non chiederebbero di incontrarmi. C’è la persona più chiusa e ferita con la quale ci si deve porre in attesa fino a quando crollano i muri e lì si trova la vera persona, ed è sempre una sorpresa stupenda. Non mi importa il reato, ma il fatto che siano lì dietro alle sbarre per me è segno di una possibile condivisione di un cammino che porta a liberarsi dalla incapacità di uscire dalle nostre prigioni interiori.
    La chiave di uscita è dentro di noi; il Natale è una sorta di maniglia interiore che se lo vogliamo ci permette di uscire, come dice San Paolo: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi».

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