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  • Padre Jens Petzold, ospite di Aiuto alla Chiesa che Soffre Svizzera (ACN)

    La voce di padre Jens Petzold erede di Paolo Dall’Oglio

    «In pieno Iraq del Nord, ci sentiamo un cuore vivo di fede, cultura, dialogo, che batte». Ospite di Aiuto alla Chiesa che Soffre Svizzera (ACN), dal 27 al 29 maggio scorsi, padre Jens Petzold – 60 anni, di Effretikon, nel Canton Zurigo – è attualmente responsabile della comunità mista ed ecumenica di Deir Maryam Al-Adhra, situata a Souleymanieh, nel Kurdistan iracheno. Affiliata al Monastero di Deir Mar Moussa al-Habashi, a sua volta fondato negli anni Ottanta in Siria dal padre Paolo Dall’Oglio (rapito quasi 9 anni fa e da allora scomparso), ne persegue la missione: aiutato da un confratello originario della Baviera, padre Petzold lavora infatti per costruire, in una metropoli che conta quasi 2 milioni di abitanti, un luogo d’incontro e di scambio con la popolazione locale, composta oltre che da curdi, da arabi, cristiani, musulmani e, soprattutto, molti immigrati fuggiti dalla guerra. Proprio l’emergenza profughi ha profondamente cambiato la vita stessa del suo Monastero, che tra il 2014 e il 2017 ha dovuto far fronte all’arrivo di molte famiglie dalla Piana di Ninive, colpita dall’offensiva dei terroristi. 250 i rifugiati accolti in tutto, tra cui molte donne, bambini e anziani provenienti da Qaraqosh, località siro-cattolica, e da Bartella, luogo d’abitazione per molti siro-ortodossi. Molti dei profughi, nel frattempo, sono poi ripartiti alla volta di Ankawa, in Kurdistan, per la Giordania o per l’Europa. Altri ancora hanno fatto la scelta, terminata l’offensiva, di rientrare proprio nella Piana di Ninive. Padre Petzold ha raccolto in quel periodo le loro inquietudini: «Gli avvenimenti di quei mesi hanno mostrato ai cristiani che il loro avvenire nel Paese era incerto e che il governo non era davvero in grado di proteggerli. Così hanno perso la fiducia nelle istituzioni», ha raccontato. Alla popolazione cristiana immigrata, si aggiunge la presenza, a Souleymanieh – in una popolazione che è per la maggior parte musulmana – di altre circa 500 famiglie cristiane, installate in città da tempo. «La coabitazione è di principio buona – nota padre Petzold – poiché la maggioranza della popolazione è composta da musulmani sunniti e sufi, abbastanza moderati. Ci sono anche dei salafiti e dei wahhabiti, più radicali; al momento non sono che una minoranza, ma potrebbero aumentare». Qui si inserisce il lavoro del Monastero, dove, a fianco di padre Petzold e del suo confratello, dei professionisti portano avanti un progetto di dialogo interreligioso e interculturale. Regolarmente vengono infatti offerti corsi sul ruolo della donna nella società locale e corsi di lingua: curda per gli arabi e, viceversa, di arabo per i curdi, come dei corsi di inglese. Infine, vengono insegnati dei mestieri: ad esempio cucitura, gestione della casa, segretariato, meccanica. La comunità ha lanciato anche il progetto di un teatro multietnico e multireligioso. «Accogliamo tutti ma ci sono ancora molte ferite da guarire; quasi tutte le persone che ospitiamo hanno vissuto, in un modo o nell’altro, il dramma della guerra», afferma padre Petzold. Di padre Dall’Oglio, rapito il 29 luglio del 2013 e iniziatore di questo movimento, non si hanno più notizie: «Le ricerche, come si sa, non hanno dato risultato e ci sono molte informazioni contraddittorie sul suo conto. Ma nutro, personalmente, la speranza che sia ancora vivo». Intanto gli sforzi del monaco italiano continuano a dare frutti: «Anche qui in Kurdistan ci dedichiamo al dialogo islamo-cristiano attraverso la condivisione spirituale e intellettuale. Oltre che dare ai nostri ospiti gli strumenti per integrarsi nella società, combattiamo con loro la cosa più pericolosa: i pregiudizi».

    (Kath.ch/LQ)

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