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Gio 29 gen | Santo del giorno | Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano
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  • Papa Leone XIV

    Leone XIV: la vita è nelle nostre mani, diamo voce al desiderio di guarigione

    Le paralisi del corpo e dell’anima, i vicoli ciechi dell’esistenza, esterni e interiori. Blocchi invisibili che soffocano il respiro di chi vuole ancora “sperare”, insinuando l’idea amara che attendere, desiderare, sognare sia ormai inutile. Immobilità antiche, generate da delusioni tanto profonde da intorpidire “anche la volontà di guarire”. A volte ci si sente schiacciati sotto il peso di un “destino avverso”, e la “lotta” pare già perduta, sepolta sotto una "visione fatalistica" della vita. Eppure, proprio da quel fondo silenzioso, si leva il “desiderio più vero e profondo”: rialzarsi. Un anelito sommesso, ma vivo, cui è essenziale “dare voce”.

    LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DEL DISCORSO DI PAPA LEONE XIV

    È un appello al coraggio quello che Papa Leone XIV rivolge ai fedeli riuniti numerosi in Piazza San Pietro questa mattina, 18 giugno, nella quinta udienza generale del suo pontificato. È un invito, quello del Pontefice, a uscire dalle proprie stasi, a non cedere alla rassegnazione.

    Paralisi e vicoli ciechi

    La catechesi si sviluppa a partire dalla continua contemplazione di “Gesù che guarisce”. In questa occasione, il Papa si sofferma sulle situazioni di stallo esistenziale, quelle in cui si avverte il soffocamento di un “vicolo cieco”.

    A volte ci sembra infatti che sia inutile continuare a sperare; diventiamo rassegnati e non abbiamo più voglia di lottare.

    Uno stato d’animo che i Vangeli incarnano con l’immagine della paralisi. Ed è proprio sulla guarigione del paralitico, narrata nel capitolo quinto del Vangelo di Giovanni, che Leone XIV concentra la sua riflessione.

    La speranza dei malati

    L’episodio si svolge a Gerusalemme, durante una festa dei Giudei. Gesù “non si reca subito al tempio”, sottolinea il Papa, ma “si ferma invece presso una porta” adibita al lavaggio delle pecore destinate al sacrificio. Nelle vicinanze, stazionavano anche numerosi malati. Un dettaglio importante: “a differenza delle pecore, erano esclusi dal tempio perché considerati impuri”. Nel loro “dolore”, è quindi Gesù a farsi prossimo.

    La Chiesa, immagine di guarigione

    Gli infermi nutrivano speranza “in un prodigio che potesse cambiare la loro sorte”. La piscina di Betzatà – ovvero “casa della misericordia” – era ritenuta possedere acque taumaturgiche, capaci di guarigione. Quando esse si muovevano, si credeva che il primo a immergersi sarebbe guarito. Ne nasceva una “gara tra poveri”, una scena triste: malati che, a fatica, cercavano di trascinarsi verso la piscina. Il Pontefice ne trae una connotazione, invece, positiva, partendo dal significato originario della piscina.

    Potrebbe essere un’immagine della Chiesa, dove i malati e i poveri si radunano e dove il Signore viene per guarire e donare speranza.

    La delusione che scoraggia

    Tra quei malati, Gesù si rivolge a un uomo paralizzato da trentotto anni: troppi. “Ormai è rassegnato”, osserva Papa Leone.

    In effetti, quello che ci paralizza, molte volte, è proprio la delusione. Ci sentiamo scoraggiati e rischiamo di cadere nell’accidia.

    "Vuoi guarire?"

    La domanda che Gesù gli rivolge sembra banale: “Vuoi guarire?”. Eppure non è così.

    È invece una domanda necessaria, perché, quando si è bloccati da tanti anni, può venir meno anche la volontà di guarire. A volte preferiamo rimanere nella condizione di malati, costringendo gli altri a prendersi cura di noi. È talvolta anche un pretesto per non decidere cosa fare della nostra vita. Gesù rimanda invece quest’uomo al suo desiderio più vero e profondo.

    "Perché differire ancora la guarigione?"

    La risposta è, infatti, eloquente, e delinea la “visione della vita” del paralitico. “Non ha nessuno che lo immerga”, dice innanzitutto.

    La colpa quindi non è sua, ma degli altri che non si prendono cura di lui. Questo atteggiamento diventa il pretesto per evitare di assumersi le proprie responsabilità. Ma è proprio vero che non aveva nessuno che lo aiutasse?

    A rispondere è Sant’Agostino: “Sì, per essere guarito aveva assolutamente bisogno di un uomo, ma di un uomo che fosse anche Dio. È venuto dunque l’uomo che era necessario; perché differire ancora la guarigione?”

    Alzarsi e risollevarsi

    Il paralitico lamenta anche che qualcuno sempre lo precede nell’acqua. Una “visione fatalistica” dell'esistenza – sottolinea Leone XIV – che si radica quando pensiamo che le cose capitino solo per sfortuna o “destino avverso”.

    Quest’uomo è scoraggiato. Si sente sconfitto nella lotta della vita. Gesù invece lo aiuta a scoprire che la sua vita è anche nelle sue mani. Lo invita ad alzarsi, a risollevarsi dalla sua situazione cronica, e a prendere la sua barella.

    Scegliere la strada da percorrere

    Quel lettuccio non va dimenticato o ignorato: è “storia” di un passato, di una malattia che fino a quel momento rappresentava un ostacolo, costringendo quella persona a “giacere come un morto”.

    Ora è lui che può prendere quella barella e portarla dove desidera: può decidere cosa fare della sua storia! Si tratta di camminare, prendendosi la responsabilità di scegliere quale strada percorrere. E questo grazie a Gesù!

    Pregare per chi è paralizzato

    Leone XIV conclude, quindi, esortando ciascun fedele a domandare al Signore “il dono di capire dove la nostra vita si è bloccata”.

    Proviamo a dare voce al nostro desiderio di guarire. E preghiamo per tutti coloro che si sentono paralizzati, che non vedono vie d’uscita. Chiediamo di tornare ad abitare nel Cuore di Cristo che è la vera casa della misericordia!

    Vatican News


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