di Laura Quadri
È in uscita in questi giorni, per le Edizioni «Studium» di Roma, il libro «La diplomazia dell’orecchio. Svizzera e Santa Sede, dalla rottura al dialogo (1873-1920)» del ricercatore ticinese Lorenzo Planzi. Frutto di uno studio durato 4 anni e sostenuto dal Fondo nazionale svizzero, il testo, aggiornando un primo studio del 2020, mette in luce i rapporti diplomatici tra Svizzera e Santa Sede, dal 1873, alla fondazione della Nunziatura a Berna nel 1920.
Lorenzo Planzi, come nasce il volume?
Nasce da un’immagine che continua a sorprendermi: un giovane prete romano, Domenico Ferrata, che nell’estate del 1883 arriva in segreto a Berna per una delicata «missione privata», affidatagli da papa Leone XIII. Nel 1873, la Svizzera aveva infatti rotto le relazioni diplomatiche con la Santa Sede, provocando la chiusura della Nunziatura di Lucerna, attiva sin dal 1586. La missione di Ferrata nella Berna federale, voluta per «ristabilire la pace religiosa», rivela una storia più ampia e dimenticata: il lungo cammino che porterà alla ripresa delle relazioni diplomatiche tra Svizzera e Santa Sede nel 1920, con la riapertura della Nunziatura a Berna. Questo saggio, che è la mia tesi di abilitazione in storia della Chiesa, è nato per dare voce a documenti inediti provenienti dagli archivi vaticani e svizzeri, raccontando come, tra slanci ed incomprensioni, Roma e Berna riescono a ritrovarsi.
Quali novità sono emerse rispetto al tuo primo studio (2020) su questi temi?
Il saggio racconta come la Svizzera diventa un ponte verso altre capitali europee, da Parigi a Berlino, e come missioni private, «nunzi laici» e la cooperazione umanitaria durante la Grande Guerra contribuiscano al ri[1]avvicinamento tra papato e Consiglio federale. Le novità toccano anche la Svizzera italiana, che si rivela essere un canale privilegiato tra Berna e la Città eterna, grazie al consigliere federale Giuseppe Motta. Pure i vescovi ticinesi Alfredo Peri-Morosini e Aurelio Bacciarini giocano un ruolo fondamentale nel processo di riavvicinamento, mentre gli altri vescovi elvetici sono percepiti da Roma con diffidenza, poiché «troppo poco romani».
Quali aspetti della diplomazia vaticana ancora sconosciuti si evidenziano?
Gli archivi della Segreteria di Stato della Santa Sede mi hanno aperto finestre inattese: i carteggi svelano reti complesse di missioni segrete, interlocutori ecclesiastici e laici, e missive che tengono vivo un dialogo invisibile tra due mondi che ufficialmente non si parlano. Anche nel Ticino la Santa Sede conta su informatori sia tra il clero romano che ambrosiano, al fine di comprendere le sfumature delle diverse percezioni presenti tra i preti. La diplomazia si mostra capace di ascoltare l ’alterità, mediare conflitti e promuovere la riconciliazione anche in tempi di guerra.
Perché, oggi, parlare di questa pagina di storia è ancora di fondamentale importanza?
La «diplomazia dell’orecchio» dimostra come anche le fratture più profonde possano trasformarsi in ponti verso la pace. In un’epoca in cui religione e politica spesso sembrano contrapposte, l’essenza evangelica della diplomazia della Chiesa la porta a non considerare mai nulla o nessuno come definitivamente «perduto» nelle relazioni tra nazioni e popoli. Attraverso la Svizzera, osserviamo come la diplomazia della Santa Sede si intrecci progressivamente con quella di altri Paesi europei, offrendo una via di riconciliazione che resta straordinariamente attuale.