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    AIDS in Africa, i cristiani e il male dimenticato

    di Andrea Tornielli

    Vatican Insider

    «A volte ho l’impressione che quando si parla di AIDS in Africa il tema del condom sia soltanto una distrazione...». Padre Jacquineau Azetsop, 44 anni, è un gesuita originario del Camerun che insegna alla Pontificia Università Gregoriana dove è decano della Facoltà di Scienze Sociali. Ha appena curato un volume intitolato «HIV and AIDS in Africa: Christian Reflection, Public Health, Social Transformation» (Orbis Book), lo studio più completo sul problema dell’AIDS in ambito cristiano, che raccoglie una trentina di contributi di esperti africani. Il libro contiene riflessioni e analisi secondo le diverse prospettive - teologica, pastorale e sanitaria - e sarà presentato e discusso giovedì 17 novembre alla Gregoriana con inizio alle 16.30.

    Nel 2012 circa 23 milioni di persone nell’Africa sub-sahariana sono state infettate dal virus HIV che causa l’AIDS. Una pandemia che «è complessivamente - spiega padre Azetsop - un male fisico e morale che ha messo alla prova sia la medicina, sia la società umana». Il gesuita ci dice che «quando si parla di AIDS e in particolare della sua diffusione in Africa si fa sempre cenno alla trasmissione del virus dovuta ai comportamenti e alla cultura di chi viene infettato. Si parla della “promiscuità” degli africani e del loro comportamento. Si parla molto meno - continua il curatore dell’opera - del tema sociale: l’emarginazione, la povertà, la discriminazione della donna». I fattori sociali, le condizioni di vita della popolazione sono infatti «fattori fondamentali» per la diffusione del virus.

    Esistono poi responsabilità delle leadership politiche africane, che non agiscono come dovrebbero per contrastare la malattia e per costruire condizioni più umane di vita per le loro popolazioni. «Nel libro sono riportate testimonianze interessanti, come quella del vescovo di Rustenburg in Sud Africa, Kevin Dowling, il quale racconta della desolazione delle persone giovani vittime dell’apartheid, della desolazione psicologica di chi ritiene di non poter fare nulla contro la malattia. Dicono: “Non può cambiare niente perché la mia vita non vale nulla!”». L’approccio per affrontare l’emergenza così come emerge dal libro è quello «globale, olistico», che tiene conto di tutte le dimensioni e di tutti i fattori. A partire dall’approccio cristiano al problema. L’epidemia e le sue conseguenze «vengono qui affrontare dal punto di vista biblico e teologico, per arrivare alla dinamica sociale della malattia e far sì che la Rivelazione aiuti a vivere le persone colpite».

    In che modo i cristiani africani aiutano le persone infette, e in che modo le loro comunità – specialmente le piccole comunità cristiane – sostengono i bisognosi? A quali fondamenta bibliche e teologiche i credenti possono attingere nella vita e nel lavoro, in vari ruoli dal badante a direttore sanitario? Quali sono i valori e le prassi, sia pubblici sia personali, che dovrebbero essere adottati per migliorare il benessere pubblico ed evitare pandemie future? Come si può adorare il Dio dell’abbondanza di vita e celebrare i sacramenti in un contesto ferito dal dolore evitabile e dalla sofferenza inutile? In quale modo le Chiese cristiane dovrebbero formare i propri leader, affrontare i conflitti e progettare interventi basati sulla realtà nei momenti difficili? Queste le domande affrontate nel volume.

    «Il mio intento - continua padre Azetsop - non era di curare un libro dedicato all’Europa o agli Stati Uniti (anche se ci sono teologi americani che vi hanno contribuito), ma innanzitutto per le nuove generazioni di africani, per aiutarli a stare di fronte a questo dramma e accompagnare le persone colpite». Lo studioso conferma «che la Chiesa sta facendo tanto, tantissimo per chi soffre e per prevenire la diffusione del virus. In certi Paesi fa più dei governi. Si lavora per far sì che la malattia non equivalga a una sentenza di morte e soprattutto a togliere lo stigma di maledizione che vi si accompagna. Non sono affatto d’accordo - ci dice il gesuita - con quanti mettono la Chiesa e i suoi insegnamenti morali sulla sessualità nel banco degli imputati. La Chiesa fa tantissimo».

    Infine, domandiamo a padre Azetsop che cosa pensa delle polemiche scaturite dalla battuta di Benedetto XVI pronunciata nel 2009 durante il volo verso il Camerun, quando Papa Ratzinger, basandosi sui risultati positivi ottenuti da campagne educative, aveva osservato come il problema non poteva essere risolto soltanto con la distribuzione di soldi e di preservativi. «A volte la discussione sul preservativo rappresenta una distrazione. Bisogna affrontare le cause strutturali della povertà. Bisogna visitare gli slums dove uomini, donne e bambini vivono ammassati... Perché i più poveri sono anche i più infettati? C’è un problema di condizioni di vita, di promiscuità, di accesso ai trattamenti pediatrici, di accesso ai farmaci. Comportamento, cultura ed educazione sono importanti, ma senza affrontare il tema delle condizioni sociali e dello sviluppo umano integrale, non risolveremo il problema».

    In conclusione, vale la pena di ricordare la risposta che a questo proposito aveva dato nel novembre 2015 Papa Francesco, di ritorno dal viaggio in Africa, quando un giornalista tedesco esperto gli chiese, dopo aver parlato della diffusione epidemica dell’AIDS, se non fosse il caso per la Chiesa di cambiare posizione sul no al preservativo. Il Papa aveva definito la domanda «parziale», quindi l’aveva paragonata a quelle che venivano poste a Gesù dai dottori della legge. Quella citata dal Pontefice era stata posta dal Nazareno ai farisei mentre di trovava ospite a casa di uno di questi e «davanti a lui vi era un uomo malato di idropisia». Era stato Gesù stesso a porre la domanda agli appassionati di casuistica: «È lecito o no guarire di sabato?».

    Francesco aveva ricordato che sì, il condom «è uno dei metodi» per limitare la diffusione dell’infezione e che «la morale della Chiesa si trova su questo punto di fronte a una perplessità», dovendo tenere presente sia la necessità di preservare la vita delle persone evitando che vengano infettate, sia di difendere l’esercizio di una sessualità aperta alla trasmissione della vita. «Ma questo non è il problema - aveva aggiunto il Papa - Il problema è più grande».

    «È obbligatorio guarire!» aveva spiegato Bergoglio, facendo propria la risposta di Gesù che guarì il malato di idropisia sebbene fosse sabato. E aveva continuato: «La malnutrizione, lo sfruttamento, il lavoro in schiavitù, la mancanza di acqua potabile, questi sono i problemi. Non parliamo se si può usare tale cerotto per una tale ferita. La grande ingiustizia è una ingiustizia sociale, la grande ingiustizia è la malnutrizione. Non mi piace scendere a riflessioni casistiche quando la gente muore per mancanza di acqua e per fame. Pensiamo al traffico delle armi. Quando non ci saranno più questi problemi credo che si potrà fare la domanda: è lecito guarire di sabato? Perché si continuano a fabbricare armi? Le guerre sono il motivo di mortalità più grande. Non pensare se è lecito o non è lecito guarire di sabato. Fate giustizia, e quando tutti saranno guariti, quando non ci sarà l’ingiustizia in questo mondo possiamo parlare del sabato».

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