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  • Albania, terra di legami tra cristiani e islamici

    In occasione della visita a Tirana, il 21 settembre 2014, papa Francesco diceva di rallegrarsi «per una felice caratteristica dell’Albania da preservare con ogni cura e attenzione: la pacifica convivenza e la collaborazione tra gli appartenenti a diverse religioni. Il clima di rispetto e fiducia reciproca tra cattolici, ortodossi e musulmani è un bene prezioso per il Paese e acquista un rilievo speciale in questo nostro tempo».

    Esempio paradigmatico di questa buona convivenza è Saranda, cittadina di mare situata nel sud dell’Albania, a 20 chilometri dal confine con la Grecia: gli abitanti sono 30mila, equamente divisi tra ortodossi e musulmani mentre i cattolici sono solo una trentina di persone. Qui sorge il Qentra Santa Marcellina, un centro educativo fondato 21 anni fa dalle suore Marcelline, dove cristiani e musulmani lavorano insieme a beneficio di tutta la popolazione.

    La storia ha inizio a Lecce, negli anni Novanta, con suor Daniela Silvestrini: insegnava e cominciò a prestare soccorso ai profughi albanesi che sbarcavano a centinaia sulle coste pugliesi. Ben presto capì che se era urgente lavorare per promuovere l’integrazione, era altrettanto importante sostenerli e aiutarli nella loro patria e individuò nell’educazione l’azione primaria da svolgere. Fu così che, con alcune consorelle, chiese di stabilirsi in Albania, che a quel tempo era appena uscita dall’inverno dell’isolamento e delle persecuzioni del regime comunista.

    Il bisogno di attenzioni

    «Sin dai primi tempi – racconta suor Daniela, responsabile del Centro – mi resi conto che a Saranda ciò di cui le persone, specie i bambini e le donne, avevano maggiormente bisogno era l’attenzione, una cura premurosa che non si limitasse a soddisfare i bisogni materiali, che pure erano molti perché la povertà era (ed è ancora) diffusa. Ricordo un episodio che capitò nel 1997: erano scoppiati forti disordini in città e noi consorelle, vinto il timore, decidemmo di uscire. A un tratto ci vennero incontro dei bambini e io feci una carezza a uno dei più piccoli. Immediatamente si misero in fila: volevano tutti ricevere una carezza».

    Un Centro educativo aperto a tutti

    Oggi, nel grande Centro, frequentato da cristiani e musulmani, ci sono una scuola materna alla quale sono iscritti 120 bambini, una mensa, dove 170 ragazzini poveri delle scuole statali possono fare un pasto completo, e un ambulatorio medico gratuito, aperto a tutta la popolazione. Si organizzano campi estivi, il doposcuola, corsi di lingue per i giovani e un corso di ricamo seguito da un gruppo di donne disoccupate che, imparando un mestiere, riescono a sostenersi economicamente. E non mancano i corsi di catechismo.

    La soddisfazione della direttrice musulmana 

    Direttrice della scuola materna è Entela Kenaçi, musulmana, 39 anni, sposata e mamma di un bimbo, che racconta: «Ogni genitore cerca il meglio per i propri figli: tante famiglie musulmane scelgono la nostra scuola perché l’obiettivo delle suore è quello di offrire un’educazione di qualità. Mi piace molto lavorare qui: suor Daniela e le sue due consorelle mi hanno aiutato a crescere come persona e a comprendere il valore della mia professione. Apprezzo la loro dedizione e la capacità che hanno di coinvolgere tutti i collaboratori nelle varie iniziative. Fra noi i rapporti sono ottimi. Il ruolo di direttrice inoltre è entusiasmante, conosco tutti gli scolari e ho un legame bello con ciascuno di loro: ne condivido felicità e problemi. Quando entro nelle classi i piccoli mi corrono incontro per abbracciarmi e raccontarmi qualcosa della loro giornata. Ciò è importante per i bambini, ma lo è anche per me: la loro vitalità è contagiosa».

    I buoni rapporti in città 

    In città la convivenza tra cristiani e musulmani è molto buona, osserva Entela: «Le persone si rispettano, non vi sono pregiudizi nei confronti di alcuno: l’appartenenza religiosa non è fattore di divisione». Durante il regime comunista, che cercò di annientare qualsiasi espressione religiosa in nome di un ateismo radicale, le persone finirono per fare fronte comune e questa solidarietà si è conservata, spiega suor Daniela, che aggiunge: «Noi suore abbiamo rapporti molto buoni con i musulmani, specialmente con i bektashi (un ramo albanese dell’islam), che sono particolarmente aperti: per esempio, ci invitano alle loro feste e chiedono la nostra collaborazione per alcune iniziative sociali. Racconto un episodio, che reputo significativo: una signora, appartenente a una famiglia bektashi, di recente si è convertita al cattolicesimo ed è stata battezzata. Aveva qualche timore a dirlo al padre, poi però si è decisa. Il padre le ha risposto: “L’importante è che tu abbia trovato Dio, non dove tu lo abbia trovato”».

    Le conseguenze del comunismo

    Furono decenni molto duri quelli del regime, prosegue suor Daniela: «Una signora mi raccontava che spesso in casa faceva il segno della croce e quando la figlia le chiedeva spiegazioni lei rispondeva che si trattava di un esercizio di ginnastica. A scuola infatti i bambini venivano interrogati: chi diceva di sapere fare il segno della croce metteva i genitori in grave pericolo. La forzata esclusione di Dio dalla vita personale e comunitaria ha lasciato il segno modificando il modo di vivere la fede. Molti, sia cristiani che musulmani, hanno perso l’abitudine alla pratica religiosa, che non è stata certo incoraggiata dal consumismo dilagato dopo la fine del comunismo. Negli ultimi anni, tuttavia, ho constatato in molte persone, specie nei giovani, un forte desiderio di approfondire il rapporto con Dio, di leggere il Vangelo, di accostarsi ai sacramenti. Mi sono accorta che la fede, quando è vissuta in modo autentico, quando fa guardare a Dio come la propria sorgente e il proprio orizzonte, e porta a prendersi cura degli altri in modo non estemporaneo, desta stupore e induce a riflettere seriamente». Ed Entela conclude: «Chi è sinceramente religioso mostra l’importanza di comportarsi con rettitudine. I legami buoni tra le persone nascono grazie alla bontà, al rispetto, alla comprensione che ciascuno offre».

     

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