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  • Andrea Badaracco (1963-2024)

    Andrea Badaracco: "Il bene vince sempre". Una certezza sulla quale costruire una vita buona

    “Tutto concorre al bene per coloro che amano Dio”, ha scritto San Paolo. La frase che Andrea in questi anni ha fatto propria è che "il bene vince sempre". Dice di una certezza, sulla quale si può costruire una vita buona. Affinché rimanesse bene impressa nei suoi figli, l'aveva aggiunta allo stemma della famiglia Badaracco, in una sua versione personalizzata.

    Provo a raccontare alcune cose di Andrea Badaracco, morto in un incidente di montagna il 19 luglio scorso, a 61 anni, sapendo che ci vorrebbero pagine e pagine per dare un'idea di una vita così intensa. Ci siamo incontrati da ragazzi, approfondendo poi la conoscenza come giovani medici e soprattutto negli ultimi 25 anni, lavorando nello stesso studio medico.

    Inizio da una delle ultime immagini che ho di lui: in vacanza in montagna, a tavola con la sua famiglia, intenerito davanti ai nipotini Lucio ed Enea (figli del suo primogenito Matteo e della nuora Carolina).  Andrea ha vissuto la famiglia come l'ambito della vita su cui puntare tutto.  Il rapporto con la moglie Lorenza, negli anni sempre più bello e profondo; otto figli che incoraggiava a una vita intensa, avventurosa e generosa. Lo ha fatto sia con le parole (spesso chiare e concise, alcune delle quali confluite nel “decalogo di famiglia”); che con i fatti. Un esempio: che Andrea credesse nel valore inestimabile della vita lo si è visto non solo nel fondare una grande famiglia (chi oggi ha l'audacia e la fiducia di mettere al mondo otto figli?), ma anche nel volere una casa aperta ad accogliere chiunque lo chiedesse, che fosse un conoscente per lo sfogo di una sera oppure l'accoglienza per mesi e mesi di giovani con una grave sofferenza, o ancora di una mamma con la sua bambina in fuga dalla guerra in Ucraina.

    L'altra ”fotografia” recente che ho negli occhi è Andrea al lavoro,  in studio e nella clinica Moncucco.  Si giocava al 100% nell'essere medico, malgrado negli anni lo vivesse con sempre più fatica e logoramento.  Questo coinvolgimento ha permesso dei bei rapporti, a volte molto profondi, con tanti pazienti e con i loro famigliari.  Persino un suo errore medico era stato colto da Andrea come l’occasione per restare vicino alla famiglia coinvolta e in seguito lavorare ad alcuni strumenti per ridurre il rischio di errori e incoraggiare i medici a mettere a tema apertamente questi episodi.  Il non tirarsi indietro di fronte a nuovi compiti che gli venivano richiesti ha voluto dire collaborare a organizzare l'insegnamento di reumatologia agli studenti di medicina dell’USI; oppure mettere tanto tempo ed energie nel creare dei nuovi servizi ai pazienti dentro la clinica. Anni fa Andrea pianificava un prepensionamento, con l'idea di andare poi qualche anno a lavorare in Africa; ha accettato di cambiare idea, prolungando di 3-4 anni il lavoro in studio, perché ci teneva troppo ad affidare i suoi pazienti ad una giovane collega che sta completando la formazione di reumatologa.

    Al lavoro ho imparato da lui una certa magnanimità; non avere rancore per un torto o una ingiustizia subiti, non coltivare situazioni di conflitto, non intestardirsi per farsi dare ragione. Dopo una prima arrabbiatura (spesso vulcanica e pittoresca) impiegava pochi istanti per rimettersi di buona lena ad aggiustare le cose e riconciliarsi con le persone.

    Un ultimo tratto di Andrea che mi rimane impresso era la sua capacità di vedere le cose belle. La bellezza dei fiori, dei gesti delle persone, delle montagne lo entusiasmava e lui riusciva a raccontarla in modo contagioso. Questo dono mi sembra nascesse da qualcosa di radicato in lui, che in tanti momenti ricordava la capacità di meravigliarsi tipica dei bambini. 

    Tutti questi ricordi, insieme a chissà quanti altri, mostrano come può essere feconda una vita che viene vissuta come offerta di sé ai propri fratelli. A chi lo ha incontrato, e a chi verrà a conoscenza della sua bella esistenza terrena, rimangono la gratitudine e un compito: fare tesoro per sé e per tutti della sua testimonianza.  

    Fabio Cattaneo

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