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  • «Cosa può un saluto?», il nuovo libro di Giovanni Cesare Pagazzi

    di Cristina Uguccioni

    «Cosa può un saluto?» (Edizioni San Paolo) è il nuovo, avvincente libro del teologo Giovanni Cesare Pagazzi, arcivescovo e segretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione. Qualcuno potrebbe domandarsi perché mai dedicare una riflessione teologica a un’espressione della vita, il salutare, così comune, e quindi, in fondo, banale. Avverte subito Pagazzi: ma perché quanto è comune dovrebbe essere banale? «Certamente Gesù non è di questo avviso. Infatti, annunciando la presenza operante di Dio nella storia, il Regno dei Cieli, egli la scorge nelle realtà più comuni e feriali della vita». E le parabole «non sono esempi inventati dal Signore per spiegare a inesperti argomenti difficili in modo comprensibile. Piuttosto esse esprimono il modo con cui Cristo vede il mondo. Per rivelare la potente bontà del Padre, egli non va “dietro”, “al di là”, “nel profondo”, “oltre” questi fatti feriali, ma percorre i paesaggi ordinari della vita e dell’animo umano con l’attenzione di chi intuisce in essi un’autentica Rivelazione di Dio». Il Figlio di Dio divenuto uomo annuncia che il Creatore ha cose da mostrarci, darci e dirci proprio grazie a quanto molti considerano banale. Il saluto è un gesto originario, insostituibile, comune a tutti i popoli, un luogo di emersione dell’umanità dell’uomo. Pagazzi indaga questo gesto individuandone peculiarità essenziali e inaspettate, mentre nella seconda parte del libro esamina come saluta Dio, con pagine molto intense e profonde dedicate al Nuovo Testamento.

    Il salutare è anzitutto gesto di coraggio. Coraggiosi sono, ad esempio, i genitori che salutano il neonato sin dal primo giorno dopo vita: «Guardano chi al momento non può ricambiare lo sguardo e quindi nemmeno il saluto. Il saluto arriva al bimbo da fuori (dalla mamma e dal papà), prima ancora che egli possa desiderarlo e immaginarlo. Come Dio che giunge dall’esterno, dall’alto, fuori portata. I primi saluti dei genitori sono anche le esperienze iniziali della trascendenza. Grazie al coraggioso saluto iniziale dei genitori, il fuoco passa da una candela accesa ad un’altra ancora spenta, avviando la combustione di un’anima al momento inerte, ma già pronta ad infiammarsi». E coraggioso è anche ogni saluto ai morti: «Siamo come genitori che danno la “buonanotte” ai loro bambini. Salutando i morti, gettiamo il cuore al di là della notte, oltre la morte. Questo gesto è così importante che in tutte le culture e in ogni epoca si trovano riti di saluto ai morti».

    Il salutare è anche gesto di speranza. Lo sguardo dei genitori, il loro coraggioso saluto, «è a sua volta un’infusione di coraggio, motivata dall’intuizione di un potere: “Tu puoi ricambiarci lo sguardo!”. In questo senso, chi saluta esercita nel quotidiano la virtù della speranza che è un altro nome del coraggio». Pagazzi considera anche i saluti di Gesù. Si sofferma, ad esempio, su un Suo comando: «In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!» (Lc 10,5-6). Proprio questo comando «scorge nel saluto il seme dell’evangelizzazione. Non è possibile evangelizzare senza salutare, giacché in quel gesto sta la grammatica elementare e il vocabolario minimo del Vangelo». Dopo la risurrezione Gesù si presentò ai discepoli che lo avevano abbandonato e li salutò per primo: proprio con quel semplice gesto iniziale, assicurò «che il loro legame era tuttora saldo, nonostante la sua violenta rottura». Ricominciare a salutare è stato il primo passo, il gesto inaugurale della ricomposizione di un rapporto ritenuto perduto per sempre: ed è stato il Risorto a compierlo. Il cristianesimo è anche questo: la meraviglia di un Dio che saluta per primo, sempre.

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