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Sab 31 gen | Santo del giorno | Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano
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    Così Wojtyla convinse Fidel a festeggiare il Natale

    «Fidel Castro mi tenne a parlare per sei ore. Era incuriosito da Giovanni Paolo II, e pur essendo geloso della sua interiorità si capiva che voleva andare più a fondo… Gli dissi che era un uomo fortunato, perché il Papa pregava ogni giorno per lui. Per una volta rimase in silenzio». Joaquín Navarro-Valls, il portavoce di Giovanni Paolo II in occasione della storica visita di Wojtyla a Cuba del gennaio 1998 ha svolto un ruolo che va ben al di là di quello ufficialmente assegnato al direttore della Sala Stampa vaticana. Così lo racconta in questa intervista concessa a La Stampa.

    Come si arrivò alla visita del Papa che aveva contribuito ad abbattere il Muro di Berlino in uno degli ultimi baluardi del comunismo?

    «Per una decina d’anni Giovanni Paolo II aveva inviato suoi delegati a Cuba. Ci andò anche il “ministro degli Esteri” vaticano Jean Luis Tauran. Il Papa aveva il desiderio di visitare l’isola, ma l’invito non arrivava. Finalmente nel novembre 1996 Castro venne a Roma per una riunione della Fao e fu ricevuto in Vaticano e invitò formalmente il Pontefice».

    Come si preparò il viaggio?

    «Per tutto il 1997 si lavorò ad organizzarlo. Tre mesi prima che avvenisse, nell’ottobre di quell’anno, arrivai all’Avana e incontrai Fidel. Fu un incontro lungo, durato sei ore e concluso quasi alle tre del mattino. Castro era molto incuriosito, voleva sapere tutto su Giovanni Paolo II, che famiglia aveva avuto, come era vissuto. Voleva sapere di più sull’uomo Wojtyla e lasciava trasparire la sua ammirazione per lui. Si percepiva che voleva andare più a fondo. Gli dissi: “Signor presidente, la invidio”. “Perché?”. “Perché il Papa prega per lei ogni giorno, prega affinché un uomo della sua formazione possa ritrovare la via del Signore”. Il presidente cubano per una volta rimase in silenzio».

    Che cosa chiese lei a Castro per conto della Santa Sede?

    «Gli spiegai che essendo stata ormai fissata la data della visita, il 21 gennaio 1998, era interessante che questa risultasse un grande successo. “Cuba deve sorprendere il mondo”, gli dissi. Fidel si dichiarò d’accordo. Allora io aggiunsi qualcosa a proposito delle sorprese che il Papa si aspettava. Chiesi a Castro che il Natale ormai alle porte fosse celebrato a Cuba come una festività ufficiale per la prima volta dall’inizio della rivoluzione».

    Come reagì il Líder Máximo?

    «Disse che sarebbe stato molto difficile, il Natale cadeva nel pieno del raccolto della canna da zucchero. Replicai: “Ma il Santo Padre vorrebbe poterla ringraziare pubblicamente per questo gesto già al suo arrivo all’aeroporto dell’Avana”. Allora, dopo una lunga discussione, Castro finì per dire di sì. Anche se aggiunse: “Ma potrebbe essere soltanto per quest’anno”. Mi limitai a dire: “Benissimo, il Papa gliene sarà grato. E quanto all’anno prossimo, si vedrà”. Com’è noto, la festa del Natale è continuata a essere da allora festa civile».

    Come guardava a Castro Papa Wojtyla?

    «Sul volo verso l’Avana un giornalista chiese al Papa che cosa avrebbe consigliato al presidente Usa riguardo alla posizione da tenere con Cuba: “To change!”. Il suo consiglio era di cambiare. Poi gli venne chiesto che cosa si aspettasse dal presidente di Cuba. Giovanni Paolo rispose: “Mi aspetto da lui che mi spieghi la sua verità, come uomo, come dirigente e come comandante”. Io non ero sull’aereo, stavo già all’Avana. Ricevetti il testo di quella risposta e la mostrai a Castro mentre aspettavamo che il Papa atterrasse. Così c’era già un ordine del giorno scritto per il loro incontro. L’incontro faccia a faccia durò a lungo e all’uscita erano entrambi sereni e sorridenti. Ricordo la messa nella Plaza de la Revolución con i fratelli Castro in prima fila e la folla che accompagnava l’omelia con il grido “Liberdad! Liberdad!”. E ricordo le parole con le quali Fidel congedò Giovanni Paolo II all’aeroporto prima della partenza per Roma: “La ringrazio per tutte le parole che ha detto, anche quelle che mi potrebbero non essere piaciute”. Aveva questa eleganza umana, mentre Wojtyla sorrideva: con quella visita aveva inaugurato un tempo di lente ma reali aperture».

    (Andrea Tornielli/Vatican Insider)

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