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  • Cristiani ed ebrei oggi, il rabbino Meyer: “L’incontro deve essere faccia a faccia”

    Andando alle fonti della tradizione ebraica, come il Talmud, qual è il posto storicamente riservato a coloro che non fanno parte del popolo di Israele all’interno della comunità ebraica?

    «Tradizionalmente, tornando ai testi rabbinici classici, la relazione con un membro non ebreo all’interno di un’ipotetica società ebraica (perché questa società non esisteva realmente e, in ogni caso, non aveva alcun potere reale) sarebbe stata differente a seconda del fatto che fosse o meno pagano. L’ebraismo cerca di evitare di avere contatti con le pratiche pagane: gli adoratori di idoli sarebbero completamente esclusi dalla possibilità di contatto. Fra i non ebrei che non sono pagani ci sono i noachidi, coloro che seguono le sette leggi di Noé, considerate la base di qualsiasi società umana. Se una persona segue queste leggi, la relazione con la comunità ebraica non è problematica ed è possibile vivere all’interno dei confini di questa società ed essere trattati con rispetto. Le leggi di Noé sono tutto ciò di cui c’è bisogno per avere un incontro fra ebrei e non ebrei, nonostante lascino i non ebrei in una posizione marginale.

    Per molto tempo (fino al XIV secolo) l’appartenenza del Cristianesimo al gruppo noachide è stata dibattuta a causa della Trinità. La Trinità infatti era problematica per i pensatori ebrei durante il periodo rabbinico e l’inizio del Medioevo. Nel XIV secolo un rabbino della Provenza, noto come “il Meiri”, diede un importante insegnamento affermando che il Cristianesimo e l’Islam erano monoteismi etici e questa posizione portò entrambe queste religioni molto vicine all’Ebraismo. Le premesse di questa idea erano state elaborate, anche se in maniera ambigua, da Maimonide nel XII secolo. Da quel giorno in poi, l’idea che si può essere parte di un monoteismo etico anche fuori dall’Ebraismo, divenne un messaggio forte e profetico rispetto al proprio tempo. Ciò stabilì le basi per la possibilità di dialogo».

    Secondo lei, quali sono le principali differenze nel vivere il dialogo fra ebrei e cristiani in Terra Santa e negli altri Paesi del mondo?

    «Il dialogo fra cristiani ed ebrei non è semplice a causa di realtà storiche che devono essere affrontate, differenze teologiche e pregiudizi ancora presenti 50 anni dopo il Concilio Vaticano II e la Dichiarazione Nostra Aetate. In Terra Santa ciò è ancora più complicato a causa della situazione politica. La comunità cristiana in Terra Santa è storicamente composta da arabi e quindi si posiziona all’interno del conflitto fra israeliani ed arabi, palestinesi in particolare. Inoltre, la questione per gli ebrei israeliani, e per gli ebrei in generale nel mondo, è che lo Stato di Israele è un elemento dell’Ebraismo, una pietra miliare. È quindi difficile avere un dialogo religioso in Israele aggirando i temi politici perché la realtà è una realtà politica e perché la presenza politica dello Stato di Israele è una modalità di espressione dell’identità ebraica».

    La Chiesa Cattolica ha celebrato qualche mese fa la fine del Giubileo della Misericordia. In che modo pensa che possiamo attingere al tema comune della misericordia nel Cristianesimo e nell’Ebraismo per favorire riflessioni teologiche e pratiche?

    «Il tema della misericordia è complicato perché porta con sé molti presupposti. Assumiamo che la misericordia sia al centro del Cattolicesimo e dell’Ebraismo. Nell’Ebraismo la misericordia non è diversa dalla messa in pratica della giustizia e il dialogo su questo punto potrebbe essere difficile. Inoltre, la misericordia è anche ciò che porta la sofferenza: la misericordia richiede una certa pazienza con coloro che non si stanno comportando come dovrebbero. Se vuoi essere misericordioso, non giudichi immediatamente, dai la possibilità all’altro di pentirsi, di cambiare, dai tempo alle parole di convincere ma, mentre dai tempo a questa persona, degli innocenti soffrono. Quindi la misericordia non è senza conseguenze. C’è una discussione sul contenuto che va considerata: ciò che consideriamo misericordioso e che associamo a questa categoria. Non sono sicuro che a una domanda su questo tema l’Ebraismo e il Cristianesimo risponderebbero allo stesso modo».

    C’è una particolare esperienza di dialogo e incontro che ha voglia di raccontarci?

    «Ho avuto molte esperienze di dialogo, per esempio alla Pontificia Università Gregoriana dove insegno. Ciò che ritengo importante è che ogni esperienza di dialogo deve considerare il fattore tempo: il dialogo non è qualcosa che si fa occasionalmente, una volta ogni tanto. Si cresce nel dialogo quando si cominciano a conoscere le persone. È uno sforzo continuo che parte dopo che si sono create amicizie e stabilita la fiducia. Il dialogo non sono le conferenze, né una lezione in una grande aula né una dichiarazione. L’incontro è faccia a faccia: è quando incontri qualcuno che ti racconta qualcosa alla quale tu reagisci e rispondi e, attraverso la tua risposta, l’interlocutore replica e così via. Il dialogo scuote entrambi i mondi: il tuo e il suo. Ciò che ho imparato qui è che richiede molto tempo ed energie perché non puoi dare niente per scontato e devi essere coinvolto e preparato, devi lavorare e lasciarti sorprendere, destabilizzare e demistificare.

    L’altra cosa che ho imparato è che il solo incontro reale è simmetrico e, purtroppo, nel dialogo ebraico-cattolico ciò accade raramente perché c’è un a priori e cioè che la Chiesa ha bisogno dell’Ebraismo mentre l’Ebraismo non ha bisogno della Chiesa perché era lì prima di lei. La realtà è che nessuno c’era prima dell’altro. Esisteva una tradizione biblica e da quella sono emerse la tradizione cristiana e quella rabbinica ed entrambe hanno uguali radici nell’Ebraismo biblico ed uguale distanza da esso. L’Ebraismo rabbinico non è più vicino a quello biblico di quanto lo sia il Cristianesimo. Qui ho scoperto che mi permetto di considerare che ho tanto da dare agli studenti cattolici che vogliono imparare l’Ebraismo quanto ho da imparare dal loro pensiero cristiano. Ciò che il Cristianesimo ha fatto nel corso dei secoli è un autentico riflesso dell’idea ebraica pre-rabbinica del suo tempo come lo è anche l’Ebraismo rabbinico e, quando le due tradizioni si sono separate, l’Ebraismo è divenuto ciò che non era il Cristianesimo e viceversa. La realtà è che si scopre che una buona parte di quanto il Cristianesimo ha messo in prima linea nel suo pensiero ha una forte eco ebraica. L’incontro quindi non avviene solo per curiosità ma permette anche di riscoprire qualcosa sulla propria tradizione che si è estinto per ragioni pratiche e storiche».

    (Vatican Insider)

     

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