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Gio 29 gen | Santo del giorno | Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano
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  • Domenica delle Palme. Un commento del ticinese fra Paolo Crivelli

    di fra Paolo Crivelli*

    La Domenica delle Palme ci invita a entrare nel cuore del mistero pasquale. Da una parte l’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme, tra osanna e rami di palma; dall’altra, la sua solitudine nella Passione, il tradimento, l’abbandono, la croce. In pochi giorni, Gesù passa dall’essere acclamato al venire condannato come un malfattore. Il protagonista indiscusso resta Lui, il Cristo. Ma ogni anno, questa liturgia ci chiede di trovare anche il nostro posto dentro il racconto evangelico.

    Chi siamo, davvero, tra i personaggi che popolano le ultime ore di Gesù? Siamo Pietro che rinnega, Giuda che tradisce, Pilato che si lava le mani? Siamo i sacerdoti, il Centurione, la Maddalena, il Cireneo? O forse, più spesso di quanto immaginiamo, siamo parte della folla.

    Sì, quella folla che accoglie Gesù con entusiasmo all’ingresso in città, ma che pochi giorni dopo si trasforma in massa inferocita che urla: «Crocifiggilo!». Si potrebbe obiettare che non si tratti delle stesse persone. Forse. Ma resta il fatto che la prima folla scompare nel momento decisivo del processo. Resta un silenzio assordante che pesa quanto un grido. E quel vuoto – oggi come allora – parla anche di noi.

    Quante volte, nella nostra vita, cambiamo posizione con la rapidità della convenienza? Quante volte ci schieriamo dalla parte di chi vince, di chi ha il potere, di chi esercita un’autorità, anche quando ciò richiede di mettere da parte i valori in cui diciamo di credere? Il desiderio di salire sul carro dei vincitori è una tentazione antica, che abita il cuore dell’uomo. È più facile il pragmatismo del vantaggio che il rischio della coerenza. Più facile adeguarsi che resistere.

    Ma è proprio qui che il Vangelo ci mette in crisi. Perché essere cristiani non è una scelta «comoda», e non lo è mai stato. Chi segue davvero Cristo deve sapersi mettere dalla parte della verità, della giustizia anche se questo spesso significa allinearsi con gli sconfitti, con gli ultimi, con chi è disposto a perdere tutto ma non a vendere la propria dignità. La storia è piena di cambi di casacca, ma rarissimi sono quei casi in cui il cambiamento è dettato dal riconoscimento dei propri errori, dalla capacità di affrontare il doloroso cammino di una conversione sincera, dal desiderio di rendere conto delle proprie scelte.

    Anche oggi vediamo attorno a noi (e forse anche dentro di noi) innumerevoli forme di opportunismo: amicizie che si rompono per convenienza, alleanze costruite per interesse, poteri che si mascherano di religione per giustificare violenze, politici che usano la fede per coprire ambizioni, potenti che aggrediscono i piccoli per coprire la propria corruzione. Non servono nomi: ognuno saprà evocare gli esempi concreti per lui più significativi, vicini o lontani.

    Qual è allora la via d’uscita da questo orizzonte smarrito? Forse dobbiamo tornare a riscoprire ciò che la nostra tradizione ci consegna da secoli: i trascendentali, quelle caratteristiche fondamentali dell’essere che l’uomo non può tradire senza tradire se stesso. L’uno, il vero, il buono, il bello.

    Non possiamo accontentarci dei loro surrogati. Dobbiamo preferire l’uno all’apparente, il vero all’opinione, il buono alla convenienza, il bello alla tendenza.

    Solo così potremo ritrovare la pace che viene dalla coerenza interiore, quella che non si compra, non si improvvisa, anche se spesso costa. Ma è proprio quel costo a renderla vera!

    *Fraternità francescana di Betania

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