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    Don Sala: «La Chiesa nel tempo delle fragilità è chiamata ad abitare la storia»

    La pandemia, la guerra, la crisi ambientale, tre tra le fragilità attuali che segnano il mondo e i cuori. Immagini drammatiche che arrivano dall’Ucraina ma anche da altri Paesi brutalizzati. Nascono domande, arrivano a grande velocità sfide che non conoscevamo, paure sociali ed economiche che una settimana prima ignoravamo. È il mondo che corre e noi ne siamo parte, a volte travolti da fatti che ci superano. Emergono domande di senso, soprattutto tra i giovani, ma non solo, questioni che bussano alle porte delle chiese, alla predicazione. Ne parliamo con il salesiano don Rossano Sala, già segretario del Sinodo dei vescovi del 2018 e attuale consultore della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi. Don Sala, cambiamenti climatici, guerra in Europa, pandemia, cosa chiedono queste sfide alla Chiesa? La prima sfida è quella di non essere distopica, nel senso di non vivere parallelamente alla storia. Queste sono tutte istanze di concretezza che ci chiedono di ricomprendere la fede come profondamente incarnata. La Bibbia non parla mai di un Dio astratto, ma dice «Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe», un Dio nella storia. C’è una scena del film Matrix che vorrei ricordare: quando Neo, il protagonista di Matrix, viene scollegato dal megacomputer che lo teneva prigioniero e lo illudeva di vivere nel mondo, e Morpheus, il capo della resistenza, lo accoglie in un paesaggio di rovine bruciate che potrebbe essere Mariupol piuttosto che Karkiv e gli dice: «Benvenuto nel deserto del reale!». Questa frase fa bene a tutti, in ogni momento. Noi in Occidente rischiamo di ritenere che il mondo sia un Luna Park e a volte anche la nostra pastorale, penso a quella giovanile, corre questo rischio. Nel 2018, quando ho partecipato al Sinodo dei giovani, ho colto dalla voce di ragazzi e ragazze di tutto il mondo quanto la guerra sia diffusa. La verità cruda è che circa nella metà del mondo i giovani vivono in zona di conflitto e i cristiani vivono in terra di persecuzione. La prima richiesta dei giovani al Sinodo è stata “giustizia e pace”. Purtroppo, nel mondo la norma è la guerra e l’eccezione è la pace. Allora, quale attitudine pastorale ci vuole per stare nella storia? La capacità che metterei all’inizio della lista è l’ascolto empatico e attivo che la Chiesa sta cercando di mettere in atto anche grazie all’attuale cammino sinodale. Non so quanti sanno che l’attuale Sinodo dedicato al tema della sinodalità, nasce dalla richiesta formulata dai giovani partecipanti al Sinodo 2018: i giovani ci hanno chiesto di mettere in crisi un modello di Chiesa burocratico e clericale e di porre la forma della Chiesa in un dinamismo familiare e di scambio, dove tutti si sentano protagonisti. Il Sinodo sulla sinodalità è il frutto maturo di questa richiesta. Tutto parte dall’ascolto della realtà: pensiamo a Dio che ascolta Mosè che si fa intercessore. L’ascolto cambia il nostro punto di vista. Noi non siamo abituati ad ascoltare. Il Papa lo ha detto all’apertura del Sinodo sui giovani: «La Chiesa è in debito di ascolto!». Una Chiesa che ascolta. E poi? La Chiesa che serve e contempla, cioè i missionari poveri capaci di annunciare il Vangelo insieme alla vita contemplativa: sono queste le due realtà che raccolgono la stima dei giovani. La carità e l’apertura alla trascendenza sono due categorie che, magari, come Chiesa, mettiamo ai margini. Pensiamo alla Laudato si’ del Papa contro la cultura dello scarto, con la proposta del modello di San Francesco. I giovani manifestano il bisogno di spiritualità ma il nostro difetto è di non riuscire a far cogliere l’esperienza della trascendenza dentro l’umanità di Gesù. Che invece è ciò di cui c’è bisogno. C’è necessità di un reale accompagnamento spirituale. Il Sinodo è un processo verso un cambiamento. di Cristina Vonzun

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