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  • Don Willy Volonté, è stato il primo segretario generale della Facoltà di teologia di Lugano

    Don Willy Volonté ricorda le due visite di Ratzinger in Ticino

    di Willy Volontè*

    Leggevo proprio in questi giorni natalizi la poderosa biografia (oltre 1200 pagine!) del Papa emerito Benedetto XVI, scritta dal giornalista Peter Seewald, perfetto interprete di Ratzinger e suo appassionato ammiratore, che da oltre 25 anni lo scruta e lo insegue. Seewald, come epigrafe al suo libro, ha posto questa frase di Papa Benedetto, che riassume in modo magistrale la personalità del Papa emerito e la sua vita spesa per la Chiesa: «Il mio intento di fondo è sempre stato quello di liberare dalle incrostazioni il vero nocciolo della fede, restituendogli energia e dinamismo. Questo impulso è la vera costante della mia vita».
    Il vigore della ragione posto a servizio della riflessione teologica dentro il solco vivo e innovativo della Tradizione cattolica mi sembra essere la cifra riassuntiva della poderosa personalità di Papa Benedetto.

    A Lugano nel 1984

    Guardavo con questo sguardo la fotografia che ritrae sette baldi giovani ticinesi, esposta sulla mia scrivania, i quali accolsero e accompagnarono, nel maggio 1984 a Lugano, l’allora Cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede. Eravamo tutti molto giovani, ma nessuno dimentica il risotto alla milanese che allestì in fretta e furia mia madre in una casa privata, dal momento che il Cardinale preferiva cenare in una in famiglia piuttosto che in un anonimo ristorante luganese. Quando Ratzinger venne a Lugano per la prima volta erano i tempi caldi del dibattito teologico intorno alla Teologia della liberazione e di conseguenza della libertà del teologo nel ricercare l’innesto della fede nel nuovo contesto socio-politico e culturale che andava proponendosi con forza prorompente. Ratzinger parlò di questi argomenti al Palazzo dei Congressi, su invito del prof. Eugenio Corecco.

    Corecco e Ratzinger si conoscevano da tempo, fin dagli inizi degli anni ’70, quando si cominciò a pensare e dare forma all’edizione italiana dello Strumento internazionale per un lavoro teologico Communio. Fu in quell’occasione che il grande H.U.v. Balthasar mandò gli iniziatori dell’edizione italiana, coordinati da Eugenio Corecco e Angelo Scola, futuro cardinale di Milano, al prof. Ratzinger, perché Balthasar sentiva in lui la mente lucida e perfettamente ortodossa, capace di guidare l’impresa.
    Stessa indicazione venne dal Cardinale svizzero Charles Journet, uno dei Padri del Concilio Vaticano II, che incontrammo al Grand-Séminaire di Friburgo. Fu in quell’occasione che il Cardinale friburghese espresse tutta la sua ammirazione per l’iniziativa editoriale di cui conosceva padre Henry de Lubac, ma sorridendo, espresse invece qualche riserva sull’amico del famoso teologo gesuita, il padre Teillard de Chardin, divenuto nel frattempo molto conosciuto.

    Nel 2002 in memoria di Corecco

    Ma il senso di stima nei confronti del vescovo Corecco, il Card. Ratzinger lo espresse in occasione del Congresso internazionale tenutosi a Lugano, a sette anni dalla morte del Vescovo Eugenio, nel febbraio 2002: Per una convivenza tra i popoli, migrazioni e multiculturalità. Il Cardinale tenne la sua lezione magistrale su Fede, Verità, Tolleranza in una sala del Palazzo dei Congressi che a fatica era in grado di contenere i 700 partecipanti. Ricordo che non fu impresa facile portare il Card. Ratzinger a Lugano.
    Provvidenzialmente ci soccorse il Presidente emerito della Repubblica italiana Francesco Cossiga, ammiratore e amico di Ratzinger. A noi organizzatori, impacciati nel risolvere il problema di una presenza di Ratzinger per una sola giornata venne incontro il Presidente Cossiga che ebbe un aereo governativo della Presidenza del Consiglio Italiano. Il Cardinale, che doveva soggiornare a Lugano solo poche ore, si trovò talmente bene che pensò di rimanervi per tutti i giorni del Congresso. In una conferenza stampa, a margine dell’incontro, un giornalista ticinese chiese al Cardinale un suo pensiero sul vescovo Corecco, stroncato dalla malattia sette anni prima. Riporto le sue testuali parole, che furono confermate una volta divenuto Papa, che esprimono quanto apprezzasse la vita di Corecco come studioso e vescovo o semplicemente dell’esistenza vissuta nella fede. Il giornalista ticinese Giuseppe Rusconi pose questa domanda: «Eminenza, quale impressione le fece il giovane sacerdote don Eugenio Corecco quando – insieme al suo amico don Angelo Scola – incontrò Lei, allora professor Ratzinger, per perorare la causa della rivista internazionale Communio? Accadde la prima volta nel 1971, e poi continuaste il colloquio in una trattoria bavarese di Regensburg…».
    Risponde il Cardinale: «Mi avevano impressionato subito la bontà naturale e anche la purezza di cuore che si potevano vedere in lui. Era un uomo di fede profonda e intensa e di una vita interiore profonda; da lui traspariva la luce purificante della fede. L’altra dimensione della sua personalità era la fecondità del suo pensiero. Ecco… e qui arriviamo al canonista Corecco, meritatamente apprezzato dalla Chiesa universale…Pensatore famoso, si è occupato di collegare due settori che appaiono a prima vista assai distanti, la cultura del diritto canonico e la teologia. C’è una tradizione per la quale il diritto canonico si costruisce esclusivamente secondo le norme del diritto e la sua logica. Per Corecco era fondamentale il riconoscere che il diritto canonico è una disciplina teologica.
    La struttura del diritto canonico scaturisce dal Mistero dell’Incarnazione. Il suo soggetto è la Chiesa e solo partendo da questo soggetto con le sue caratteristiche presenti in nessun altro soggetto, si può capire e costruire un vero diritto della Chiesa, il diritto canonico».
    Che dire di più per un futuro avvio di un riconoscimento della preziosità della vita del Vescovo Eugenio Corecco?

    *Rettore, Collegio Diocesano Pio XII

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