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  • Il presidente delle Filippine

    Filippine. Cristiani rapiti, p. D'Ambra: prudenza per salvare dialogo

    “Occorre pregare perché non sappiamo cosa può succedere e il dialogo costruito finora rischia di fallire”. Teme il peggio padre Sebastiano D’Ambra, missionario del Pime nelle Filippine, alla notizia che i miliziani jihadisti del gruppo locale Maute stanno usando come merce di scambio i cristiani rapiti 8 giorni fa a Marawi. Si tratta di padre Teresito Soganub e almeno 15 parrocchiani presi in ostaggi dopo l’assalto alla cattedrale nel quadro di violenti scontri con l’esercito. Il gruppo Maute ha però una precisa strategia, racconta padre Sebastiano D’Ambra raggiunto telefonicamente a Zamboanga da Gabriella Ceraso:

    R. - Questa è una situazione nuova e allarmante. Non sappiamo quali sviluppi prenderà, di certo gli attacchi continuano. Nella loro logica diabolica pensano di instaurare qui una provincia del Califfato ed hanno trovato terreno fertile: questo gruppo, Maute, che è il nome di una famiglia della zona, ha contatti all’estero e ha costruito questa ideologia anche con tanti soldi. Sappiamo inoltre di diversi giovani che prendono dei salari piuttosto alti e che diventano parte di questo gruppo.

    D. - Le vittime degli scontri tra fondamentalisti ed esercito sono state già tante. Lei teme anche per la sorte di questi parrocchiani e del vostro sacerdote?

    R. - Sì, so che queste sono cose che accadono normalmente per avere dei favori dal governo: hanno già chiesto a questo sacerdote di dire al governo di fermare gli attacchi aerei. Qualche anno fa a Zamboanga è accaduta una cosa simile con tantissime vittime e diecimila case bruciate. Ma a Marawi sarà ancora peggio, perché l’elemento del fanatismo religioso è più accentuato. Allora, a Zamboanga, siamo riusciti a fermare il discorso dell’odio religioso; ci siamo messi insieme, cristiani e musulmani, abbiamo dichiarato che questo non è un fatto religioso. Lì invece con questo discorso dell’Is diventa tutto più complicato.

    D. - È possibile dunque, da quello che lei dice, che sia padre Teresito che gli altri ostaggi possano essere usati non solo come mediatori, ma anche come merce di scambio per ottenere il ritiro dei militari e la cessazione degli scontri?

    R. - Senz’altro. Questo già sta avvenendo. C’è da sperare che i militari agiscano con prudenza, perché la tendenza è quella di far fuori tutti e non importa cosa succede. Mi auguro che ci sia buon senso: non so quanto buon senso in questo tempo abbiamo da queste parti. C’è da pregare che almeno ci sia quella visione di trovare un accordo. Infatti il presidente, nonostante tutto, ha detto, ancora oggi: “Lo spazio per il dialogo è ancora possibile, però se voi continuate noi attacchiamo”, perché in effetti i militari possono attaccare, hanno gli aerei e certamente questi ribelli non li hanno.

    D. - Anche la Conferenza episcopale filippina ha lanciato un appello alle forze governative perché non solo riportino la calma, la legge, ma badino anche all’incolumità degli ostaggi. Soprattutto hanno chiesto poi a questo gruppo di deporre le armi. Lei sa se ha avuto una risonanza questo appello?

    D. - So che ci sono diversi incontri ad un certo livello. Dipende se i militari a questo punto sono strategicamente pronti a dire di sì o dicono: “Ci dispiace, non dobbiamo andare avanti perché altrimenti succerà questo e quest’altro”. Non è ancora chiaro quali siano i calcoli strategici.

    D. - Nell’immediato cosa si può fare?

    R. - C’è da pregare. È un dialogo costruito lentamente con tanta pazienza, ma adesso viene distrutto almeno apparentemente, perché senz’altro nel cuore di molti resta quel desiderio di pace, di dialogo.

    (Da Radio Vaticana)

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