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  • Finisce l’era-Gregorios, il Patriarca della “Chiesa dell’Islam”

    Alla fine il Patriarca Gregorio III Laham si è messo da parte. Non è più lui il Primate della Chiesa cattolica greco-melchita. La modalità piuttosto accidentata della sua uscita di scena conferma il tratto irruente del personaggio. Ma lascia intravedere anche fattori - spesso rimossi – del malessere «interno» che attraversa tante comunità cristiane mediorientali, nel momento presente.

    Patriarca vs Sinodo

    Papa Francesco ha fatto diffondere sabato 6 maggio dalla Sala Stampa Vaticana la lettera in cui avverte Gregorio III di accettare la rinuncia all’incarico patriarcale, sottopostagli dal Patriarca in occasione di una recente udienza, e presenta la sua decisione come opportuna e necessaria «per il bene della Chiesa greco-melchita». Nella lettera papale si rimarca intenzionalmente che la rinuncia del Patriarca 85enne è avvenuta «volontariamente», e non mancano i ringraziamenti di rito a Gregoire, «zelante servitore del Popolo di Dio», anche per «aver attirato l’attenzione della comunità internazionale sul dramma vissuto dalla Siria».

    In realtà, le dimissioni del Patriarca sono l’esito dello scontro sviluppatosi negli ultimi anni tra il Patriarca e una maggioranza sempre più larga dei vescovi melchiti. Secondo fonti locali, era stata proprio l’Assemblea del Sinodo melchita a far pressione sul Patriarca fino a fargli firmare, lo scorso 23 febbraio, la lettera di rinuncia. Ma poi lo stesso Patriarca aveva dato l’impressione di voler congelare il processo innescato da quella sua firma: secondo un comunicato ufficiale del Patriarcato, diffuso ai primi di marzo, il Patriarca sarebbe rimasto al suo posto, e addirittura si apprestava a varare «nuovi progetti».

    La «Chiesa dell’islam»

    Gregorio III è sempre stato poco avvezzo ai registri della prudenza ecclesiale. Quando era Vicario di Gerusalemme, e si chiamava Loufti Laham, facevano discutere i suoi interventi pro-palestinesi (anche di recente ha aderito allo sciopero della fame dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane) e le critiche agli interventi militari occidentali contro l’Iraq di Saddam Hussein. «Noi siamo la Chiesa dell’islam», diceva spiazzando i teorici dello scontro tra un presunto Occidente «cristiano» e l’Umma musulmana. Divenuto Patriarca nel 2000, come cristiano nato in Siria rimarcava che «l’islam è il nostro ambiente, il contesto in cui viviamo e con cui siamo storicamente solidali», al punto che «Quando sento un versetto del Corano, per me non si tratta di una cosa estranea, è un’espressione della civiltà alla quale appartengo». A suo giudizio, un processo per eliminare progressivamente dal mondo arabo le comunità cristiane era iniziato dopo, l’11 settembre, visto che «la nostra semplice esistenza fa saltare le equazioni per cui gli arabi non possono che essere musulmani, e i cristiani non possono che essere occidentali». 

    Da quando è esploso il conflitto siriano, Gregorio III ha subito esternato sospetti sulla matrice delle «primavere arabe», proponendosi come un capofila degli alti gerarchi cristiani più in sintonia con la lettura degli scenari proposta dal regime siriano. Già nell’estate 2012 denunciava una vera campagna contro vescovi e Patriarchi delle Chiese siriane, accusati da più parti di sottomissione e connivenza verso il regime: «La libertà dei pastori» affermava a quel tempo Gregorio «è stata garantita dappertutto ed essa lo è fino a oggi, sia riguardo al loro comportamento che alle loro dichiarazioni pubbliche e private… Non permetteremo a nessuno di parlare a nostro nome o a nome dei cristiani in Siria, di manipolare le nostre dichiarazioni per accollarci accuse di qualsiasi genere». Con lo stesso piglio aveva sostenuto iniziative di riconciliazione come quelle sponsorizzate dal movimento inter-confessionale Mussalaha, valutate dagli insorti come operazioni di facciata funzionali al regime.

    Le radici della crisi

    Il dissidio tra il Patriarca ritirato e buona parte del Sinodo melchita non è emerso su questioni politiche. Anche i vescovi melchiti più critici verso Gregorio III non si scostano più di tanto dalla sua lettura geo-politica della tragedia siriana. E tra loro, nessuno crede che Assad possa essere escluso dalle trattative sul futuro della Siria. La radice dello scontro tra Patriarca e vescovi melchiti viene indicata nella gestione che Gregorio avrebbe esercitato sulla Chiesa, da molti considerata autocratica, con decisioni prese senza confrontarsi con nessuno e senza tenere conto dei dinamismi sinodali. Nel mirino dei critici c’è anche la scarsa trasparenza nella destinazione di fondi ricevuti e raccolti in tutto il mondo a favore delle comunità locali, travolte dalla guerra. Inoltre, molti sacerdoti durante la guerra hanno abbandonato la Siria. Nei discorsi ufficiali, il Patriarca incitava tutti a rimanere nel Paese, per non svuotarlo di cristiani. Poi, in diversi casi, ha fornito anche sostegno a sacerdoti che emigravano. Soprattutto – con ragioni condivisibili – se si trattava di preti sposati, che espatriavano per sottrarre alle violenze la propria famiglia ed evitare ai propri figli l’arruolamento obbligatorio nell’esercito.

    La paralisi del Sinodo, protrattasi per almeno due anni, ha influito negativamente sulla vita di molte comunità melchite sparse in Medio Oriente, con diverse diocesi - come l’Arcieparchia di Petra e Filadelfia, in Giordania - rimaste senza vescovo.

    Le incognite dopo Gregorio

    Molti vescovi melchiti attendevano con impazienza le dimissioni del Patriarca Laham, ma non paiono altrettanto concordi riguardo alla scelta del suo successore. Durante la sede vacante, la Chiesa melchita sarà amministrata da Jean Clément Jeanbart, vescovo melchita di Aleppo, che entro due mesi dovrà convocare l’Assemblea sinodale per scegliere il nuovo Patriarca. I candidati alla successione sono diversi: tra loro, lo stesso Jeanbart, il Vicario di Damasco Joseph Absi e il 78enne Cyril Salim Bustros, arcivescovo melchita di Beirut e Jbeil. Il nuovo Patriarca, chiunque sarà, dovrà affrontare sofferenze e disagi solitamente non registrati dai conformismi mediatici che si applicano alla condizione delle comunità cristiane in Medio Oriente. Emergenze spirituali e pastorali che non si risolvono a colpi di campagne e fundraising organizzati da qualche agenzia occidentale.

     

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