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  • Francesca Mannocchi al Salone del Libro di Torino 2023

    Francesca Mannocchi: un libro per aiutare i giovani a volgere "lo sguardo oltre il confine"

    Nella cornice del Salone del Libro di Torino, sabato 20 maggio, Francesca Mannocchi ha presentato il suo ultimo libro Lo sguardo oltre il confine. Dall’Ucraina all’Afghanistan, i conflitti di oggi raccontati ai ragazzi (ed. de Agostini). Inviata di guerra freelance, collaboratrice di numerose testate internazionali e di diversi programmi televisivi italiani, la Mannocchi in questo volume guida le nuove generazioni «alla comprensione del presente investito dalla guerra, con uno sguardo di speranza verso le prospettive future».

    Attraverso la narrazione di storie avvenute nei luoghi dei conflitti che spesso non trovano abbastanza spazio e voce nei media internazionali, l’autrice rende accessibile «la narrazione delle guerre a dei ragazzi di 11-13 anni, che – come lei stessa ha spiegato – sono continuamente sottoposti a immagini contrastanti tra loro: è utile dunque mettere a loro disposizione strumenti per leggere l’oggi». La giornalista ha così selezionato sei Paesi attualmente in conflitto dove ha lavorato a lungo negli ultimi anni, ovvero Libia, Iraq, Afghanistan, Siria, Libia e Ucraina: «nazioni in conflitto o in crisi che mi hanno insegnato che tutte le guerre sono diverse e che coloro che le raccontano meglio sono i civili».

    "La guerra è dubbio", ne è convinta la Mannocchi che ricorda che “le parole che abbiamo sono l’unico strumento per inculcare il dubbio nelle persone?”. La guerra è dubbio perché la sua verità cambia con la narrazione che viene offerta ed è per questo che il ruolo del giornalista diventa prezioso ed indispensabile, anche per spiegare la realtà ai bambini e ai ragazzi che possiedono ancora una mente molto elastica e che non hanno paura, al contrario degli adulti, di cambiare idea. “In piena guerra – ha spiegato la giornalista ricordando i primi mesi del conflitto ucraino - le persone sono naturalmente disposte a scavare nel proprio dolore e ad affidarlo a sconosciuti come i giornalisti. Quando invece, dopo mesi di conflitto, ci si abitua alla vita in tempo bellico anche la memoria delle persone si abitua e i ricordi diventano fallaci, si sono abituati a una nuova normalità che sbiadisce l’urgenza del racconto”. Ed è per questo che la Mannocchi lascia il pubblico torinese con interrogativi fondamentali: “le vittime sono vittime sempre o solo quando ci assomigliano? vanno difese sempre o solo quando le loro cause sono le nostre cause?”. E soprattutto: “Basta ancora la testimonianza a scuotere le coscienze?”. (S.G.)

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