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    Il card. Kasper ricorda Hans Küng

    Profondamente legato in cuor suo alla Chiesa, non ha mai pensato di abbandonarla, ma l’ha criticata anche duramente, aprendo discussioni e dibattiti, specialmente su alcuni dogmi fondamentali, come l’infallibilità del Papa. È questo in sintesi il ritratto del teologo svizzero Hans Küng, morto ieri, martedì 6 aprile, all’età di 93 anni. A delinearlo è il cardinale Walter Kasper, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, che in questa intervista a «L’Osservatore Romano» racconta la propria esperienza personale con Küng, di cui è stato assistente all’università di Tubinga dal 1961 al 1964 e con il quale ha conservato un legame all’insegna della stima e del rispetto, pur non essendo d’accordo sui contenuti teologici del suo pensiero.

    Come ha conosciuto il teologo svizzero?

    L’ho incontrato per la prima volta quando facevo il dottorato all’università di Tubinga. Era verso la fine degli anni Cinquanta. Nel 1961 ho conseguito il titolo di dottore in teologia e subito dopo, fino al 1964, sono stato assistente dei professori Leo Scheffczyk e Hans Küng. Da entrambi ho imparato. Poi, quando nel 1964 ho conseguito il dottorato di abilitazione, mi sono trasferito alla facoltà di teologia di Münster per insegnare teologia dogmatica.

    Quale è stato il suo rapporto con Küng?

    Il mio rapporto con lui era buono. Abbiamo collaborato bene a quel tempo. Ci siamo allontanati successivamente sulla questione del dogma dell’infallibilità papale e su altre questioni cristologiche e teologiche. Ricordo che mi allontanai da lui quando la Congregazione per la dottrina della fede, nel 1979, gli revocò la missio canonica, cioè, la licenza per insegnare teologia. Questo scatenò una vera crisi nella facoltà, che si divise. Negli ultimi decenni il nostro rapporto è sempre stato nel segno del rispetto reciproco. Ci siamo scambiati regolarmente i saluti e gli auguri in occasione delle festività. Certo, sono rimaste le differenze teologiche, ma a livello umano il rapporto era lineare e pacifico. Specialmente in occasione del suo ottantesimo compleanno, abbiamo avuto uno scambio di lettere molto bello.

    Su quali punti, in particolare, non era d’accordo con Küng?

    Küng non era solo una voce critica verso la Chiesa o un ribelle. Era una persona che voleva suscitare un rinnovamento nella Chiesa e attuare la sua riforma. C’era una base comune, come la teologia neo-scolastica, basata sulla Bibbia e sulla ricerca storica. Lui però, a mio giudizio, è andato oltre — oltre l'ortodossia cattolica — e quindi non è rimasto legato a una teologia fondata sulla dottrina della Chiesa, ma si è “inventato” una propria teologia. Come ha detto una volta Yves Congar, Küng era cattolico, ma a modo suo. Si è sentito interpellato come teologo a cambiare le cose nella Chiesa ed è riuscito, effettivamente, a spiegare il Vangelo anche a gente lontana dalla fede. In questo ha fatto bene, ma la sua ecclesiologia è troppo “liberale”. Si è anche allontanato dalla posizione del teologo svizzero Karl Barth, il suo grande maestro. Su un punto però eravamo d’accordo: sulla necessità del dialogo ecumenico. Lui ha fatto il primo passo in questo ambito. Tuttavia eravamo distanti e c’erano differenze sulla dottrina della giustificazione e sui ministeri nella Chiesa. In ogni caso, con lui si poteva parlare. Era un uomo combattivo: amava, cioè, il dialogo a tinte forti. Tra noi sono rimaste le differenze, ma mai si è creata inimicizia.

    Erano più questioni di merito o di metodo?

    Non si trattava solo di metodo, ma di differenze chiare di contenuto, specialmente, come ho detto, sull’infallibilità del Papa e su Gesù come Figlio di Dio. Non discuto il fatto che si possa criticare, ma dipende da come si dicono le cose. E lui criticava a modo suo, duramente, a volte ingiustamente. Al contrario, possedeva un linguaggio comprensibile a tutti quando spiegava la religione a quanti erano lontani o si erano allontanati dalla fede e dalla Chiesa.

    Qual è l’eredità che ha lasciato alla Chiesa?

    Credo abbia lasciato un’eredità importante alla facoltà teologica di Tubinga, specialmente sulla questione del dialogo interreligioso. Per questo si è guadagnato la stima anche al di fuori della Chiesa. Nel 1993 ha creato la fondazione Weltethos (Etica mondiale), per promuovere la cooperazione tra le religioni mediante il riconoscimento dei valori comuni. Non solo: ha lasciato alla Chiesa anche altre idee di riforma che sono diventate attuali in Germania. Detto questo, personalmente ho dei dubbi su queste riforme. Io sono su un’altra posizione, perché lui voleva l’ordinazione delle donne e l’abolizione del celibato.

    Ha portato avanti le sue battaglie con schiettezza pur rimanendo all’interno della Chiesa?

    Mai ha lasciato la Chiesa e mai ha voluto uscirne fuori. Molti teologi dopo il concilio Vaticano II hanno lasciato la Chiesa. Lui no. Nella profondità del suo cuore era cattolico. Certo, non sempre il suo comportamento lo era. Questa però è un’altra cosa: mai ha pensato di lasciare la Chiesa. E questo è molto importante. Inoltre, alla fine della sua vita c’è stato un avvicinamento con Papa Francesco. Nell’estate scorsa, ho telefonato al Pontefice dicendogli che Küng era vicino alla morte e voleva morire in pace con la Chiesa. Papa Francesco mi ha detto di trasmettergli i suoi saluti e le sue benedizioni «nella comunità cristiana». Certamente le differenze teologiche erano rimaste e non sono state risolte. Ormai non si poteva più discuterne. A livello pastorale e umano, però, c’è stata una pacificazione. Lui stesso, dopo il 90° compleanno, tre anni fa, ha parlato di una riabilitazione di fatto, non giuridica. Con l’elezione di Papa Francesco c’è stato un certo consenso da parte sua al magistero petrino, ma lo ha interpretato troppo con le idee del suo tempo. Tuttavia, posso assicurare che era avido di riconciliazione. Voleva morire in pace con la Chiesa nonostante tutte le divergenze.

    Come era il rapporto tra i due professori e teologi Joseph Ratzinger e Hans Küng?

    Ratzinger per due anni e mezzo è stato professore a Tubinga, nella stessa facoltà di Küng. Si conobbero nel 1957 e collaborarono come periti teologi all’ultima sessione del concilio Vaticano II . Erano su differenti posizioni teologiche. Si stimavano e rispettavano, ma non erano in accordo. Quando Ratzinger è diventato Papa Benedetto XVI , ha invitato il teologo a Castel Gandolfo per un incontro e una discussione approfondita, non sulle differenze, ma sulle questioni generali della teologia. Perduravano ancora la stima e il rispetto reciproco. Devo dire che Küng in passato aveva parlato male di Ratzinger. E questo per me era inaccettabile. Tuttavia, credo che da parte di Ratzinger anche negli ultimi mesi la stima sia rimasta. So che Benedetto XVI ha pregato per lui, il rapporto personale tra i due non si era interrotto.

    di Nicola Gori / Osservatore Romano

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