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    Il Nobel svizzero per l'esopianeta e la domanda su forme di vita extraterrestre

    L'assegnazione del Premio Nobel per la fisica 2019 ai due scienziati elvetici Michel Mayor e Didier Queloz, premiati per la scoperta del primo esopianeta, ha risvegliato l'idea della

    vita extraterrestre, un’ipotesi che pone anche delle domande alla fede e

    soprattutto alla teologia.

    Gli astronomi stimano che l’universo

    sia costituito da centinaia di miliardi di galassie, ognuna con una media di

    100 miliardi di stelle. Molte di queste, potrebbero avere pianeti. Per gli

    astronomi, quindi, non si può escludere che la vita si sia sviluppata anche

    altrove. Evidentemente bisogna capire in quale stadio.

    Come si pone davanti all’ipotesi di forme di vita extraterrestre la Chiesa? Una voce autorevole è quella del Gesuita, padre Guy Consolmagno, astrofisico e direttore dell'Osservatorio astronomico Vaticano, autore - tra l'altro- di un libro sull'argomento.

    Le condizioni favorevoli alla vita

    Gli astronomi esaminando gli spettri di luce provenienti da stelle e pianeti, saranno presto in grado di identificare elementi della loro atmosfera che tradiscono condizioni favorevoli alla vita, in particolare l'esistenza dell'acqua, ma anche dove la temperatura media e la pressione atmosferica permettono all'acqua di essere presente in uno stato liquido. Se ci sono molti pianeti per i quali viene verificato il secondo criterio, ce ne sono molti meno per il primo. Inoltre, questo non significa che ci sia vita, cioè che gli organismi possono svilupparsi e riprodursi lì.

    Per testare questa ipotesi, le sonde

    dovrebbero essere inviate su questi pianeti e i dati misurati dovrebbero essere

    inviati di nuovo sulla terra. Ma poiché questi pianeti sono a più di 100 anni

    luce di distanza, (100 x circa 9.500 miliardi di chilometri) ci vorrebbero

    millenni prima di avere una risposta. La questione molto successiva, dell'esistenza

    di individui "intelligenti" che vivono su un esopianeta è quindi

    essenzialmente teorica. È comunque interessante perché ci invita a riflettere

    sulla creazione divina e sul suo scopo.

     La fede in un Dio che crea l’Universo

    Per Padre José Funes, predecessore di Consolmagno alla direzione dell'Osservatorio Astronomico Vaticano (dal 2006 al 2015), non si deve avere paura della scoperta di una vita extraterrestre, perchè non metterebbe in dubbio in alcun modo la grandezza di Dio, ma sottolineerebbe, al contrario, la sua capacità creativa. Su questo argomento "proprio come la moltitudine di creature sulla Terra, ci potrebbero essere altri esseri, anche esseri intelligenti creati da Dio. Questo non contraddice la nostra fede, perché non possiamo porre limiti alla libertà creativa di Dio". Per Funes, la scienza moderna affascina quando rivela l'inimmaginabile immensità dell'universo creato da Dio. Il gesuita ci ricorda anche che Dio non è nell'universo, è soprannaturale. Esiste al di fuori del tempo e dello spazio, prima della creazione dell'universo. Tutta la creazione è un atto deliberato dell'amore di Dio.

    Nell’ipotesi di incontrare un alieno

    “Posso immaginare molti scenari in cui entrare in contatto con l'intelligenza extraterrestre", spiega Padre Consolmagno nel suo libro. “Ma in realtà, temo che se scoprissimo l'esistenza di un'altra intelligenza, sarebbe difficile se non impossibile comunicare con loro. A volte è già così difficile comunicare con i nostri familiari...". Sempre Consolmagno -ipotizzando un fantomatico incontro con un alieno- aiuta a riflettere: "Se un alieno ha la stessa capacità di essere consapevole di sé e libero di scegliere tra amore e odio, cosa lo rende diverso da noi? Perché dovremmo chiamarlo extraterrestre? Battezzerei un alieno se me lo chiedesse", conclude l'astronomo e gesuita.  cath.ch/aleteia/cx/or/mp/catt.ch

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