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    Il vescovo Alain de Raemy in Ticino: 100 giorni di incontri e scoperte

    di Francesco Muratori

    Da quel giorno di ottobre in cui arrivò il comunicato recante «comunicazioni importanti per la vita della diocesi di Lugano» da parte della Curia vescovile, sono passati cento giorni e come si suol dire: molta acqua è passata sotto i ponti. La presenza, la delicatezza, il sorriso, la stabilità e la proattività di mons. Alain de Raemy hanno sorpreso tutti e inciso nella vita pastorale di un popolo.

    Sabato 21 gennaio, a «Strada Regina» su RSILa1 alle 18,35, racconteremo di questi primi cento giorni, traendone un bilancio e guardando ai problemi della diocesi e al futuro. Non mancheranno delle sorprese nelle risposte di mons. de Raemy. Il vescovo Alain stupisce fin dalla prima domanda: «Le piace quello che fa, visto che l’immagine che restituisce è quella di un presbitero felice e sorridente?». «Mi piace molto quello che faccio! Non vuol dire che sono fiero o che penso che lo faccio sempre bene, mi piace stare con le persone». Mons. Alain definisce il Ticino un «mosaico» del quale ancora gli manca qualche pezzo, ma è una realtà molto concreta e attiva, differente dall’immagine del Ticino che aveva dall’osservatorio della Conferenza dei vescovi o da Friborgo: «Avevo l’immagine di una Diocesi tranquillamente cattolica e dico tranquillamente perché non si sentono i problemi legati al tema delle donne nella Chiesa, del celibato, delle riforme a causa degli scandali. Ora posso dire che c’è una grande diversità e che ci sono anche queste problematiche sul tavolo».

    Nell’intervista, il vescovo Alain ci confida il suo desiderio di creare coesione tra i preti della diocesi: un obiettivo non semplice poiché il Clero è molto diverso e al suo interno ci sono tanti preti provenienti dall’estero, ma questa non è neanche una missione impossibile. E poi, più importante probabilmente, è il coinvolgimento pastorale dei laici, che ha notato essere molto attivi a livello amministrativo ma ancora carenti sul piano pastorale.

    Siamo stati con lui per un pomeriggio intero, tra visite e incontri, percependo il suo bisogno di stare in mezzo alla gente, di ascoltare tutte le realtà e di dare una risposta ai bisogni anche di chi crede che l’istituzione sia qualcosa di inarrivabile e lontano. E leggendo neanche tanto fra le righe, si capisce che la vicinanza del Vescovo è anche un bisogno del popolo della Chiesa ticinese. Il desiderio di mons. de Raemy è poi di implementare la comunicazione diretta con tutti, attraverso appuntamenti mensili durante i quali approfondire un tema, o anche incontri più approfonditi rispetto a una semplice agenda di appuntamenti che già oggi viene diffusa. Nel frattempo, incontro dopo incontro, è cresciuto il feeling tra la gente e l’amministratore apostolico. Lui stesso non nega che il coinvolgimento arrivato a questo punto è ormai grande. E ammette di stupirsi che in una società così secolarizzata, comunque, l’interesse per una figura morale e pubblica come quella del vescovo, è molto importante per credenti e per non credenti.

    In merito al futuro vescovo di Lugano, nei giorni scorsi, alcuni privati cittadini, hanno preso l’iniziativa di lanciare una raccolta firme per modificare il concordato fra Confederazione e Stato Vaticano che storicamente prevede che il vescovo di Lugano sia un «cittadino ticinese». Al riguardo, mons. de Raemy come ha comunicato lui stesso subito in risposta alla notizia della raccolta firme, che lo ha «sorpreso», «pur rispettando la scelta degli iniziativisti, ritiene di non dover prendere una posizione in merito».

    L’intervista realizzata per i 100 giorni in Ticino del vescovo Alain oggi alle 18.35 a «Strada Regina» su RSI LA1.

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