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    «La pace in Europa: una sfida dalla caduta del muro ad oggi»

    di Cristina Uguccioni 

    «Ho visto la guerra: non direttamente, perché non mi sono recato in zone coinvolte dal conflitto. L’ho vista sul volto segnato dal dolore dei bambini, delle donne e degli uomini ucraini che ho incontrato». Con queste parole inizia la conversazione il cardinale Michael Czerny. Nato nel 1946 a Brno, nell’attuale Repubblica Ceca, è gesuita. Il 23 aprile scorso papa Francesco lo ha nominato prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, nel quale ricopriva l’incarico di prefetto ad interim.

    Quale ricordo conserva dei due viaggi compiuti per portare conforto e sostegno, a nome del Papa, agli ucraini costretti a fuggire a causa della guerra?

    «Lo scorso marzo mi sono recato in Ungheria e Slovacchia, raggiungendo anche villaggi ucraini situati presso il confine. Ho visitato parrocchie e centri di accoglienza gestiti da organizzazioni fra le quali la Caritas, il Jesuit Refugees Service, il Sovrano Ordine di Malta e la Comunità di sant’Egidio. Lì ho incontrato i profughi ucraini: la loro sofferenza, il loro smarrimento mi hanno addolorato. Sono persone fuggite per salvare la vita ma, in un certo modo, l’hanno perduta perché hanno lasciato tutto ciò che avevano e il loro mondo è andato in frantumi. Ricordo una donna, disperata perché nella fuga aveva dimenticato di prendere il cellulare: sentiva di aver perso anche tutti i legami che aveva. A nome del Papa ho offerto conforto, sostegno, preghiera, parole di speranza. Sono rimasto ammirato dall’opera instancabile dei volontari che accolgono i profughi: lavorano senza risparmiarsi. Anche a loro ho portato il sostegno del Pontefice. In una parrocchia ucraina, nei pressi del confine, dove le persone sostano prima di lasciare il Paese, mi ha colpito la generosità dei sacerdoti di rito orientale, in maggioranza sposati e con figli, che hanno deciso di non fuggire per poter continuare a offrire assistenza. In tutti i centri in cui mi sono recato ho visto la Chiesa come deve essere, un grembo capace di ospitare tutti».

    In questi due anni si è pensato che il tempo della pandemia rappresentasse un’occasione per reimparare tante cose, per costruire fraternità vera e correggere le ingiustizie, per «scegliere che cosa conta e che cosa passa», come diceva il Papa nel 2020. Poi è scoppiata la guerra in Ucraina. E a molti, addolorati e scoraggiati, sono cadute le braccia: cosa vorrebbe dire loro?

    «Anzitutto direi loro che lo scoraggiamento, l’avvilimento sono sentimenti giusti, comprensibili. Non bisogna però perdere la speranza. Se intendiamo compiere un passo avanti, ora è necessario elaborare una riflessione seria sugli ultimi trent’anni della nostra storia. Sono infatti convinto che in Europa avremmo dovuto cominciare trent’annifa,dopolacaduta del muro di Berlino, a reimparare tante cose, a vivere insieme costruendo fraternità, a reimpostare la rotta. Purtroppo non lo abbiamo fatto: ci siamo assuefatti agli agi, senza troppo pensare alle nostre responsabilità. In certo modo, noi europei ci siamo addormentati. Forse la pandemia e la guerra ci stanno dando la sveglia».

    Il vescovo italiano Tonino Bello a proposito della pace scriveva: «Come possiamo dire parole di pace se non sappiamo perdonare? Quali liberazione pasquale vogliamo annunciare se siamo protagonisti di stupide smanie di rivincita, di deprimenti vendette familiari ? (…) A nessuno è lecito teorizzare sulla non violenza o ragionare di dialogo tra i popoli o maledire sinceramente la guerra se non è disposto a quel disarmo unilaterale e incondizionato che si chiama perdono». Quale riflessione suscitano in lei queste parole?

    «Per riprendere quanto dicevo, negli ultimi trent’anni non abbiamo imparato veramente a vivere insieme e a perdonare, a costruire pace e riconciliazione. Siamo stati lenti e duri di cuore. Questa sclerocardia, almeno nell’Europa occidentale, si esprime in modo paradigmatico nel trattamento che riserviamo allo straniero, del quale fatichiamo a rispettare i diritti. La pace è lavoro quotidiano che si fa tra le case e le strade delle nostre città. Gesù ha detto: «Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono». Ognuno di noi sa, nel proprio cuore, chi sono le persone con cui deve riconciliarsi. Facciamolo, dunque. Chiediamo al Signore che ci aiuti a compiere il passo della riconciliazione. Sarebbe un errore grave inveire contro i governanti incapaci di fare la pace e poi coltivare disinvoltamente i propri conflitti personali considerandoli cose da poco».

    Quali sono i principali progetti che intende promuovere nel Dicastero di cui è diventato prefetto?

    «Il Dicastero, nel quale sono confluite le competenze di quattro Pontifici Consigli, è stato istituito nel 2017. La nostra priorità è promuovere lo sviluppo umano integrale alla luce del Vangelo e nel solco della dottrina sociale della Chiesa. Sotto questo profilo, siamo pronti ad aiutare le Conferenze Episcopali a promuovere nei loro territori i valori della giustizia, della pace, della tutela del creato, del rispetto della dignità di ogni persona. Intendiamo continuare a coordinare il lavoro delle istituzioni cattoliche impegnate a garantire concreta assistenza ai popoli più sofferenti, a cominciare da quello ucraino. Inoltre ci proponiamo di implementare la valutazione sul Dicastero compiuta un anno fa, per volere del Papa, da una delegazione guidata dal cardinale Blase Cupich».

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