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  • don Haulik @cdt

    La testimonianza di don Stefano Haulik: «Mia moglie morente mi ha indicato la vocazione al sacerdozio»

    Don Stefano Haulik è prete da 10 anni. Oggi, quasi 80enne, dopo aver svolto per 6 anni il suo ministero pastorale alla Clinica Moncucco di Lugano quale cappellano, è in pensione. È comunque ancora molto attivo come collaboratore nella parrocchia di san Nicolao a Lugano-Besso dove celebra alcune sante messe, accoglie i fedeli nel sacramento della confessione e fa visita agli anziani portando l’eucarestia. Senza dimenticare che è padre di due figlie e nonno di otto nipoti!
    Ordinato prete a 69 anni, la sua storia, ha qualcosa di straordinario. A fargli intravedere il destino da sacerdote nel 2008 è infatti stata Elena, la moglie morente, malata di tumore al cervello. «Mia moglie – ci racconta ancora commosso don Stefano - era malata da due anni. Quando, poi, i medici dell’ospedale Civico ci comunicarono che la medicina non avrebbe più potuto aiutarla, lei per consolarmi mi disse: “Stefano, vedo che andiamo incontro a cose grandi”. Una settimana prima di morire mi raccomandò di non lasciare nel cassetto la mia licenza in teologia e mi sussurrò: “Va dal vescovo, avrà bisogno di te”».
    Dopo la morte prematura, a 55 anni, dell’amata moglie, è iniziato un periodo di sconforto e smarrimento interiore: «Mi sentivo disorientato», confessa don Stefano. «Nella vita avevo fatto l’ingegnere edile, prima di scappare dalla Cecoslovacchia comunista, e poi l’insegnante di matematica e religione, arrivato in Svizzera. Ho pensato al sacerdozio, quando vivevo in patria, ma poi, completati gli studi di teologia non mi sentivo degno, e passati tanti anni, mi sono sposato. Dopo il decesso di mia moglie passarono 7-8 mesi pieni di interrogativi. Un giorno, parlando con l’allora  parroco di Sorengo, don Gianni Sala, gli confidai il mio “segreto”. Lui mi incoraggiò. Spinto anche da mia figlia Marta, andai sulla tomba di mia moglie e le chiesi aiuto. Pochi giorni dopo, decisi. Andai dal parroco e gli dissi che ero pronto per il sacerdozio. Da allora non ho mai più avuto ripensamenti».
    Avendo alle spalle una solida formazione teologica, dopo appena un anno di seminario, il 18 giugno 2011, Stefano Haulik è stato ordinato sacerdote dall’allora vescovo di Lugano, Pier Giacomo Grampa, il quale gli ha proposto di svolgere il compito di cappellano alla clinica Moncucco di Lugano. «Mi disse che c’era bisogno di uno, con la mia storia personale, per dare un vero conforto e sostegno alle persone sofferenti».
    Una vocazione sacerdotale, quella di don Stefano, plasmata attraverso una vita piena di affetti ma anche di sofferenze. Nato l’8 agosto 1942 a Bratislava, nell’allora Slovacchia, ricorda ancora i bombardamenti e gli orrori della guerra. Secondo di cinque figli, dai suoi genitori ha ricevuto la fede in Cristo vissuta soprattutto nella preghiera e nell’accoglienza solidale, quando la stanza destinata a lui e ai suoi fratelli è diventata rifugio clandestino per due salesiani. Le angherie del regime comunista lo costringono, nel 1967, dopo la laurea in ingegneria, a fuggire, prima in Austria e poi in Italia, in cerca di un futuro migliore. Grazie all’amicizia con alcuni sacerdoti salesiani studia filosofia e teologia a Roma e a Torino iniziando così una nuova carriera come insegnante. Sempre grazie al legame con i salesiani approda a Lugano per insegnare matematica e religione all’istituto Elvetico. Ed è proprio qui, in Ticino, che nel 1981 incontra la sua futura sposa.
    La testimonianza di don Stefano trabocca di gratitudine perché tutto, anche le fatiche e le sofferenze, l’hanno condotto ad una vita di donazione più piena. Anche nel tremendo dolore per la morte di sua moglie, ha colto la possibilità di una nuova chiamata del Signore. «La nostra vita – conclude don Stefano - è come un tappeto orientale. Noi qui vediamo però solo la parte dei nodi. L’altra parte, quella con il disegno completo, ricco di figure e colori, la guarderemo soltanto nella prossima vita. Noi dobbiamo solo fidarci del Signore e affidarci a Lui. Solo Lui, attraverso le nostre povere mani, fa grandi cose».

    di Federico Anzini

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