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Sab 31 gen | Santo del giorno | Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano
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    L'incontro del Papa con i giovani romeni: "Il peggio viene quando vediamo più trincee che strade"

     "Il peggio viene quando vediamo più trincee che strade"

    “Il maligno divide, disperde, separa e crea discordia, semina diffidenza. Vuole che viviamo distaccati dagli altri e da noi stessi. Lo Spirito, al contrario, ci ricorda che non siamo esseri anonimi, astratti, esseri senza volto, senza storia, senza identità. Non siamo esseri vuoti né superficiali”. Incontrando le famiglie e i giovani, a Iasi, il Papa ha spiegato con queste parole che “esiste una rete spirituale molto forte che ci unisce, ci ‘connette’ e ci sostiene e che è più forte di ogni altro tipo di connessione. Sono le radici: sapere che apparteniamo gli uni agli altri, che la vita di ciascuno è ancorata alla vita degli altri”.

    “Tutti fioriamo quando ci sentiamo amati”, ha garantito Francesco: “Perché l’amore mette radici e ci invita a metterle nella vita degli altri”. “Che tutti i romeni siano fraterni come le stelle della notte”, ha detto il Papa a braccio parafrasando il poeta nazionale romeno, Mihai Eminescu. “Noi apparteniamo gli uni agli altri e la felicità personale passa dal rendere felici gli altri. Tutto il resto sono favole”, il monito del Santo Padre: “Per camminare insieme lì dove sei, non ti dimenticare di quanto hai imparato in famiglia. Non dimenticare le tue radici”. “Quando le persone non ameranno più, sarà davvero la fine del mondo”, ha detto il Papa citando un santo eremita romeno: “Perché senza amore e senza Dio nessun uomo può vivere sulla terra! La vita inizia a spegnersi e a marcire, il nostro cuore smette di battere e inaridisce, gli anziani non sogneranno e i giovani non profetizzeranno”. “Il peggio viene quando non ci saranno sentieri ‘dal vicino al vicino’, quando vediamo più trincee che strade”, il grido d’allarme di Francesco.

    Il disinteresse di una fede "fatta in casa"

    “L’amore ha messo radici in voi e ha dato molto frutto”. Sono le parole rivolte dal Papa ad Elisabetta e Ioan, nonni con undici figli, presenti – con altre migliaia di famiglie e giovani – nel piazzale antistante il Palazzo della Cultura di Iasi. “Voi guardate al futuro e aprite il domani per i vostri figli, per i vostri nipoti, per il vostro popolo offrendo il meglio che avete imparato durante il vostro cammino: che non dimentichino da dove sono partiti”, ha proseguito Francesco rispondendo alla loro testimonianza: “Dovunque andranno, qualunque cosa faranno, non dimentichino le radici. È la sapienza che si riceve con gli anni: quando cresci, non ti dimenticare di tua madre e di tua nonna e di quella fede semplice ma robusta che le caratterizzava e che dava loro forza e costanza per andare avanti e non farsi cadere le braccia. È un invito a ringraziare e riabilitare la generosità, il coraggio, il disinteresse di una fede ‘fatta in casa’, che passa inosservata ma che costruisce a poco a poco il Regno di Dio”. La fede, per il Papa, “è un dono che mantiene viva una certezza profonda e bella: la nostra appartenenza di figli, e figli amati da Dio. Dio ama con amore di Padre: ogni vita, ognuno di noi gli appartiene. È un’appartenenza di figli, ma anche di nipoti, sposi, nonni, amici, vicini; un’appartenenza di fratelli”.

    (red/agenzie)

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