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  • Meeting di Rimini, l’eredità viva della testimonianza dei martiri d’Algeria

    “Una vita donata può diventare una vita feconda e noi, oggi più di ieri, di fronte a un mondo in guerra, abbiamo bisogno di questa consapevolezza”: così Bernhard Scholz, presidente della fondazione Meeting, ha inaugurato la seconda delle sei giornate organizzate al Forum di Rimini da Comunione e liberazione. Che, proprio come avvenuto ieri, ha avuto per protagonista una storia. Tra il 1994 e il 1996, 19 religiosi e religiose cattolici, oggi beati, sono caduti vittime della violenza in Algeria. Nel Paese nordafricano, nel giro di dieci anni passati alla storia col nome di “decennio nero”, oltre 150.000 persone, fra cui molti imam, hanno perso la vita.

    La storia di suor Lourdes Miguélez Matilla

    E il fatto che la scelta di questi cristiani di restare accanto a un popolo martoriato, in spirito di amicizia gratuita e di condivisione cristiana, sia ancora oggi testimonianza di carità e di gratuità, è stato dimostrato dal lungo applauso con cui il pubblico ha accompagnato la storia di Lourdes Miguélez Matilla, suora agostiniana missionaria, arrivata ad Algeri quando aveva 22 anni, il 27 settembre 1972: “Fin da subito, mi sono dovuta spogliare di molte cose per aprire il mio cuore e il mio spirito a realtà nuove, diverse — ha raccontato — ma in quel Paese ho imparato a conoscere, a poco a poco, il senso della mia vocazione”. Ed è questo senso di gratitudine verso il popolo algerino che ha spinto Lourdes a restare nel Paese persino quando, di fronte ai suoi occhi, si è consumato l’atto più orribile cui si può pensare: l’omicidio di due consorelle, Caridad ed Ester, uccise dai proiettili dei terroristi mentre rientravano in casa. “I miei superiori mi fecero tornare a Madrid — racconta suor Lourdes — anche se io volevo restare. Passai anni difficili, colta dalla paura di aver tradito il Signore. Poi, quando mi fu offerta la possibilità di tornare in Algeria, non rinunciai: il ritorno nella stessa casa in cui le mie consorelle erano state uccise fu una grande sfida. Lì, però, abbiamo offerto alle nostre persone un segno di perdono. Volevamo instaurare nuove relazioni. E così abbiamo fatto”.

    Il cardinale Jean-Paul Vesco : l’importanza della fraternità

    In effetti, il martirio dei 19 cristiani insegna proprio questo: la forza di una Chiesa unita, la forza della fraternità, il potere sovversivo della fragilità e di una presenza disarmata. Lo ha sottolineato nel suo intervento il cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo metropolita di Alger, che, stimolato dalla domanda di Lorenzo Fazzini, moderatore dell’evento e responsabile editoriale della Libreria editrice vaticana, ha evidenziato come “la forza di una Chiesa unita si vede nel fatto che tutti i 19 martiri sono stati beatificati insieme, perché tutti avevano rischiato la vita pur di restare insieme. Di più, la loro beatificazione è avvenuta nel santuario di Santa Cruz, a Orano, nel nord di un Paese musulmano e che aveva fatto i conti con centinaia di migliaia di vittime musulmane. La nostra Chiesa è poco significativa dal punto di vista numerico. Eppure, il governo accettò di far svolgere la beatificazione sul loro territorio. Perché la fraternità, in questo mondo dell’individualismo, ha ancora qualcosa da raccontare”.

    Nadjia Kebour: la mia terra deve restare un luogo d’incontro

    Un aspetto emerso dalle parole di Nadjia Kebour, docente del Pontificio istituto studi arabi e d’islamistica, che, da algerina e musulmana, ha insistito oggi sulla crisi esistenziale che ha attraversato in quegli anni: “Io, come tutti gli algerini, sono cresciuta con l’immagine di un Dio buono, di un Dio nostro, che è stata però totalmente cambiata dal terrorismo. Negli anni in cui sono stati uccisi tantissimi miei connazionali innocenti, io non riconoscevo più nessuno di quei 99 nomi con cui il Corano identifica il nostro Dio. Ecco perché questo martirio mi coinvolge. Per me i cristiani morti sono testimoni del fatto che, nonostante l’odio, la mia terra era e deve restare terra d’incontro fra religioni”. Affinché ciò avvenga, l’abate del monastero di La Trappe e postulatore della causa di beatificazione dei martiri d’Algeria, Thomas Georgeon, ha però voluto ricordare il modo in cui va interpretata questa testimonianza: “I martiri non hanno fatto piani prima di morire. Non hanno pensato di morire per insegnare qualcosa. Hanno dato la loro vita per fedeltà a Cristo, invitandoci a riflettere sul senso della gratuità in un mondo dove niente è gratuito”.

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