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Gio 29 gen | Santo del giorno | Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano
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  • Card. Zuppi, presidente della CEI

    Meeting Rimini. Card. Zuppi: “La pace non può essere frutto della forza”

    “La preghiera apre a entrare nella storia. Perché essa non è l’ultima spiaggia. È la prima. Quella da cui partire, quella che diventa scelta, solidarietà, attenzione, vicinanza. Ecco una delle tante eredità di Papa Francesco e che Papa Leone ha ripreso con la stessa insistenza: non esiste classifica dei conflitti. Sono tutti pezzi di un’unica guerra, sono tutti mondiali”: sono queste le parole pronunciate dal cardinale, arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi, in un’intervista ai media vaticani. Il presidente della Conferenza episcopale italiana è arrivato questa mattina al Meeting di Rimini e, poco prima della celebrazione della messa, ha visitato lo stand dei media vaticani in cui ha avuto una conversazione con Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani, Massimiliano Menichetti, vicedirettore editoriale dei media vaticani, responsabile Radio Vaticana - Vatican News, e Andrea Monda, direttore de L’Osservatore Romano.

    "Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi"

    E proprio sul titolo della quarantaseiesima edizione del Meeting organizzato da Comunione e liberazione, “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”, si è concentrato fin da subito il cardinale Zuppi, evidenziando come “deserto e mattono sono termini che ci aiutano a capire la situazione che stiamo vivendo oggi. Un deserto terribile, provocato dalle scelte degli uomini e capace di generare sofferenza, rovinare relazioni, uccidere. E poi, però, ci sono i mattoni. Questa mi sembra un’indicazione importante: in questo anno giubilare della speranza abbiamo bisogno di capire che si è mattoni, che si può essere mattoni, che c’è qualcosa di nuovo se ci si confronta col deserto”. Ecco allora il senso del vero giubileo che, precisa Zuppi, “è vero rinnovamento. Venerdì abbiamo aderito e vissuto una giornata di digiuno e preghiera che ci era stata chiesta due giorni prima da Papa Leone per la pace”.

    Gli sforzi concreti per la pace

    Sono proprio questi, tra preghiera e digiuno, gli sforzi concreti che vanno fatti per promuovere la pace. Ma non sono gli unici. In questi giorni di Meeting le vere protagoniste sono state le storie di riconciliazione e di perdono: la storia di due mamme, una israeliana e una palestinese, che oggi cercano insieme la pace per i loro popoli; la storia dei diciannove martiri cristiani d’Algeria, uccisi nel 1994. “Sono queste le testimonianze da cui si può iniziare a ricostruire, nella speranza che certe parole non solo commuovano, bensì spingano a incontrarsi, a dialogare, a scegliere la via della riconciliazione e non quella della guerra”, ha commentato Zuppi, che ha poi voluto ricordare l’attenzione della Chiesa a ogni tipo di guerra: “Faccio l’esempio del Sud Sudan, un conflitto che dura da decenni ma per cui Papa Francesco si inginocchiò, baciando i piedi pur di supplicare di porre fine al conflitto. Perché anche questa è una guerra mondiale”.

    Non c'è pace senza giustizia, non c'è giustizia senza perdono

    In effetti, è proprio l’arma del perdono quella che si eredita dai grandi personaggi della storia. Lo ha ricordato il Direttore Andrea Monda, citando Nelson Mandela, mentre il Direttore Andrea Tornielli ha citato le parole profetiche del messaggio per la Giornata mondiale della pace 2002 che Giovanni Paolo II pubblicò poco dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre agli Stati Uniti. Mentre tutti pensavano alla guerra “preventiva”, sull’onda dell’enormità dell’attacco subito, il Pontefice volle dire che “non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”. Eppure, ha osservato il cardinale Zuppi, “oggi ho l’impressione che andiamo un po’ fiacchi su tutto. Non c’è pace, c’è poco perdono, cerchiamo poche volte la giustizia. Dimentichiamo che la prigione da cui non si può evadere è quella che noi costruiamo pensando di essere sicuri o di stare bene: in realtà, stiamo così costruendo attorno a noi un inferno. Dobbiamo sperare esattamente il contrario. Il perdono aiuta. Aiuta chi ha compiuto il crimine, il delitto, l’offesa, ma soprattutto libera chi l’ha subito. Solo una ricerca tanto ostinata della pace, della giustizia e del perdono può rendere certi deserti ciò che il Signore vuole: un giardino dove tutti possono vivere”.

    Stiamo facendo tutto il possibile?

    Ancor più, un giardino da cui nessun essere umano può essere allontanato. Lo ha ribadito ieri Papa Leone XIV quando, ricevendo in udienza la delegazione del “Chagos Refugees Group”, di Port Louis, nelle Isole Maurizio, ha detto che “tutti i popoli, anche i più piccoli e i più deboli, devono essere rispettati dai potenti nella loro identità e nei loro diritti, in particolare il diritto di vivere nelle proprie terre; e nessuno può costringerli a un esilio forzato”. Parole non esplicitamente riferite al Medio Oriente, ma che non possono non far pensare alla situazione in corso a Gaza. Stiamo facendo tutto il possibile, a ogni livello, per cercare di fermare quanto sta avvenendo? “Questa è una grande domanda, legata all’inquietudine, su cui non dovremmo mai smettere d’interrogarci – ha riflettuto il cardinale Zuppi – Papa Francesco, durante il suo viaggio in Ungheria, si domandò e domandò alle Chiese se avevamo fatto tutto il possibile per i conflitti in corso nel mondo. Poi, si è domandato che fine avesse fatto la pace creativa: la diplomazia è capace di trovare formule per rendere la pace possibile? Il 4 ottobre 2025 ricorrono i sessant’anni da quel discorso straordinario che San Paolo Vi tenne alle Nazioni Unite in cui diede una prospettiva: la pace non può essere frutto della forza. La forza è pericolosa, così come lo è l’idea che comandi il più forte o che prevalga un equilibrio tra i forti. Certo, l’Onu deve fare un po’ di manutenzione, ma noi non possiamo tirarci indietro. Perché se la guerra è mondiale, vuol dire che ci interessa, che ci coinvolge, arrivando pure dove sei tu. Non è qualcosa di facoltativo. È un’emergenza che coinvolge ognuno di noi”.

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