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  • Missionari italiani in Bangladesh: rischiare la vita per il Vangelo

    PAOLO AFFATATO

    Il rischio c'è, anche della vita, ma la fede è più grande. L'annuncio e la testimonianza del Vangelo non si fermano, nemmeno di fronte al terrorismo. Sono una cinquantina tra religiosi, preti, suore e laici consacrati, i missionari italiani presenti in Bangladesh. Ci sono i sacerdoti del Pontificio istituto missioni estere, di origine milanese, i missionari saveriani (fondati da san Guido Conforti), le suore dell'Immacolata e quelle dell'istituto di Maria Bambina. Non mancano alcuni laici della Comunità Giovanni XXIII, anch'essi impegnati nel servizio pastorale e sociale.

    Se infatti sono le parrocchie il primario campo di apostolato – con la celebrazione dei sacramenti e accompagnamento delle famiglie cattoliche – molta parte dell'opera dei missionari in terra bengalese consiste nell'attività di istruzione, con scuole e collegi, nella assistenza offerta negli ospedali o nel promuovere lo sviluppo socioeconomico delle popolazioni svantaggiate come i tribali. I missionari italiani sono preziosi coadiutori della Chiesa locale, un piccolo gregge di 300mila fedeli, lo 0,2% su una popolazione al 90% musulmana.

    I saveriani sono nell'ex Pakistan orientale dal 1952, quando presero il posto dei Salesiani che scelsero di concentrarsi sul servizio pastorale in Pakistan occidentale, dove sono tuttora. Nella guerra per l'indipendenza del 1971 persero il sacerdote Mario Veronesi e qualche anno dopo Valeriano Cobbe, assassinato a Shimulia: tuttora i due «costituiscono per la Chiesa del Bangladesh una permanente testimonianza della loro incarnazione missionaria», ricorda Silvano Garello, confratello dei due, impegnato tuttora in Bangladesh in un prezioso contributo di pubblicazioni cattoliche di carattere culturale, liturgico e divulgativo in lingua bengali.

    Circa la metà dei missionari italiani presenti nel paese appartengono al Pime: quella nel Golfo del Bengala una delle missioni più antiche del Pontificio Istituto Missioni Estere, che giunse nel subcontinente indiano nel 1855. Oggi il Pime ha 25 missionari nel paese, presenti in tre diocesi (Dacca, Dinajpur e Rajshashi) e impegnati a livello pastorale nelle parrocchie ma anche in opere educative e sociali come scuole, dispensari, ospedali. Alla periferia della megalopoli Dacca, in un'area ad alta concentrazione industriale, i missionari italiani hanno avviato un Centro pastorale che accoglie gli operai e fornisce loro assistenza materiale e spirituale.

    «Siamo profondamente addolorati e scioccati ed esprimiamo la nostra solidarietà alle famiglie delle vittime», osserva a Vatican InsiderMichele Brambilla, superiore della comunità Pime in Bangladesh. «Ci auguriamo che il governo adotti misure serie per fermare il terrorismo e garantire l'incolumità dei cittadini e di tutti gli stranieri che vivono nel paese».

    Quella terroristica in Bangladesh è una minaccia da non sottovalutare per i missionari di origine europea o occidentale, presenti nella lista degli obiettivi privilegiati di gruppi che, in tal modo, cercano visibilità internazionale e ribalta mediatica. L'episodio di Piero Parolari, uno dei missionari Pime raggiunto un colpo di pistola alla testa a novembre 2015 e vivo per miracolo, parla chiaro ed è un preciso avvertimento.

    Oggi Brambilla e i suoi confratelli adottano precauzioni e massima attenzione nella loro attività quotidiana. «Viviamo scortati: le polizia segue i nostri movimenti quando ci rechiamo in chiese, scuole, ospedali». Sei mesi fa, dopo l'agguato a Parolari, il governo chiese perfino ai religiosi di non uscire dai loro conventi. Ma questo avrebbe snaturato del tutto la presenza missionaria e dunque si è trovato il compromesso di avvisare le forze di sicurezza per ogni attività sociale o pastorale. Il paradosso è quello di rischiare la vita mentre si fa del bene alla popolazione locale, mentre ci si dedica all'assistenza dei malati, degli emarginati o dei bambini.

    Ma come si è giunti a questo punto? Spiega l'altro missionario Pime Franco Cagnasso, che cura da Dacca il blog «Schegge di bengala»: «Da decenni i paesi del Golfo hanno messo in atto uno sforzo di rieducare i musulmani del Bangladesh, depurando l'islam locale da tradizioni e da commistioni con altre culture o con la modernità. Migliaia di madrase hanno instillato nelle menti di milioni di ragazzi e giovani la visione di un islam duro e intollerante».

    E il governo di Sheikh Hasina, in questa situazione, prosegue Cagnasso «da un lato intende fermare i radicalismi che gli si oppongono politicamente e pretendono di introdurre le leggi della sharia; d'altro canto non vuole mettersi in contrasto con la grande maggioranza islamica, ancora tendenzialmente aperta»

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