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  • Padre Guidalberto Bormolini

    Padre Bormolini: "La malattia, un'occasione per rialzarci"

    Si è svolto sabato scorso, 18 gennaio, a Moncucco il raduno annuale dell’Associazione Medici Cattolici della Svizzera Italiana. Ospite e relatore della giornata è stato padre Guidalberto Bormolini, monaco e sacerdote. Da due anni, con la onlus «Tutto è vita» di cui è fondatore, padre Bormolini ha avviato il recupero di un borgo abbandonato nella Valle del Bisenzio, nell’Appennino tosco-emiliano, con l’obiettivo di trasformarlo in un villaggio dedicato all’accompagnamento delle persone con diagnosi di malattie incurabili. Una sorta di hospice all’interno del quale si darà grande cura non solo al corpo, ma anche alla spiritualità e alla dimensione interiore. Una tematica, quella della morte e del fine vita, quanto mai delicata e di grande interesse, che abbiamo voluto approfondire con lui.

    Partiamo dalla conferenza che ha tenuto sabato scorso a Moncucco, durante la quale ha parlato del senso della vita e della sofferenza. Come è possibile trovarne uno? «Secondo diversi studi, le persone che sono consapevoli di avere una malattia che li riduce in fin di vita aumentano la propria scala valoriale passando spesso da valori individualistici ed egoistici a quelli basati sull’amore e sull’altruismo. Gli studi ci dicono che la malattia può aprire a una prospettiva di vita migliore. La stessa cosa è scritta anche nelle sapienze antiche: quando la malattia si aggrava inesorabilmente la persona si interroga sul senso della vita e può scegliere di indirizzare l’esistenza che le rimane verso grandi ideali invece che perdersi in cose futili e piccole. Sottolineo il “può” perché nulla è automatico; la malattia non è automaticamente donatrice del senso della vita, ma può essere l’occasione per fare dell’esistenza qualcosa di altamente umano. Se però non la si coglie si rischia di abbruttire. È frutto di una scelta che uno non farebbe, intorpidito dalla quotidianità».

    Qual è la difficoltà più grande incontrata dai malati? «L’incapacità di gestire il senso della sofferenza che diventa una tortura, invece di essere una occasione di crescita e di progresso spirituale».

    Il cristiano può avere una lettura diversa della sofferenza? «Sul piano della tradizione cristiana, il dolore si può interpretare come qualcosa di utile, che ha attraversato anche Cristo per redimerci e che quindi salvifica. Oggi prorompe una enorme necessità di spiritualità, bisogna però saperla cogliere e riconoscere. L’accompagnamento può aprire a questa prospettiva l’uomo colpito da una diagnosi infausta della malattia che lo avvicina alla morte. Da lì si passa poi all’annuncio cristiano che è un di più, un’ulteriore possibilità ».

    I familiari come vivono questa situazione? «Solitamente il regista di tutto è il malato: se una persona accetta con serenità la situazione, sono tutti rasserenati. Noi lavoriamo molto sulle persone vicine al malato: è uno scambio vicendevole, loro tranquillizzano il malato, e il malato tranquillizza le persone a lui care».

    Come rendere fertili e dignitose le ultime tappe della malattia? «Oggi vedo che il termine dignità perde di significato: la vita è degna se si è amati. Ci sono molte persone che nascono disabili o diventano disabili e nessuno si sogna di dire che la loro vita manca di dignità».

    Qual è la difficoltà più grande che lei incontra ogni giorno nell’accompagnare alla morte? «La difficoltà molte volte sta nel riuscire a donare speranza al di là delle speranze mediche. Se i medici dicono che la malattia è incurabile allora si perde la speranza, ma prima o poi si deve comunque morire. Non possiamo legare la speranza alla funzione biologica quando sappiamo bene che questa funzione, prima o poi, cesserà. Dobbiamo imparare a cercare un senso della vita anche nella malattia, prima che sia troppo tardi».

    Come viene visto il suo ruolo dai malati e familiari? «Diversi documenti scientifici internazionali affermano che l’accompagnatore spirituale è fondamentale. Io seguo soprattutto gente lontana dalla Chiesa, perché chi è praticante si rivolge al parroco o al proprio accompagnatore. Insieme agli altri operatori cerchiamo dunque di proporre una ricerca della spiritualità e, solo successivamente, una ricerca di Cristo».

    Silvia Guggiari

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