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  • A refugee teacher walks home from a long day of classes in Gendrassa refugee camp in Maban. JRS trains teachers to help improve their skills in the classroom. (Angela Wells /Jesuit Refugee Service)

    “Sister matrimonio” in Sud Sudan

    Dimenticato dagli uomini, non da Dio. Il Sud Sudan non è sicuramente un paese che occupa abitualmente gli spazi dell’informazione tradizionale. Eppure la sua nascita recente (9 luglio 2011) è figlia di un percorso insanguinato lungo quarant’anni con due guerre molto lunghe, dal 1955 al 1972 e dal 1983 al 2005, che hanno mietuto milioni di vittime e hanno provocato milioni di morti. Le iniziali motivazioni culturali/religiose (il Nord musulmano e il Sud in prevalenza cristiano e animista) sono state via via soppiantate dalla scoperta del petrolio. Nel dicembre del 2013, dopo l’indipendenza, è scoppiata nuovamente una guerra civile che conta più di 50mila vittime per i combattimenti, per la fame e per la malattie e che, purtroppo, prosegue senza sosta. 

     

    In campo ci sono le due etnie maggiori, i Dinka, che controllano il potere politico, e i Nuer in una lotta senza esclusione di colpi. In questo triste scenario è significativa la presenza dei Comboniani che proprio nel 2017 hanno festeggiato i 150 anni di fondazione del loro Istituto. Era comboniano anche monsignor Cesare Mazzolari (1937 - 2011), il compianto vescovo di Rumbek che decise di restare accanto alla sua gente fino alla fine. Sono comboniane le suore che sono presenti e annunciano il Vangelo in dieci diverse comunità.

     

    In particolare, si occupano della promozione della donna: è lei, infatti, che porta il peso della famiglia. Ancora oggi, però, le donne vengono vendute molto giovani, a 12/13 anni, in una situazione nella quale la poligamia è una condizione quasi «normale». Se il 50% della popolazione si dichiara cristiana (quindi è battezzata), il risultato è che molti, vivendo e subendo questo contesto culturale, si sentono «esclusi» dalla partecipazione ai sacramenti. È, quindi, prezioso il lavoro che portano avanti le suore a Wau dove sono arrivate nel lontano 1919 per affiancare i missionari nella prima evangelizzazione.

     

    Nel 1964 sono state espulse ma poi sono rientrate nel 1976, tra queste c’era anche suor Agnese Bonazza che ha all’attivo 56 anni di missione. Le Comboniane si interessano della pastorale ordinaria, dell’ambito sanitario con l’Ospedale diocesano intitolato a San Daniele Comboni, della promozione della donna attraverso i laboratori di ricamo che diventano professionalizzanti e della pastorale dei media con la radio diocesana.

     

    Rientrata in Italia per problemi di salute, suor Agnese racconta quello che ha sperimentato in Sud Sudan dove per 40 anni si è dedicata, in particolare, a preparare le coppie al sacramento del matrimonio. Mancava, infatti, chi seguiva la catechesi degli adulti. «Tutti volevano ricevere il sacramento del matrimonio perché dava loro anche la possibilità di accedere alla comunione; per me era un impegno forte ma anche motivo di grande gioia».

     

    Negli anni ha accompagnato circa 400 coppie. «Dopo la confessione c’erano uomini che piangevano e mi dicevano: “Sono lacrime di gioia sentire la mia anima libera, se il Signore mi chiama oggi sono pronto e lo ringrazio del dono della confessione”. Ho vissuto questi anni della mia vita religiosa missionaria in pienezza e nella gioia. Mi chiamavano sister matrimonio visto che molti non sapevano neppure il mio vero nome».

     

    A questo lavoro si aggiungeva anche la preparazione dei neonati al battesimo. E con le donne impegnate nell’arte del cucito, ogni mese organizzava un ritiro nel quale si recitava il rosario, si visitavano gli ammalati e si pregava per i defunti. 

     

    «Il mondo – ha scritto il Papa nel messaggio per la Giornata mondiale missionaria – ha essenzialmente bisogno del Vangelo di Gesù Cristo. Egli, attraverso la Chiesa, continua la sua missione di Buon Samaritano, curando le ferite sanguinanti dell’umanità, e di Buon Pastore, cercando senza sosta chi si è smarrito per sentieri contorti e senza meta. E grazie a Dio non mancano esperienze significative che testimoniano la forza trasformatrice del Vangelo. Penso al gesto di quello studente Dinka che, a costo della propria vita, protegge uno studente della tribù Nuer destinato ad essere ucciso». Proprio lì in Sud Sudan suor Agnese, con la sua semplicità, ha portato il Vangelo nelle case e nelle famiglie. Forse non ha costruito grandi strutture ma ha seminato parole e gesti di pace.

    Luciano Zanardini - VaticanInsider

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