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    Tre vescovi incontrano tre testate nazionali sugli abusi in ambito ecclesiale in Svizzera

    Incontro a Zurigo tra tre vescovi svizzeri (mons. Gmur, vescovo di Basilea, mons. Bonnmain, vescovo di Coira e Alain de Raemy, amministratore apostolico della diocesi di Lugano) e tre giornalisti di testate nazionali, una per ogni regione linguistica (per la Svizzera italiana il Corriere del Ticino, la NZZ per i germanofoni e Le Temps per i romandi ). Una prima nazionale per le gerarchie della Chiesa elvetica che si sono sedute attorno ad una tavolo per affrontare in modo diretto e libero uno scambio con i giornalisti sul dramma degli abusi, sulla realtà del trauma delle vittime, su quello che il rapporto dell'università di Zurigo racconta e sulle misure che la Chiesa cattolica in Svizzera sta prendendo. Per la lingua italiana è stato il collega del Corriere del Ticino uno dei tre giornalisti invitati. Una lunga chiacchierata che potete leggere questa mattina sul sito del Corriere del Ticino.

    In particolare, nell'ampia e interessate intervista a cui rimandiamo sotto, i vescovi hanno discusso con i giornalisti una prima serie di misure (oggi ne usciranno altre). Le prime cinque risoluzioni, già prese in accordo con la RK e la Kovos e presentate la settimana scorsa sempre a Zurigo proprio dal vescovo di Coira, e precisate e concretizzate al termine dei tre giorni di dibattito che i vescovi svizzeri hanno avuto da lunedì a mercoledì a San Gallo. E di fatto, la divulgazione più precisa di questi punti e dell’intervento dei vescovi a Roma, è uno dei motivi per i quali è stato organizzato il tavolo di Zurigo.

    Cinque punti per cambiare la Chiesa riguardo agli abusi

    I cinque punti annunciati a Zurigo e approfonditi con le tre testate sono:

    Primo: andare avanti, come detto, con la ricerca sugli abusi, confermando per altri 3 anni il contratto di collaborazione con l’Università di Zurigo voluto dai vescovi.

    Secondo: non applicare più, in futuro, il canone 489 del Codice di diritto canonico sulla distruzione dei documenti.

    Terzo: finanziare un centro nazionale di contatto e di ascolto delle vittime, autonomo e indipendente, al quale possano rivolgersi tutti coloro i quali hanno subìto abusi, o che vogliano parlare di violenze e abusi, fatto salvo il principio che ogni denuncia di presunti reati penali va subito indirizzata alla giustizia civile.

    Quarto: stabilire standard nazionali per la selezione e la valutazione di tutti gli agenti pastorali, delle persone cioè che vogliano lavorare in àmbito ecclesiastico.

    Quinto: professionalizzare la redazione e la conservazione dei fascicoli personali dei religiosi e dei collaboratori diocesani.

    La creazione di un tribunale penale ecclesiale

    A questi cinque punti va aggiunta la decisione di creare un tribunale penale e disciplinare ecclesiale per la Chiesa elvetica chiamato a occuparsi soltanto delle sanzioni da infliggere agli ecclesiastici che violano il diritto canonico. Nulla che si sostituisca ai Tribunali civili, davanti ai quali i presbiteri che commettono reati dovranno sempre e comunque comparire in via prioritaria.

    Il centro nazionale di ascolto

    «L’accesso sarà semplificato - ha chiarito monsignor de Raemy - entro il mese di novembre presenteremo un documento nel quale saranno definiti con chiarezza scopi, competenze, profili degli operatori. E tutte le vittime potranno rivolgersi, anche da questo nuovo centro di ascolto, alla commissione già esistente per chiedere un risarcimento».

    Leggi l'intervista completa ai tre vescovi sul Corriere del Ticino

    Leggi anche: il comunicato stampa dell'assemblea dei vescovi svizzeri conclusa a San Gallo il 21 settembre con le misure adottate nel campo degli abusi e le proposte elvetiche per il prossimo sinodo dei vescovi a Roma

    cdt/red

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