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Ven 30 gen | Santo del giorno | Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano
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    «Ün per l’oltro e Dio per tücc»: dalla Bibbia al linguaggio d’oggi

    «Le gambe fanno giacomo giacomo»: un riferimento alla persuasione medievale (presente anche in Dante) che le anime dei morti emigrassero fino a san Giacomo di Compostella. Il santuario, infatti, stava vicino a quella che allora si credeva essere la fine del mondo. Sì che si ebbe il diffuso «vado a san Giacomo», per «sto morendo». Poi, con il passare del tempo, l’espressione passò a significare semplicemente il sentirsi male, e le gambe che conseguentemente tremano. A spiegarci questa e altre curiosità che legano il linguaggio comune a un patrimonio religioso e biblico, Ottavio Lurati, professore emerito di linguistica all’Università di Basilea nonché membro dell’Accademia della Crusca e socio dell’Associazione Biblica della Svizzera italiana. Il professore per anni si è occupato del tema e, in particolare, nel 2018 vi ha dedicato anche un capitolo del libro «Tra la gente» (Salvioni Editore).

    Professore, lei ha scritto il libro dedicando un capitolo specifico all’influenza del linguaggio biblico sul nostro parlare. Da quali spunti è partito? «Il modo migliore per rispondere è partire da esempi molto concreti. Perché, ad esempio, di qualcuno di poco arrendevole ci sfoghiamo affermando che ha un “carattere difficile”? O perché di una ragazza tosta diciamo che ha un certo “caratterino”? È uno dei tanti termini che usiamo così, senza pensarci, ma che in ultima analisi vengono dalla Bibbia. Per secoli, infatti, si definiva “carattere” l’impronta spirituale che il battesimo lasciava su un individuo. Poi col tempo il significato si è stratificato, fino al nostro parlare attuale, compresi i “caratteri” di stampa».

    Professore, può darci altri esempi? «Sorprendentemente, anche “vituperio”, “abisso”, “anno sabbatico” e “cronaca”, sono termini in origine biblici. Soffermiamoci sugli ultimi due. Parliamo usualmente di “cronaca rosa, nera, scandalistica”, senza più pensare che “cronica/cronaca” deriva dall’uso che ne fece san Gerolamo. Sua, infatti, la scelta di ricorrere al termine di “Cronica/Cronaca” nel tradurre i due libri biblici che in ebraico recherebbero il titolo di “Libro degli avvenimenti del giorno”. Oggi, poi, quando parliamo dell’“anno sabbatico” pensiamo automaticamente alle università europee che dal 1950 circa seguono gli Stati Uniti nel concedere ai professori un anno libero da impegni accademici. Ma “anno sabbatico” è in origine un concetto religioso: è l’anno della remissione, che nel calendario ebraico cade ogni sette anni. Il fedele deve condonare i debiti al proprio fratello e al suo prossimo».

    E oggi, come continua la riflessione sul testo biblico? «Si rinnovano, per esempio, prospettive, si correggono giudizi rimasti a lungo bloccati, si rivedono episodi che apparivano decisi per sempre. Si instaura anche un nuovo “vocabolario”: “pseudepigrafia”, “i fatti pasquali”, “la missione post-pasquale”, “la resuscitazione”. Mentre “pseudepigrafia” è nozione che i biblisti cattolici hanno assunto dalle scuole protestanti tedesche, “resuscitazione” differenzia da “resurrezione” nel senso che questa comporta una forza interna al risuscitante, mentre in prevalenza i testi parlano di un intervento divino che resuscita il Cristo. Il termine “resuscitazione” (assente per intanto dai lessici it. correnti) è usato da parecchi nuovi biblisti».

    Il suo interesse per la Bibbia deriva anche da ricordi o memorie personali? «Certamente e potrei raccontare di quella volta che sentii mia nonna parlare “della valle di Giosafatte”. Nel 1907-1910 l’esclamazione fiorisce sulla bocca di mia nonna al momento in cui, lei locarnese, giunge nella “selvaggia” val Vogornesso, una laterale della Verzasca. Volge lo sguardo attorno: la valle le appare spoglia, sassosa, quasi priva di tracce umane. Commenta: “mi pare di essere nella valle di Giosafatte”. Era una reazione singola, personale. Ma in altri casi il ricordo della Valle di Giosafatte si è radicato sino ad oggi ed è diventato un toponimo usato in modo spontaneo da un’intera comunità. Ecco la val Giosafatt a Giornico e la Val da Giosafat che gli anziani lodigiani ubicavano nelle colline di san Colombano. Né manca il motto scherzoso di pagare nella valle di Giosafat per dire di non pagare mai. Oggi la battuta è del tutto desueta. I parlanti si riferivano al testo biblico e alla valle che si apre presso il torrente di Cedron. Lì, appunto, la tradizione ebraica collocava il giudizio finale».

    Cosa si cela dietro quest’uso di un vocabolario biblico? «“Il corpo alla terra, l’anima a Dio, la roba a chi tocca”: commuove la pacata saggezza di certi proverbi evocati soprattutto dalle donne. “Prendiamola come viene dalla mano di Dio”, un invito a non affannarsi nelle traversie della vita; “a chi ga n’a no, Diu gh’ni manda”, “a chi non ha, Dio ne manda”: invito a una pacata fiducia; “ün per l’oltro e Dio per tücc”, “l’uno per l’altro e Dio per tutti”: importanza della solidarietà. In veste dialettale, come si vede, concretezza e partecipazione sono ancora più intense. Una compaesana si fermava a lungo in visita in una casa? Subito qualche vicina commentava: “fa la visita di santa Elisabetta”. Oggi, insomma, in un mondo in cui quasi “tutto si fa liquido”, instabile, la Bibbia è utile sia all’uomo che cerca un dialogo esistenziale con Dio sia a chi lo cerca con gli uomini della sua comunità».

    Laura Quadri

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