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    Camerun: con un euro e mezzo, un ospedale diocesano si autofinanzia

    Quattro medici permanenti, 26 tra infermieri e tecnici di radiologia e laboratorio, 1.200 malati assistiti mensilmente. È l’ospedale diocesano di Touloum, nell’estremo nord del Camerun. Una realtà nata nel 2011, col contributo negli anni del Pime, della Conferenza episcopale italiana, di donazioni volontarie e soprattutto con l’impegno incessante della Caritas della diocesi di Yagoua, coordinata da fratel Fabio Mussi, missionario laico del Pime.

    Cinque i reparti operativi, racconta fratel Fabio: quello dell’accoglienza, che in questi giorni va sdoppiandosi anche in pronto soccorso e rimane “determinante” per l’assistenza che fornisce a pazienti del Camerun ma pure del vicino Ciad; quello della chirurgia, che accoglie “malati più urgenti” per operazioni che vanno da una comune appendicite ad interventi ortopedici, dato che “non abbiamo ancora degli specialisti”; quello della ginecologia e maternità e quello della medicina generale; infine quello della radiologia, cruciale “perché nella zona gli altri ospedali hanno molte più difficoltà a far funzionare le apparecchiature elettroniche”.

    La “sfida” di questi ultimi tempi è la Tac, la cui attrezzatura è già disponibile da tre anni. Uno dei problemi per il funzionamento è stato quello della grande quantità di energia elettrica necessaria, superato con un impianto fotovoltaico - che peraltro serve l’intero ospedale - e l’aiuto di tecnici specializzati. Un altro grande ostacolo è stato che, al momento dell’attivazione, “ci siamo resi conto - dice quasi sorridendo fratel Fabio - che nel frattempo l’impianto era stato danneggiato da alcuni roditori, che avevano rosicchiato la fibra ottica”.

    Ma fratel Fabio non demorde. Punta sulle risorse dell’ospedale, che si autofinanzia attraverso il contributo dei malati, anche se versano, per i servizi ricevuti, “somme modeste”: una visita medica costa l’equivalente di “un euro e mezzo”. Una cifra che stupisce, ma forse a stupire di più è la forza di questo missionario che opera in Camerun dal 2009, in una zona dov’è tra l’altro ancora grave l’emergenza umanitaria legata alla violenza provocata dalle azioni terroristiche degli estremisti nigeriani di Boko Haram.

    La situazione rimane ancora “molto tesa”, perché i miliziani “seminano mine lungo strade e percorsi per impedirne il controllo da parte dei militari o per rendere la zona insicura, per trasporti di persone e merci”. E non finiscono poi i “rapimenti mirati sia di persone adulte, sia di bambini o adolescenti, per destinarli anche ad operazioni belliche”. Anche i missionari, in quanto stranieri, rimangono “nel mirino” e per questo sono “obbligati a girare con le scorte armate, per precauzione”. Ma, assicura fratel Fabio, la loro missione “è quella di essere a fianco delle persone che soffrono e che vivono nella zona: ci sentiamo cristiani e fratelli di questa gente, il nostro posto è a fianco a loro”.

    Giada Aquilino - RadioVaticana

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