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  • Card. Tauran al colloquio buddista-cristiano: dialogo contro la violenza

    Dire la verità al potere, dire la verità nella carità, superare la «cultura dell’indifferenza» per costruirne una «dell’incontro», passare da una «cultura della reazione» a una «della prevenzione»; porre fine alla «cultura dell’impunità» e promuoverne una «del rispetto», ambire alla «pace sociale» attraverso la «pace interiore». Sono i sei itinerari per «percorrere insieme la via della non violenza» suggeriti dal card. Jean-Louis Tauran a conclusione del sesto colloquio buddista-cristiano, svoltosi a Taiwan dal 13 al 16 novembre.

    Il presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso — promotore dell’iniziativa — è intervenuto alla sessione finale di ieri tracciando un bilancio delle tre giornate di lavoro nel monastero Ling Jou di Taipei. «Poiché la violenza distrugge le vite umane — ha detto — il nostro compito comune è quello di guarire un mondo frammentato».

    E «il dialogo interreligioso è l’antidoto alla violenza». Per questo, ha proseguito, «le nostre reazioni devono evitare contraddizioni e incongruenze» ed «essere basate sulla dignità della persona, non sulle nostre identità e i nostri pregiudizi». In particolare - riporta L'Osservatore Romano - il porporato ha esortato a un comune impegno sociale: «Coltiviamo nelle nostre famiglie e nelle nostre istituzioni politiche, civili e religiose un nuovo stile di vita dove la violenza viene rifiutata e la persona umana è rispettata».

    Quanto ai sei punti raccomandati, il cardinale Tauran ha attinto alla ricca tradizione buddista per proporre esempi concreti di come poter percorrere «insieme la via della non violenza», secondo quanto auspicato anche nel messaggio per il Vesakh di quest’anno. «Dire la verità al potere — ha spiegato sviluppando il primo punto — significa parlare apertamente in difesa degli inermi, chiedendo giustizia e denunciando le situazioni che perpetuano l’ingiustizia. Nella convinzione che le verità religiose che professiamo ci chiamano a parlare per conto delle vittime degli abusi dei potenti». E in proposito ha ricordato che «quando Buddha disse la verità al potere, subì attentati contro la sua vita» così come «dire la verità al potere costò a Gesù Cristo la sua vita». Perciò, come «seguaci» delle due religioni «dobbiamo avere il coraggio di condannare i mali che vediamo», visto che «tali parole e azioni confortano gli afflitti».

    Inoltre il porporato ha fatto riferimento al monaco buddista Thich Nhat Hanh che durante la guerra del Vietnam venne giudicato un traditore da entrambe le parti in conflitto perché aveva chiesto la pace per il Paese, mentre il monaco trappista statunitense Thomas Merton lo chiamò «mio fratello». Cosicché «la loro amicizia interreligiosa rafforzò la loro determinazione a parlare con una sola voce, la voce dell’amore e della compassione». Che a sua volta «divenne una voce per i senza voce»: un esempio di solidarietà che «può ispirare chi affronta situazioni di ingiustizia, oppressione ed esclusione».

    Riguardo alla necessità «di imparare come parlare della verità della non violenza con la carità», il presidente del dicastero vaticano ha citato Angulimāla, uno spietato serial killer che fu convertito da Buddha e in seguito divenne un arahant, «degno di venerazione», in pratica un santo; come Matteo, l’esattore delle tasse disprezzato dai suoi correligionari ebrei perché collaborava con i romani, che chiamato da Gesù divenne uno dei dodici apostoli e uno dei quattro evangelisti. Entrambe, ha commentato, sono «esperienze di trasformazione che mostrano come l’uomo abbia la capacità di progredire spiritualmente, indipendentemente dal proprio passato».

    In materia di superamento della «cultura dell’indifferenza» con la cultura dell’incontro, il card. Tauran ha evidenziato che quest’ultima «denuncia l’esclusione e l’isolamento dei poveri e degli emarginati, e promuove l’ospitalità riconoscendo che noi e gli “altri” condividiamo una comune umanità, indipendentemente dalle differenze etniche, religiose, culturali o socio-economiche».

    Infine il porporato ha concluso rimarcando che la violenza genera solo maggior violenza e crea un circolo vizioso: «In molte parti del mondo, ci sono situazioni politiche che portano a innumerevoli atti di vendetta. Il ventunesimo secolo è stato caratterizzato da conflitti basati sull’identità, legati a identificazioni etniche, culturali e religiose». Ma Buddha e Gesù hanno promosso «una cultura della prevenzione, che si rivolge alle radici socio-economiche e politiche di conflitti e tensioni, e cerca di proteggere i più afflitti e vulnerabili; si oppone alle azioni militari offensive indiscriminate; rigetta l’abuso verbale, fisico, sessuale e psicologico; sviluppa relazioni sicure e stabili tra i bambini e i loro genitori; punta a prevenire la violenza contro le donne; salvaguarda l’ambiente, la nostra casa comune; e promuove il dialogo a tutti i livelli per costruire società inclusive».

    News.va

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