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Ven 30 gen | Santo del giorno | Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano
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  • Mons. Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale, membro del gruppo di studio. Fonte: VaticanInsider

    Contro la mafia, "la scomunica va estesa in tutta Italia”

    «Andiamo ovunque a parlare con detenuti, cappellani e direttori di carceri. Abbiamo organizzato confronti a Scampia, Locri, Pergusa. Abbiamo fatto più di trenta incontri, quasi tre al mese, e ora vogliamo proporre alle Conferenze episcopali regionali di estendere a tutta Italia quella scomunica per i mafiosi che è già in vigore nelle diocesi siciliane perché la criminalità organizzata non è più un’emergenza solo del Mezzogiorno ma anche al Nord e al centro». Lo racconta aVatican Insider, monsignor Michele Pennisi, membro del gruppo di studio istituito esattamente un anno fa, il 17 giugno 2017, in Vaticano, per approfondire la minaccia delle mafie alla Chiesa e alla società civile.

    «I clan vanno dove ci sono i soldi e con la crisi è più conveniente per loro fare affari lontano dalle loro terre sempre più impoverite e intrecciare rapporti con potentati economici e politici in ogni regione», spiega l’arcivescovo di Monreale che nel suo territorio ha i comuni di San Giuseppe Jato e di Corleone. Da dodici mesi fa parte della task force, in funzione presso il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, con l’obiettivo di approfondire il fenomeno mafioso insieme a don Luigi Ciotti, fondatore dell’Associazione “Libera” e cinquanta altri esperti, laici e religiosi, magistrati, italiani e stranieri. «Cerchiamo nuove strade per combattere la mafia sensibilizzando la società civile e le istituzioni contro il crimine organizzato», precisa Pennisi, «la mafia danneggia la Chiesa e la mentalità ecclesiale perché propone modelli opposti alla Chiesa».

    Da dove è partito il vostro lavoro?  

    «Abbiamo innanzitutto definito le condizioni per la conversione dei mafiosi che non può essere ridotta a un fatto intimistico ma deve avere una dimensione pubblica, essere seguita da una riparazione del male fatto, da una richiesta di perdono alla vittime e dall’abbandono della criminalità organizzata. Chi non si converte è fuori dalla comunione ecclesiale, è scomunicato. E la scomunica comminata è una pena medicinale, un monito in vista di un possibile ravvedimento e della conversione. Perciò la legge penale universale deve contenere una configurazione del delitto canonico di mafia la più ampia possibile perché il fenomeno assume oggi contorni globali. Ci siamo chiesti perché la scomunica non valga in quei luoghi in cui vi sia la presenza di associazioni mafiose, i cui aderenti non risultano invece colpiti da scomunica in assenza di un decreto formale da parte dei singoli vescovi o delle conferenze regionali o nazionali».

    Continua a leggere su VaticanInsider.

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