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  • Il prof. Adriano Fabris, direttore dell'Istituto ReTe

    La spiritualità a modo mio affascina, ma conviene? Intervista al prof. Adriano Fabris

    di Cristina Vonzun

    «È da anni che il calo generazionale viene rivelato. Ricordo il libro di don Armando Matteo dal titolo “La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede” in riferimento al fatto che progressivamente avviene un disinteresse da una prospettiva religiosa», ci dice Adriano Fabris, filosofo, docente all’Università di Pisa e direttore a Lugano dell’Istituto ReTe della Facoltà di teologia. La chiacchierata avviene all’indomani della pubblicazione dell’analisi del Censis sulla fede degli italiani e di quella giovedì dei dati dell’Istituto di Sociologia pastorale di San Gallo sull’adesione degli svizzeri alle Chiese (vedi sotto). Adriano Fabris nel 2023 ha pubblicato «La fede scomparsa. Cristianesimo e problema del credere» (Ed. Morcelliana).

    Prof. Fabris, cosa provoca questo disinteresse da una generazione all’altra, verso le Chiese?
    Dal fatto che un altro modo di pensare la vita è stato privilegiato, soprattutto nelle nuove generazioni. Certe cose sono date ormai per scontate, una sorta di mentalità in cui quello che importa è solamente il riferimento a sé, una dimensione individualistica nella quale non si capisce perché ci devono essere determinate regole, in cui si fa fatica a capire principi e criteri universali. Se c’è una responsabilità delle generazioni precedenti è l’aver ceduto fin troppo facilmente sui temi chiave della convivenza civile e della relazione tra gli esseri umani e Dio. I temi chiave – ad esempio – sono la verità: c’è una vocazione missionaria nella Chiesa di annuncio agli altri come testimonianza e condivisione perché si è convinti che c’è una verità; poi l’universalità: quello che dico in un discorso deve essere condiviso con altri; poi la mediazione: non ci sono solo io, mi devo adattare agli altri; e anche il dovere: nella Bibbia ci sono i comandamenti. Se vengono meno queste cose e se al centro c’è solo l’individuo e non c’è la relazione con gli altri e con Dio, si capisce perché alla fine viene a mancare la grammatica della fede e così resta una spiritualità individualizzata, fatta ad uso e consumo dell’individuo, che viene incontro a esigenze e bisogni individuali.

    Le conseguenze di questo individualismo vanno oltre la fede…
    Se ci sono solo io e gli altri sono nemici o indifferenti, prima o poi ci troviamo in una situazione di guerra o conflitto. Non basta dire «la mia libertà finisce dove inizia la tua» perché, se tu ti vuoi affermare, invadi la mia libertà. Le guerre di oggi ne sono la prova. Quindi se riusciamo a capire che non siamo autoreferenziali, ma che la relazione con l’altro fa premio anche alla relazione con me stesso e prima della relazione con me stesso, che la mia identità è qualcosa che si ricollega all’altrui individualità, all’identità degli altri, se riusciamo a capire questo, siamo in grado di pensarci in altro modo e soprattutto siamo in grado di pensarci a partire da una relazione più ampia e più comprensiva che è quella dell’alterità divina.

    Che messaggio arriva da una Chiesa che propone la via sinodale?
    La Chiesa può fare molto e non solo per la Chiesa ma per l’umanità dell’essere umano. Anzitutto deve accorgersi che la posta in gioco è grossa e non tutti se ne rendono conto. La cosa importante è evitare ogni prospettiva consolatoria e consolante, come l’idea del piccolo gregge. Certo, in monastero, nel Medio Evo durante la barbarie, c’era il piccolo gregge, ma ricordiamoci che San Francesco è uscito nelle piazze, tra i poveri. Oggi si tratta di giocare in contropiede rispetto ad una mentalità predominante: sono le parole della relazione, della sinodalità (camminare insieme), della comunità, del condividere e costruire insieme. Le comunità non devono essere chiuse ed escludenti, devono essere aperte e devono essere ascoltate.

    Una causa di allontanamento della Chiesa sono gli abusi, qual è la sua opinione?
    Penso ad un motivo non sempre sufficientemente evidenziato: queste modalità di perversione della relazione sono causate dalla solitudine, dall’incapacità di essere inseriti in comunità o a vivere in modo adeguato le relazioni. Non vorrei fare un discorso banale, ma viviamo un’epoca di crisi relazionale: i femminicidi, la violenza quotidiana, sono esempi di analfabetismo relazionale. La Chiesa fa tantissimo, denuncia e continua a denunciare le situazioni di abusi e si sta muovendo a tutti i vari livelli di risposta: educativo, di selezione, psicologico e di accompagnamento, per questo penso che possa farsi alfiere di un vero percorso di crescita anche per tutta la società.

    Da Zurigo all’Italia la fede si privatizza

    C’è aria di bilanci nella Chiesa. Il «Censis» in Italia – su incarico dei vescovi italiani – ha «fotografato» la fede degli italiani. Il 71% si definisce «cattolico», la pratica però cala drasticamente nel passaggio tra generazioni, raggiungendo un minimo tra i giovani sotto i 34 anni del 58%. Giovedì l’Istituto di Sociologia pastorale di S. Gallo ha pubblicato lo studio annuale sull’adesione alle Chiese in Svizzera. Vi troviamo nel 2023 il raddoppio di uscite formali dalle Chiese cattolica (2,41%) e riformata rispetto al 2022, con un calo complessivo dei cattolici in Svizzera del 3,34%. Dati che non si riferiscono al Ticino, che non viene recensito su questa tipologia. Sappiamo comunque per il nostro Cantone che le statistiche dell’Ufficio Federale, a gennaio 2024 evidenziavano il calo di adesione confessionale cattolica. Sulla Chiesa cattolica nei cantoni tedeschi – commentano da S. Gallo – grava la crisi degli abusi, tanto che dalla pubblicazione dello studio sugli abusi dell’Uni di Zurigo nel settembre 2023 a dicembre 2023 è stata registrata un’impennata di uscite dalla Chiesa. Ma cosa si cela dietro a tutti questi dati, dietro a queste uscite formali o meno, che non dimetichiamo in diversi cantoni sono legate alla rinuncia all’imposta di culto? Tra gli studi che hanno letto già da alcuni anni questa tendenza, nel 2021 c’è stato quello di Jörg Stolz e Jeremy Senn dell’Uni di Losanna che offre un quadro di riferimento comparato anche con altri Paesi europei, presentando tre tesi relative a chi lascia formalmente o meno le Chiese: 1) la cohort secularisation: ogni generazione in Svizzera e in Europa è meno religiosa della generazione precedente; 2) believing without belonging: la tesi vorrebbe la crescita di coloro che esprimono una credenza ma non appartengono più formalmente o come frequenza ad una Chiesa; 3) la spiritual revolution, tesi questa che vorrebbe la sostituzione della credenza nella religione cristiana con forme di spiritualità privata. Lo studio giunge alla conclusione che il dato certo è quello dell’abbandono generazionale della fede, mentre riguardo alla privatizzazione della credenza, non c’è un’oggettività empirica che la confermi, anche se è vero che esistono analisi che vanno in questa direzione come i recenti dati forniti dal «Censis» in Italia da cui risulta che il 66% degli italiani dichiara di «pregare» o comunque di rivolgersi a Dio o ad un’altra entità superiore: lo fa anche il 65,6% dei non praticanti e addirittura l’11,5% dei non credenti. Si parla però di una preghiera legata non alla liturgia comunitaria, quanto a situazioni esistenziali. Anche tra i praticanti solo l’8,8% dichiara di pregare all’interno di un rito. Sette italiani su 10 dicono che la vita spirituale resta un’esigenza importante, ma per il 52,7% si tratta di un’esperienza individuale. Insomma, anche il Censis sembra confermare la tendenza. (CV)

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