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  • Il giovane missionario Rober Prevost in Peru negli anni '80 COMMENTO

    Robert Prevost, missionario e Papa secondo il cuore di Dio

    Chissà cosa avrà pensato il missionario Robert Francis Prevost in Perù, negli anni ’80 e ‘90 di come andava la Chiesa mondiale? Chissà quali saranno stati i suoi desideri, sogni, aspettative? Perché uno può essere intelligente, avere  una laurea in matematica, aver studiato filosofia, teologia e conseguito un dottorato in diritto canonico, essere un organizzatore, capace di ascoltare, disponibile a stare tra la gente, affabile, colto ma anche alla mano, perché no, pure sportivo, ma prima di tutto dovrebbe essere un Papa «secondo il cuore di Dio» e Dio cerca la disponibilità a lasciarsi portare dove Lui vuole. Nella vita di padre Robert F. Prevost c’è questo sottile filo rosso. Lo raccontano alcune testimonianze dirette, tra le quali anche quelle che il collega Emiliano Guanella ha raccolto in Perù e che è andato in onda in un servizio che andrà in onda qdel 17 maggio a Strada Regina alle 18.35. I primi anni di missione di Prevost furono tra il 1985 e il 1999, ben prima di tornare nel 2014 mandato da Bergoglio come vescovo in quelle terre. Ecco allora  tra le voci raccolte dai vari media anche quelle della Reuters che ha scovato il profilo di  un giovane missionario americano, in jeans, che arriva  nel ‘85 a Chuluncanas, nel nord del Perù, ai margini della giungla. Camacho che all’epoca era un adolescente e chierichetto racconta di quella prima volta del futuro Papa in un Paese che sarebbe stato la sua casa per decenni. Ricorda di aver viaggiato con Prevost verso villaggi con chiese costruite di mattoni di fango, a volte a piedi, a volte a cavallo. Andava a celebrare messa, a insegnare matematica ai bambini, ad assicurare aiuti alla gente. Nonostante l’oro e le altre ricchezze minerarie, il Perù settentrionale è un’area ad alta povertà, spesso colpita da inondazioni nella stagione delle piogge.

    Tra guerriglia e trafficanti

    Peggio ancora, in quegli anni Ottanta e Novanta il Perù è stato sconvolto dal conflitto interno tra il gruppo guerrigliero maoista Sendero Luminoso e le forze governative, una violenza che ha causato circa 70.000 morti. In più c’erano i cartelli della droga. Camacho ricorda di padre Prevost che insegnava lo sport ai ragazzi e assumeva degli allenatori di karaté e pallacanestro per tenere i giovani lontani dalla criminalità organizzata.

    «Ringraziamo ancora quel giovane prete che camminava con noi, giocava a basket e ci portava in spiaggia per il fine settimana, lontano dalla violenza».  Fidel Alvarado, sacerdote della diocesi di Chulucanas, era uno studente quando ha conosciuto Prevost. Ricorda che una bomba distrusse la porta della chiesa e che i missionari furono minacciati: «A Prevost e agli altri fu detto di andarsene entro 24 ore o sarebbero stati uccisi. Ma loro rimasero. Ciò che li convinse a rimanere fu la gente, amavano questo popolo», testimonia Alvarado. Oscar Antonio Murillo Villanueva, 64 anni, prete a Trujillo, conobbe Prevost alla fine degli anni ’80:  «Non ha mai taciuto le ingiustizie che si sono verificate qui a Trujillo e in Perù... i massacri, le situazioni per cui i governanti non hanno fatto nulla». Per questa gente lui era un «prescelto», da Dio, e senza farsi troppi problemi dicono che lo fosse stato anche da Bergoglio stesso. Prevost fu  parroco a Trujillo a fine anni ‘90 della parrocchia di Nostra Signora di Monserrat. Anche qui i ricordi della gente sono vividi. Era un prete che attirava i giovani, promuoveva e organizzava con i laici una pastorale comunitaria, di rete,  per rispondere ai bisogni spirituali, pastorali ed umanitari della gente.  Un prete, un agostiniano, capace di unire cuore e intelletto, fede e ragione,  che quando poteva fare altri percorsi scelse i poveri, lontano dai riflettori. Questo è il filo rosso della sua vita. Dio legge nei cuori: non è dalla fedeltà alle piccole cose che si vede la capacità di vivere le grandi sfide?

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