di Cristina Vonzun
Il 2025 resterà negli annali della Chiesa cattolica come l’anno della morte di papa Francesco, dell’elezione di papa Leone e del Giubileo della Speranza. Il pontificato di Francesco — caratterizzato da un magistero pastorale fortemente improntato all’ascolto, alla misericordia e all’attenzione alle periferie - ha lasciato la Chiesa con il compito di mantenere aperto il dialogo a 360 gradi con il mondo. La “Chiesa in uscita” di Bergoglio, il Vangelo spiegato con un linguaggio comprensibile a tutti e con categorie che arrivavano dritto al cuore della gente - “i poveri sono la carne di Cristo” - è un’eredità importante se si vuole essere Chiesa del Concilio Vaticano II che abbraccia e accoglie le gioie e i dolori dell’umanità. Francesco è stato una rivoluzione buona, per aver rilanciato la sinodalità ma pure per quel suo stile comunicativo tutt’altro che da Sacri palazzi. Bergoglio stesso si definiva un “prete di strada”, con l’orecchio attento a cogliere le domande della gente e rispondervi a tono. Cercava sempre il “sentire del Popolo di Dio”, non ha caso, anche questa, categoria del Concilio.
Da Bergoglio a Prevost
L’elezione di papa Leone ha inaugurato una fase sicuramente diversa nel linguaggio dove prevale la ricerca di chiarezza e di stabilità. Oltre allo stile personale di Prevost forse questo è anche un metodo per entrare in dialogo con quelle polarizzazioni interne che facevano fatica a capire la libertà di espressione del predecessore, per non dire che in taluni casi ne hanno approfittato. Più che risposte immediate su una linea di pontificato, papa Leone in questi mesi del 2025 si è fatto carico dell’impegnativa agenda giubilare. Occorre quindi attendere il 2026, magari a partire già dal Concistoro con i cardinali in programma il 7 e 8 gennaio, per capire di più il nuovo Papa. Proprio il Giubileo ha riportato Roma al centro di un’esperienza ecclesiale popolare e partecipata. I grandi eventi giubilari hanno visto la presenza di centinaia di migliaia di pellegrini, famiglie e giovani provenienti da tutto il mondo. Un dato che contrasta con le statistiche sulla secolarizzazione - anche quelle svizzere - e che indica come, accanto ad un certo distacco istituzionale, persista un desiderio di esperienza comunitaria della fede, soprattutto quando essa si esprime in forme simboliche, narrative e condivise.
Uno sguardo al Ticino
Questo segnale positivo ha trovato riscontro anche in Svizzera e in Ticino. Oltre al Giubileo, significativo è stato il successo della GMG svizzera a Lugano, che ha riunito giovani da tutte le regioni linguistiche del Paese. Sul piano istituzionale locale, la diocesi di Lugano ha vissuto anche un momento importante di riorganizzazione interna con la nomina di due nuovi delegati in Curia nel tentativo di rafforzare la corresponsabilità e di accompagnare una Chiesa diocesana che, se resta in attesa della nomina del vescovo ordinario, per questo non può stare ferma. “La Chiesa esiste per annunciare il Vangelo”, diceva Francesco. La Chiesa in Ticino poi è generosa, si pensi – ed è solo un esempio - al successo della colletta straordinaria a favore di Gaza e della Terra Santa. Accanto a questi elementi di vitalità, il 2025 ha però messo al centro anche le responsabilità irrinunciabili: la condanna pronunciata il 15 agosto nei confronti di un prete ticinese per abusi chiede attenzione alle vittime, prevenzione, formazione e controllo. Credibilità e annuncio del Vangelo sono inseparabili, si sa. Davanti alla ricchezza ma anche alle fragilità viene da dire con il Vangelo dell’annunciazione alla mano: c’è una fecondità di vita che non dipende da noi, ma che viene offerta da Dio per una risposta libera: la responsabilità sta nella risposta, perché l’opera di Dio è grande, ma nascosta, e chiede ogni volta il nostro permesso, come singoli e come Chiesa.
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