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    Dante Balbo, psicologo della commissione diocesana abusi: «Rompere il silenzio, superare la cultura clericale»

    di Katia Guerra

    La parola «sconcerto», per il numero delle vittime, ma anche per la gestione dei casi d’abuso, è più volte risuonata, la scorsa settimana, dopo la conferenza stampa di presentazione del rapporto dell’Università di Zurigo sugli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica in Svizzera. Abbiamo interpellato lo psicologo Dante Balbo, membro e portavoce della commissione diocesana di esperti per gli abusi sessuali in ambito ecclesiale (vedi riquadro) per parlare delle vittime e delle loro necessità, ma anche della difficoltà di uscire dall’ombra, soprattutto in Ticino. «Il Rapporto ha ridato una scossa anche alla Chiesa luganese, suscitando dolore e consapevolezza di quanto ancora occorra agire per affrontare questa piaga che ferisce prima di tutto le vittime, poi la comunità che nella sua maggioranza sta dalla parte di chi è stato profondamente offeso e umiliato dalla malvagità di lupi travestiti da pastori e dal silenzio connivente di altri, illusi di preservare l’apparente purezza della Chiesa», sottolinea Balbo.

    Dante Balbo, come viene accolta una vittima che vuole raccontarsi?
    Anzitutto con l’ascolto da parte di professionisti indipendenti, capaci di accogliere le persone, leggere il disagio, valorizzare il coraggio di mettersi in gioco, comprendere le ferite che ancora sanguinano lasciando un segno profondo nella loro vita.

    Cosa succede dopo che la vittima ha preso contatto con voi?
    Sono diverse le strade possibili: può essere contenta di averne finalmente parlato con qualcuno, può chiedere che la Chiesa prenda posizione, si scusi, oppure può domandare un risarcimento, come previsto dalla Conferenza dei vescovi svizzeri, anche se solo simbolico, perché nessun denaro può ripagare il torto subito. In caso voglia continuare il suo percorso, la sua richiesta viene inoltrata alla commissione diocesana, che provvede a proseguire per i passi successivi.

    Quanto serve ad una vittima raccontarsi?
    Il primo passo è cruciale, il più difficile, ma anche ciò che permette di rompere la cappa di silenzio che ha imprigionato la vittima. Raccontarsi e sapere di essere ascoltata, di trovare una persona aperta e competente, che prima di tutto le darà credito, che non le consiglierà di lasciar perdere, come forse è accaduto al tempo degli abusi subiti è molto importante.

    Nella società e nella Chiesa in Ticino pesa l’eredità della cultura del silenzio. Che influsso può avere sulle vittime e sulla loro volontà di uscire allo scoperto?
    Questo fenomeno non riguarda solo la Chiesa, ma è la trappola di tutti gli abusi, proprio perché spesso l’abusante gode di grande stima, nella famiglia, nella scuola, nella Chiesa. Parlarne è fondamentale, perché le vittime non devono sentirsi più sole, devono sapere che gli abusi non possono essere tollerati, che la comunità, la società intera hanno preso coscienza che tacere è umiliare doppiamente.

    Cosa dire a quelle persone le cui lettere si può presumere siano state distrutte nel 1999 in Curia?
    La verità ci fa liberi, non è mai troppo tardi perché venga alla luce, anche se legalmente i reati sono prescritti, magari gli abusanti sono morti, venire allo scoperto farà crescere la coscienza della comunità, darà coraggio a coloro che successivamente hanno subito gli stessi oltraggi alla loro dignità e non hanno ancora osato denunciare, offrirà la possibilità alle voci di chi aveva provato a esporsi, di essere finalmente ascoltato.

    Cosa suggerisce ai preti dal punto di vista relazionale per favorire eventuali testimoni o vittime ad uscire allo scoperto?
    Trasparenza, umiltà, accoglienza, vigilanza, formazione, disponibilità a farsi curare per migliorare la loro attitudine relazionale e risolvere gli eventuali conflitti interni. Da ultimo, superare la cultura clericale per cui le cose si aggiustano solo all’interno dell’ordine, contando unicamente su una guida spirituale, necessaria, ma a volte non sufficiente. Non dimentichiamo che i sacerdoti spesso sono soli, oppressi da mille attività, circondati da laici più clericali di loro. Hanno bisogno di una comunità viva e sana, che li accolga, li sostenga, li accompagni e se il caso, li esorti a prendersi cura di sé.

    I contatti per segnalare molestie e violenze sessuali

    Dagli anni 2000 la Chiesa si è dotata di strumenti per combattere gli abusi di ogni genere al suo interno. Una commissione contro gli abusi è stata istituita nella diocesi di Lugano nel 2009, alla quale qualche anno dopo è stata data una forma e un regolamento che le permettesse di operare. Affinché divenisse realmente attiva ed efficace sono passati alcuni anni. Il cammino è appena cominciato: molto si può e si deve ancora fare per rendere questo un modo trasparente in cui muoversi per denunciare e risanare. Oggi la commissione diocesana di esperti di abusi sessuali in ambito ecclesiale è presieduta dall’avvocata Fabiola Gnesa. I membri sono Dante Balbo e Gian Giacomo Carbonetti, mentre mons. Claudio Mottini è segretario. Le persone di contatto per il sostegno alle vittime sono lo psichiatra Carlo Calanchini (091 923 72 72) e la psicologa Rita Pezzati (076 529 27 22 / pezzri@gmail.com).

    Inoltre, un’altra possibile via al di fuori della Commissione è il Servizio per l’aiuto alle vittime di reati (Servizio LAV) del Canton Ticino: 0800 866 866 o dss-lav@ti.ch. Si può contattare direttamente anche l’Amministratore Apostolico della diocesi di Lugano mons. Alain de Raemy, presso la Curia vescovile o all’indirizzo segreteria.vescovo@catt.ch.

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