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Gio 29 gen | Santo del giorno | Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano
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  • I commenti al Vangelo di domenica 26 ottobre

    Calendario romano

    Umiltà non è umiliazione

    di Dante Balbo*

    Ho incontrato una ragazza sul bus, mia vicina di casa. Avrò avuto quindici o sedici anni, lei un anno in meno. Non l’ho riconosciuta e le ho chiesto dove abitasse. Mi ha risposto di stare nel mio stesso palazzo. Con l’arroganza che ferisce, inconsapevole, le ho detto: «E dove vivi, in cantina?». Nella parabola del Vangelo di questa domenica, sono tratteggiati due personaggi simbolici. Il primo, un fariseo, è un teologo, esperto dei seicentotredici precetti della legge, rispettoso di tutte le norme, digiuni, quote da versare alla comunità, onesto, fedele, persona rispettata e conosciuta. Il secondo è un collaborazionista dei romani, usuraio, mafioso, odiato da tutti, perché riscuote le tasse per conto degli occupanti e ci guadagna parecchio. Entrambi sono nel tempio ed è ovvio che il fariseo, consapevole del proprio stato, stia ritto in piedi, trattando il Signore da pari, sicuro di ottenere il dovuto, in virtù delle sue indubitabili qualità e di tutto quanto fa per Lui. Non è un ladro, un peccatore, uno come quel pubblicano che nota con la coda dell’occhio. L’altro non alza lo sguardo, con il peso della malevolenza che lo schiaccia, la consapevolezza di essere nel posto sbagliato, perché non ne è degno. Riesce solo a balbettare una supplica di pietà all’Altissimo, così immenso e distante che nemmeno il fariseo può chiamare per nome. Eppure Gesù stravolge il quadro e dice che chi tornerà dal tempio giustificato, è il più umile, quello che accetta la sua dipendenza dal padre, che riconosce la sua fragilità, ammette i suoi errori e si presenta nudo allo sguardo di Dio. Quante volte pensiamo di essere a posto, di fare il nostro dovere, tanto che di fronte alle avversità ci lamentiamo con il Signore, perché non ci meritiamo quello che ci capita, come fosse una punizione divina. L’umile riconosce semplicemente la propria condizione, non la altera falsamente, pensando di essere buono. Sa di avere bisogno di salvezza e Dio non la rifiuta mai a chi gliela chiede. Ancora oggi il mio gesto maldestro mi ammonisce e mi insegna l’umiltà. *Il Respiro spirituale

    Calendario ambrosiano

    La gioia dell’annuncio, oltre ogni dubbio

    di don Giuseppe Grampa

    Oggi, per la Chiesa ambrosiana, è la Giornata missionaria; l’evangelo racchiude un messaggio perfettamente adeguato: il compito di testimoni da Gesù affidato agli Undici apostoli. L’evangelista Matteo riferendo l’incontro tra il Risorto e gli Undici annota anche il dubbio che percorre i discepoli di fronte al Signore che ha dato loro appuntamento in Galilea. Anche Marco riferisce un incontro analogo accentuando il rimprovero di Gesù: «Li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perchè non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato». E proprio questi uomini dubbiosi saranno i primi missionari del Vangelo. Può sembrare una contraddizione affidare a uomini in preda al dubbio proprio l’annuncio di una grande certezza: l’Uomo della croce è il Vivente. L’annuncio della Risurrezione, vertiginoso per la nostra intelligenza, ha incontrato tenace resistenza da parte dei discepoli di Gesù. Proprio loro che avevano ascoltato dal Maestro il ripetuto annuncio della sua morte e della sua risurrezione il terzo giorno, sono fermi alla drammatica esperienza della morte cancellando la promessa della risurrezione.

    Ma torniamo alla pagina di oggi: non ci aspetteremmo che proprio a questi uomini dubbiosi Gesù affidi l’annuncio dell’evangelo, sarebbe più normale una sorta di licenziamento in tronco. Avviene invece proprio il contrario. Se proprio a uomini dubbiosi Gesù ha affidato il suo evangelo e il compito di trasmetterlo vuol dire che nessuno di noi deve considerarsi inadeguato, anzi: è bene avvertire la sproporzione tra il messaggio vertiginoso dell’evangelo e la pochezza della nostra fede, è bene sentirci impari al compito di testimoniare che Gesù è il Vivente. Infatti non dobbiamo trasmettere parole nostre: dobbiamo dappertutto proclamare ad ogni creatura solo l’Evangelo, niente altro che l’evangelo. Con l’unica certezza che il Signore agisce con noi e conferma in noi la sua Parola.

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