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  • Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose

    Prima la Grazia, poi la Legge. Il Convegno di Bose sulla “giustificazione per sola fede”

    «Se qualcuno mi chiede: dimmi in una sola parola cosa è il cristianesimo, io sono obbligato a rispondere: il cristianesimo è grazia. Non c’è conoscenza di Dio, se non c’è conoscenza della sua grazia». Così il teologo e pastore valdese Paolo Ricca ha introdotto l’intervento che chiudeva l’VIII Convegno ecumenico internazionale di spiritualità della Riforma, organizzato e ospitato dal 26 al 28 maggio dalla Comunità monastica di Bose.

    Al convegno hanno svolto corpose relazioni, tra gli altri, il cardinale Walter Kasper, il professor Fulvio Ferrario (Facoltà valdese di teologia di Roma), padre Angelo Maffeis (Facoltà teologica settentrionale), il gesuita Bernard Sesbouè e il professor Jean-François Chiron, co-presidente cattolico del “Gruppo di Dombes”.

    I convegnisti, sulle orme di Martin Lutero, e condividendo i momenti di preghiera del monastero, hanno assunto «l’evangelo della grazia» e la «buona notizia della giustificazione per sola fede» come sorgente di uno sguardo rinnovato sull’annuncio cristiano nel tempo presente e sui cammini dell’ecumenismo tra Chiesa cattolica e Chiese nate dalla Riforma luterana, a più di 18 anni dalla firma della dichiarazione congiunta tra cattolici e luterani sulla dottrina della giustificazione.

    Tre giorni di lavoro intenso, segnato da domande reali e riflessioni non edulcorate anche sulla smemoratezza che segna le istituzioni e gli apparati ecclesiali riguardo alla giustificazione per sola grazia: quello che per Lutero era l’articulus stantis seu cadentis Ecclesiae, nei tempi recenti - come ha notato tra gli altri il professor Dirk Lange, docente di liturgia al Luther Seminary a Saint Paul, Minnesota - non accende più i cuori e non configura la prassi ecclesiale nemmeno tra tanti figli spirituali dell’iniziatore della Riforma protestante.

    L’ Evangelo della grazia, ha sottolineato nel suo intervento il professor Ricca, è «il cuore della rivelazione e della fede cristiana. Possiamo dire che è il cuore steso di Dio». Eppure la grazia, «questa parola che è la più dolce, consolante e bella di tutta la vita, che libera i prigionieri e ammansisce violenti, che redime il peccatore e resuscita i morti», e intorno alla quale cinquecento anni fa si è lacerata la cristianità d’Occidente, adesso sembra «diventata straniera. Muta. Non parla».

    Ricca ha proposto una sua spiegazione a questa “sparizione della grazia” dall’orizzonte ecclesiale contemporaneo: «Io credo» ha detto il teologo valdese «che la ragione sia semplice: la parola grazia dice qualcosa a chi ritiene di dover essere graziato. All’ergastolano chiuso in carcere per tutta la vita, che riceve la grazia dal presidente, ecco, quell’uomo sa cosa sia la grazia... Per capire la grazia bisogna sapere che sei perduto. Se non sai cosa vuol dire perdizione, peccato, essere fuori da ogni speranza, la parola grazia non significa nulla». Il paradosso – ha aggiunto Ricca «è che nel nostro mondo il peccato dilaga in tutte le forme possibili, ma non c’è più un peccatore sulla terra, tutti sono innocenti». Questa situazione – ha aggiunto Ricca – non conduce fino a pensare che dobbiamo «predicare il peccato» per poi «predicare la grazia»: «Gesù non ha mai ha predicato il peccato, ha predicato il perdono. Ma ci troviamo in un vicolo cieco. Questa è nostra condizione».

    In tale condizione, secondo fratel Enzo Bianchi, fondatore della Comunità di Bose, proprio la gratuità della salvezza, che al tempo della riforma divise i cristiani, adesso li unisce nel confessare la salvezza di Cristo in un mondo abitato da «uomini e donne assetati di misericordia». Lutero, al suo tempo, ripropose che tutta l’autentica tradizione - da San Paolo ad Agostino, da Tommaso d’Aquino a Bernardo di Clairvaux – aveva confessato riguardo alla giustificazione per sola fede, prima che si prendessero piede le concezioni diffuse dalla corrente francescana occamista. «L’amore di Dio», ha detto Bianchi nel suo intervento d’apertura, «non deve essere mai meritato. Nel cuore dell’uomo religioso alberga una falsa immagine secondo cui Dio ama solo i giusti».

    Si tratta di una «mentalità retributiva dell’uomo religioso che perverte la liturgia, la vita ecclesiale e monastica» e nasconde il dinamismo più intimo della salvezza annunciata dall’Evangelo: «La giustificazione non va meritata. L’amore preveniente di Dio è immeritato. Dio rende giusto il peccatore gratuitamente». Mentre il tentativo umano di guadagnare il favore di Dio è peccaminoso, perché la grazia immeritata «non dipende in alcun modo da noi».

    (Gianni Valente / Vatican Insider)

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