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Gio 29 gen | Santo del giorno | Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano
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  • La storia di Santa Bakhita, la schiava divenuta Santa

    Bakhita mi stava cercando da tempo sulle strade che percorriamo insieme. Quelle della schiavitù che ancora esiste, di un’Africa con tante ferite aperte e dimenticate, ma anche di un continente che sta cambiando velocemente e che tanto ci può dare. Finalmente ci siamo incontrate. La richiesta di parlare di lei, scomparsa il 7 febbraio 1947 a Schio, ha favorito un incontro ravvicinato che mi ha fatto scoprire quanto era presente, senza che io lo sapessi, nella mia vita. Quanto la sua storia fosse profetica e attuale. È quella di migliaia e migliaia di schiave dei suoi tempi, ma è anche delle vittime della tratta degli esseri umani, praticata oggi dalla criminalità organizzata per il commercio della prostituzione. Di quei milioni di donne, nella sola Europa cinquecentomila ogni anno — che vengono prelevate con l’inganno e falsi miraggi — per essere ridotte in una schiavitù.

    Bakhita, oltre

    essere “fortunata” (questo il significato del suo nome), era anche

    predestinata. Lo testimoniano le pagine del piccolo, ma intenso Diario

    che dettò nel 1910 a una consorella «per desiderio della Reverenda

    Madre superiora» della congregazione delle Figlie della Carità di

    Maddalena di Canossa, di cui entrò a fare parte il 7 dicembre 1873.

    Nata nel 1869 nel villaggio di Olgossa, nel Dafur (Sudan), aveva otto

    anni, quando fu rapita. Venduta e rivenduta sui mercati di El Obeid e di

    Khartoum, fu prima comperata da un ricco arabo e poi da un generale

    turco. Scudisciate quotidiane ridussero spesso il suo tenero corpo a

    un’unica piaga, dolorosissimi tatuaggi la portarono in fin di vita, i

    seni le furono martoriati da una crudele gratuita violenza. Eppure nel

    racconto, dettato dalla “suora moretta”, non c’è mai un accenno di

    vendetta o di odio per il martirio che subì. Mentre affiora di continuo

    una forza che ha qualcosa di soprannaturale. Che le dà il coraggio di

    non arrendersi anche nelle situazioni più estreme.

    Bakhita, nella prima parte della sua esistenza, non sa chi è Dio, ma

    Lui la salva miracolosamente più volte. Le fa incontrare il console

    italiano, residente a Khartoum, Callisto Legnani, al quale viene venduta

    e dal quale ottiene di essere portata in Italia, dove è ceduta alla

    famiglia di un facoltoso commerciante che vive a Mirano, in provincia di

    Venezia. Da quel momento, inizia a percorrere quel sentiero luminoso

    che le farà incontrare Cristo, “el vero Paron”, come lei lo chiamava nel

    dialetto veneto, l’unica lingua che praticava.

    Illuminato Cecchini, uomo di grande fede e battagliero difensore dei

    poveri, le regala un giorno un piccolo crocifisso d’argento e le spiega

    che quello è Gesù, Figlio di Dio, morto anche per lei. Folgorata,

    Bakhita scrive sul suo Diario : «Ricordavo che, vedendo

    il sole, le stelle, le bellezze della natura, dicevo tra me: “Chi è mai

    il padrone di queste belle cose?”. E provavo una voglia grande di

    vederlo, di conoscerlo, di prestargli omaggio. E ora lo conosco. Grazie,

    grazie mio Dio».

    Un “Paron” così diverso da quelli che ha avuto. Non solo l’ama, ma ha dato la propria vita per salvarla. È una rivelazione che accoglie senza margini di esclusione e di dubbio. Che riempie totalmente la sua esistenza e la trasforma in una creatura di luce e di amore, sempre disponibile con gentilezza e discrezione, affettuosa partecipazione, ad aiutare chi si rivolge a lei. La sua vita diventa un colloquio permanente con quel “Paron” e, quando l’ultima padrona vorrebbe riportarla con sé a Khartoum, con un gesto coraggioso e sofferto, rifiuta di seguirla. Lei che ha sempre obbedito senza mai alzare la testa, senza mai lamentarsi, neppure quando la flagellavano, compie l’unico grande e decisivo atto di ribellione della sua vita. Combatte e ottiene di rimanere presso la congregazione delle canossiane, a Venezia, perché vuole consacrarsi a quel Dio che ha conosciuto da poco, ma che da sempre le era accanto. «Bakhita è la dimostrazione che il cristianesimo può trasformare degli schiavi, cioè uomini che hanno perduto il senso della propria persona, in persone capaci di una forza inaspettata. È la certezza che attraverso Cristo l’uomo può passare da uno stato di emarginazione a uno di eterna dignità, grandezza e libertà. E questo vale non solo per l’Africa, ma per tutto il mondo. L’azione di promozione umana del cristianesimo attraverso personaggi come Bakhita è enorme anche se spesso nemmeno rilevata. Un ruolo fondamentale soprattutto per la promozione e la dignità della donna. Nessuno ha fatto per la donna quello che ha fatto il cristianesimo e Bakhita lo testimonia» ha scritto don Divo Barsotti.

    La strada verso la santità di Bakhita è un percorso alla portata di tutti. Si intreccia con la quotidianità più nascosta, discreta, spoglia di privilegi e di qualsiasi potere e possesso, ricca di piccoli gesti concreti, di dedizione gratuita all’altro. A costellare questo cammino ci sono tanti miracoli che ha fatto da viva e dal cielo. Ma il miracolo più grande è la silenziosa, nascosta fedeltà, l’abbandono totale, la grandezza umana e spirituale raggiunta da questa sconosciuta “teologa dell’umiltà” che, con le mani vuote, ha saputo trasformare la sofferenza in un canto di amore e di gioia. Di speranza.

    Mariapia Bonanate (fonte: Osservatore romano).

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