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  • Padre Francesco Ielpo, custode di Terra Santa

    Padre Francesco Ielpo, custode di Terra Santa: "La gente chiede di esserci. Grazie a chi ci sostiene!"

    A volte i numeri raccontano storie che vanno oltre le cifre. Come la somma di 110’753 franchi frutto di tante piccole offerte raccolte nelle parrocchie, nelle comunità, nei gesti silenziosi di uomini e donne del Ticino. Di questi soldi sono stati inviati euro 115’000 al Patriarcato latino di Gerusalemme a sostegno della popolazione di Gaza e della Palestina. Il resto seguirà.

    Dietro questi dati c’è la scelta della Diocesi di Lugano di non voltarsi dall’altra parte davanti alle ferite di una terra martoriata da anni di conflitti e oggi travolta dall’ennesima emergenza umanitaria in attesa che si capisca la sorte del piano di pace di Trump.

    Anche la Custodia di Terra Santa, da pochi mesi guidata dal nuovo custode, l’italiano padre Francesco Ielpo, è in prima linea per aiutare la gente della Striscia. E non solo, visto che la Custodia abbraccia i territori di Israele, Palestina, Giordania, Libano, Egitto (in parte), Cipro e Rodi in Grecia, oltre a Commissariati in diverse parti del mondo, tra cui Napoli, Washington e Buenos Aires.

    Padre Ielpo, succeduto a padre Francesco Patton, racconta oggi a catholica e catt.ch la sua missione e come, concretamente, i frati minori sono vicini ai cristiani del Medio Oriente.

    Padre Ielpo, oggi l’attenzione è tutta su Gaza e Cisgiordania. Qual è la portata della vostra missione?

    Oggi tutti giustamente guardano a Gaza e alla Cisgiordania, ma la nostra missione è ancora più ampia. Non posso dimenticare le nostre comunità siriane, libanesi o cipriote, per citarne alcune.

    Certamente la situazione nei territori palestinesi è molto delicata e ogni gesto, anche piccolo, diventa vita concreta per qualcuno: un pacco di viveri, dei medicinali, la possibilità di mandare a scuola un bambino.

    Il bisogno più grande oggi è il lavoro. In Cisgiordania l’80% della popolazione non lavora più: la chiusura dei permessi per andare in Israele e il crollo del turismo religioso hanno lasciato la gente a casa, e in Palestina non c’è welfare. Senza sostegno esterno, le famiglie non arriverebbero a fine mese.

    Perciò gli aiuti servono innanzitutto a sussidi diretti, al sostegno delle scuole, a garantire l’istruzione dei bambini anche a chi non può più pagare la retta, ad aiutare con libri, attività educative o ricreative come i campi scout. È una forma concreta di vicinanza, che non risolve tutto, ma che dice alle persone: «Non siete soli». Penso, ad esempio, a Betlemme: la gente vive perlopiù di turismo, dei pellegrinaggi, ma dopo il 7 ottobre tutto è cambiato. Bisogna dare ragioni solide per sperare.

    C’è però un valore che lei sottolinea spesso: quello della presenza.

    Sì. Non basta fornire aiuti, se la gente poi sente di essere abbandonata. La nostra prima missione è rimanere, esserci fisicamente per quelle persone. Questo è possibile grazie alle opere che da otto secoli i frati portano avanti.

    Certo, ogni epoca ha le sue opere sociali e caritative: quelle per cui ci adoperiamo noi oggi non sono magari le stesse di 500 anni fa. Ma sempre quello che ci ha caratterizzato, come Custodia, è stato l’impegno ad esserci, la presenza. Perché quando una persona vive il dramma della guerra o della povertà, non ha bisogno solo di pane, ma di sapere che per qualcuno la sua vita ha valore, che c’è chi condivide il suo destino.

    Quando vedo religiosi e religiose che a Gaza e in Cisgiordania hanno deciso di restare – pur avendo la possibilità di partire – mi commuovo.

    Purtroppo però c’è anche chi ha deciso, con dolore, di lasciare il Medio Oriente e la propria casa…

    Certo, e non giudichiamo chi se ne va per tutelare i propri figli o la propria vita. Rimanere certamente può anche significare rischiare la vita o sperimentare l’impotenza.

    Ci sono situazioni, come la guerra, che non possiamo cambiare. Sono scelte dolorose.

    I ticinesi hanno voluto mandare un segnale concreto di fraternità con una colletta. E nella storia gesti come questi hanno radici antiche...

    Ogni diocesi, anche lontana, può essere un legame vivo con la Terra Santa, che non è un luogo esotico ma la terra dove affondano le radici stesse della nostra fede cristiana.

    Custodirla significa custodire un pezzo di noi. La prima colletta al mondo, documentata nella Sacra Scrittura, l’ha fatta San Paolo a favore della Chiesa di Gerusalemme. Questo dice come la comunità madre abbia sempre avuto bisogno delle altre comunità cristiane per vivere. È un fatto misterioso, ma è così.

    (red)

    Diocesi di Lugano: 110’753 franchi per Gaza

    Fino ad oggi sono stati raccolti 110’753 franchi, risultato della colletta promossa dall’amministratore apostolico Alain de Raemy dal 4 luglio 2025 della Diocesi di Lugano in cooperazione con il Patriarcato latino di Gerusalemme. Un’iniziativa di aiuto concreto per la Terra Santa e Gaza. In totale sono già stati inviati a Gerusalemme euro 115’000 e da lì gli aiuti sono già arrivati a famiglie di Gaza. Numerose, infatti, sono le azioni umanitarie che in questo momento il Patriarcato sottopone all’attenzione dei fedeli cattolici nel mondo. La colletta resta aperta.

    Per partecipare alla colletta

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