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    Da Parigi a Marrakech: sarà la volta buona?

    Di Federica Mauri Inondazioni, uragani, ghiacciai che si ritirano e periodi di siccità sempre più frequenti: queste sono solo alcune delle conseguenze dei mutamenti climatici sotto gli occhi di tutti, e che regolarmente ci sono proposte dai media quasi in tempo reale. L’ultimo esempio in termini di tempo è il tifone Matthew che ha colpito Haiti, lasciando dietro di sé solo morte e distruzione. La popolazione dell’isola caraibica, già duramente provata da precedenti manifestazioni climatiche estreme, ancora una volta con coraggio e determinazione si è rimboccata le maniche e ha iniziato l’opera di ricostruzione (grazie anche agli aiuti giunti da organizzazioni di cooperazione internazionale), mentre le luci dei riflettori si sono già spente. Simili eventi non si possono ignorare, eppure troppo spesso ci si dimentica che le prime a essere colpite e più duramente sono soprattutto le popolazioni dei paesi poveri del Sud, che vi hanno contribuito di meno. Uno studio di Oxfam International (presentato a fine 2014) indicava come «il 7% più ricco della popolazione mondiale (circa mezzo miliardo di persone) è responsabile per il 50% delle emissioni globali di CO2, mentre il 50% dei paesi più poveri emette appena il 7% delle emissioni in tutto il mondo». Il 4 novembre è entrato in vigore l’accordo globale sul clima adottato nel dicembre 2015 a Parigi. Al prossimo vertice internazionale, in programma dal 7 al 18 dicembre a Marrakech, saranno negoziate le modalità di attuazione di questa storica intesa. C’è da sperare che in quest’occasione si faccia un passo concreto per aumentare i finanziamenti pubblici destinati all’adozione di misure di adattamento al cambiamento climatico nei paesi in via di sviluppo. Nelle Filippine ad esempio, Sacrificio Quaresimale, grazie a workshop, insegna alle popolazioni che vivono sulle coste a proteggersi meglio dai pericoli naturali (Disaster Risk Management) quali uragani. In Burkina Faso invece, l’introduzione di specie di sementi e metodi di coltivazioni adatti al clima divenuto più arido permette di migliorare i raccolti e scongiurare la mancanza di cibo. Contribuendo a finanziare specifiche formazioni e l’introduzione di strategie su misura, è quindi possibile salvare vite umane oltre che garantire di che vivere a tutti. Un obiettivo che può essere raggiunto non solo con l’impegno delle ONG, ma anche degli stati e dei relativi governi. Sarà la volta buona? di Federica Mauri

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